Di centro storico non è mai morto nessuno

Di centro storico non è mai morto nessuno, ma al malato si deve dire la verità sulla malattia.
La questione del centro storico di Ragusa, desertificato, abbandonato, incapace di rivivere, è ormai fin troppo evidente nelle impossibili soluzioni a breve termine che nessun Sindaco potrebbe trovare con un colpo di bacchetta magica.
La problematica è ripresa da più parti e la politica cerca di farne cavallo di battaglia, nell’evidente totale e assoluta incapacità di trovare rimedi ad una condizione irrecuperabile.
Lo spunto per un nuovo dibattito sulle sorti del centro storico è offerto dall’intervento del Parroco della Cattedrale che riprende le considerazioni di un suo illustre predecessore, Mons. Tidona, ineccepibili ma datate al 1995.
Padre Burrafato afferma che tutto è rimasto come una volta, che non si possono aspettare i tempi di un dibattito infinito sulle possibili soluzioni, ma occorre rassegnarsi perché le colpe sono di tutti.
Anche la Chiesa, la Cattedrale, hanno influito sulla desertificazione del centro storico.
In anni passati il loggiato di piazza San Giovanni, di proprietà della Cattedrale, era occupato, lato corso Italia, dal Circolo di Cultura ‘G.B.Odierna’, là dal 1876, che fu praticamente sfrattato dall’allora parroco che intravedeva altro utilizzo per i locali. Tutto perfettamente legittimo, ma il Circolo era aperto ogni giorno, dalle 7 del mattino alla mezzanotte, in tutte le stagioni, frequentato a tutte le ore, da giovani e meno giovani.
Se questo può apparire come un aspetto insignificante, si può parlare dello svuotamento del seminario che lascia un enorme immobile vuoto e inutilizzato, si può parlare dei locali di Palazzo Garofalo non adeguatamente sfruttati per iniziative culturali di vario livello, si può parlare dell’accoglienza spinta di migranti e di extracomunitari che ha trasformato parti del centro storico in veri e propri ghetti multietnici.
La stessa Festa Patronale ha voluto conservare gli aspetti più prettamente legati alla Fede e alla religione, senza indulgere in aspetti folkloristici che coinvolgono maggiormente cittadini e turisti, come avviene in altre parti della provincia.
Ineccepibili le considerazioni di Padre Tidona, ma esternate in tempi lontanissimi: se la Banca d’Italia non c’è più, se la Banca Agricola ha trasferito la sede principale, se le Chiese del centro storico (Badia, San Michele, San Vito, Santa Maria delle Scale) sono meno frequentate di una volta, se la Biblioteca è stata spostata, se gli uffici postali si sono moltiplicati, se qualcuno ha pensato di eliminare il vecchio stadietto di Villa Margherita e, successivamente, anche i campi da tennis, se di quattro farmacie del centro storico ne resta solo una, se insegne storiche del commercio e della ristorazione hanno spento le luci, se ci sono state spinte per eliminare il traffico veicolare da via Roma e idee progettuali fallimentari, come quelle di via Roma e del City, se lo stesso Comune ha decentrato quasi tutti gli uffici, le considerazioni restano materiale per gli archivi, per quanto valide.
Finiamola, allora, di prendercela con i PEEP, con il Sindaco dell’epoca, con i costruttori, perché la gente non è stata obbligata ad emigrare in periferia, l’espansione delle cooperative in periferia risale agli anni 70, chi scrive abita in una delle prime cooperative edilizie del quartiere Petrulli, edificata nel 1959.
Se la gente ha preferito il condominio, l’ascensore, il cortile con il parcheggio, la cantina, il garage, la villetta a schiera, è inutile cercare cause e responsabili.
Se è tramontata l’era della piccola drogheria e si vive solo di supermercati, se gli esercizi commerciali hanno bisogno di grandi superfici e di ampie zone di parcheggio, la desertificazione del centro storico è fisiologica: la gente non può tornare a vivere in centro storico, lontano da scuole, palestre, supermercati, pizzerie, istituti di bellezza.
Ci siamo crogiolati con la Legge su Ibla, un poveretto ha dovuto vedere le pene dell’inferno per montare un portoncino o una persiana nuova, teniamoci, ora il riconoscimento UNESCO che nessuno ha saputo valorizzare in termini di sviluppo economico e di attrattore turistico.
Un problema impossibile quello che si vuole affidare all’ultima amministrazione, occorre avere idee chiare sul da farsi che, attualmente. è fin troppo evidente, non ci sono nella mente degli assessori preposti.
Oggi si è troppo impegnati a cercare di accontentare il residente per il posteggio riservato sotto casa: chi abita a Roma, a Fontana di Trevi o a Piazza Navora prende il bus per andare dal parcheggio a casa.
Qui dobbiamo garantire gli spazi per i dehors, i parcheggi per l’ufficio tecnico del Comune, la chiusura di via Mario Rapisardi per poi fare parcheggiare le auto dei residenti, si è dovuto pagare il dovuto alla SiSosta per la costruzione del parcheggio e le tariffe degli stalli a pagamento sono alle stelle, nella zona di piazza San Giovanni è impossibile sostare per prendere un caffè, facile spiegarsi perché la gente diserta il centro storico.
La faccenda della Vallata Santa Domenica ha assunto toni da farsa per i ritardi durante i quali ricresce la vegetazione eliminata.
Le vetrine di negozi e cinema chiusi sono in condizioni indecenti; se si obbligassero i proprietari alla pulizia e al decoro, forse scenderebbero a più miti consigli per gli affitti, l’abbandono ha invaso anche il viale Ten. Lena, con la chiusura dell’Ospedale Civile si teme possa arrivare oltre il viale Sicilia.
Inutile, e assai dannoso, incentivare l’apertura di esercizio pubblici che sono aperti solo nelle ore serali e di giorno lasciano solo dehors spoglie e privi di arredamento e sacchi di spazzatura fino a mattina inoltrata, con un abbassamento notevole del decoro.
Le idee del Sindaco, sull’area dello Scalo Merci, sul Palazzo Tumino, sulla riqualificazione urbanistica dell’asse Rotonda -piazza Libertà, sull’area di Villa Margherita e della Vallata Santa Domenica sono prioritarie per un progetto di rilancio che deve vedere, al centro, la liberalizzazione assoluta per ricostruire e abitare il centro.
Se ci si continuerà ad affidare ai tavoli di concertazione, ad ascoltare i soloni dell’urbanistica sostenibile e dell’identità ragusana, ai maghi dell’architettura moderna, tutto ci crollerà addosso come il ponte di Genova.
Per il resto sterili e strumentali i tentativi di addossare colpe a questo o a quello, strategie che hanno ritorni e non faranno tornare la gente in centro, né faranno riaprire negozi.

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