L’impatto di ius soli e ius culturae in Sicilia e a Ragusa

La concessione della cittadinanza italiana attraverso gli strumenti dello ius soli e ius culturae avrebbe un impatto minimo sulla composizione della popolazione della Sicilia e della provincia di Ragusa ma aiuterebbe il processo di radicamento delle famiglie e delle seconde generazioni che considerano la prospettiva dell’acquisizione della cittadinanza come qualcosa di naturale, utile e significativo per la loro vita di tutti i giorni.
È quanto emerge dalla ricerca “Meno soli e più ius soli” realizzata dalle Caritas di Ragusa e Noto e dalle classi quinte BE dell’istituto “G.B Vico- Umberto I – R. Gagliardi” di Ragusa e terza AE dell’Istituto “G. Verga” di Modica.
La ricerca è stata coordinata da Giorgio Abate (responsabile immigrazione della Caritas di Noto) e Vincenzo La Monica (responsabile immigrazione della Caritas Ragusa), con il supporto delle insegnanti Celestina Rimoldi (liceo G.B. Vico di Ragusa) Rachele Parisi e Maria Agosta (liceo G.Verga di Modica).
«Nessuno deve sentirsi straniero – ha affermato il direttore della Caritas diocesana di Ragusa Domenico Leggio aprendo l’incontro nel corso del quale sono stati illustrati i risultati della ricerca – nella terra in cui vive e in cui studia, ma deve sentirsi cittadino italiano».
Le statistiche
Con l’applicazione dello ius soli e dello ius culturae in Sicilia un totale si conterebbero circa 11.000 nuovi cittadini italiani (di cui circa 7.800 in quanto figli di lungo soggiornati e il resto per ius culturae).
Ogni anno successivo al primo, invece, si stima che circa 3.000 giovani acquisirebbero la cittadinanza italiana. Nella provincia di Ragusa, invece, i nuovi italiani sarebbero circa 2.000 (di cui 1.400 in quanto figli di lungo soggiornati e circa 600 per ius culturae).
L’impatto della nuova legge negli anni successivi all’approvazione comporterebbe la concessione della cittadinanza italiana per circa 600 persone ogni anno. Ciò significa che l’impatto della Sicilia sarebbe vicino all’1,5%, quindi molto basso.
In provincia di Ragusa, che assorbe il 14% della popolazione immigrata in Sicilia, rappresenterebbe, invece, il 20% dei nuovi italiani a sottolineare come nel Ragusano ci sia una presenza di minori (e quindi di nuclei familiari) più elevata che nel resto della Regione.
Sul fronte della popolazione generale, tuttavia, le persone interessate da questa legge sono lo 0,6% di tutte le persone che risiedono in provincia di Ragusa e dopo il primo anno, appena lo 0,2%. L’impatto sull’intera popolazione ragusana sarebbe, quindi minimo.

Gli studenti davanti al fenomeno
Nei mesi di febbraio e marzo 2018 alcuni ragazzi del gruppo di ricerca hanno somministrato a 500 ragazzi di vari istituti scolastici della provincia di Ragusa un questionario volto a sondare la conoscenza da parte dei ragazzi del tema oggetto di studio; sondare la prossimità all’intolleranza da parte dei ragazzi italiani nei confronti dei loro coetanei stranieri.
Anche da questa parte della ricerca emergono aspetti interessanti.
In generale i quesiti relativi alla vita e alla convivenza in ambito scolastico hanno dato esiti lontani da pregiudizi e timori.
Per esempio, 388 ragazzi (79% del totale) hanno indicato gradi di giudizio favorevole all’affermazione: “È giusto che i ragazzi stranieri ricevano un’istruzione pubblica gratuita”.
Quelli molto d’accordo rappresentavano addirittura il 45,5% degli intervistati.
Anche l’affermazione secondo cui “La presenza di un ragazzo straniero rallenta l’apprendimento della classe” è congruente con la precedente. Nonostante questa sia una preoccupazione molto diffusa, quasi tre intervistati su quattro si dicono, infatti, in disaccordo con l’affermazione suddetta e l’85% del campione si mostra sfavorevole alle classi differenziate (e ben il 60% si colloca su un disaccordo molto forte).
Per quanto riguarda le relazioni personali, la nazionalità straniera non è vista come un ostacolo per il 69% dei ragazzi intervistati e il 57% degli si è dichiarato favorevole alla possibilità che i ragazzi stranieri possano professare liberamente a scuola la propria religione.
Ma se per l’amicizia sembra non esserci alcun problema, per il fidanzamento si evidenziano resistenze e perplessità. Ben 177 intervistati (35%) manifestano incertezza e ambivalenza su questo tema e il forte disaccordo dei genitori a una relazione di fidanzamento è indicata dal 20% del campione.
Solo il 24% degli intervistati ritiene che i genitori sarebbero favorevoli a un fidanzamento con una persona di nazionalità straniera.

Così ci vedono i ragazzi senza cittadinanza
In cosa ti senti italiano? Cosa ti manca per sentirti italiano? Che cosa miglioreresti dell’Italia?
A questi quesiti hanno risposto 38 ragazzi dai 15 ai 19 anni con cittadinanza non italiana.
La discussione che si è sviluppata nei gruppi ha fatto emergere un sentimento di appartenenza nazionale legato soprattutto al cibo, al clima, alla musica, alla lingua, ai paesaggi, allo sport, alla cultura.
Ci sembra di poter dire che erano ragazzi che si sentivano italiani nella quotidianità, come i loro coetanei con la cittadinanza.
Alla seconda domanda la maggior parte afferma che pur vivendo in Italia, le famiglie (parenti e nonni) sono rimaste all’interno del paese d’origine e ciò non gli permette di sentirsi italiano a tutti gli effetti.
Manca loro il sentirsi coccolati dalle nonne e il ritrovarsi in famiglia per le festività, soprattutto quelle religiose.
Infine, la terza domanda (“Cosa miglioreresti dell’Italia?”) ha visto come principale risposta un intervento sulla politica, distante dalla realtà quotidiana, e sulla burocrazia, a dir poco troppo lunga nei tempi.
E sono stati individuati parecchi degli elementi negativi che affliggono il nostro paese come la corruzione, la mancanza di legalità, l’ignoranza, la disorganizzazione, lo sfruttamento del lavoro nero.

La testimonianza
Alla presentazione dei risultati della ricerca sono intervenuti, tra gli altri, la dirigente scolastica Nunziata Barone (“G.B Vico-Umberto I-R. Gagliardi”), Giorgio Abate della Caritas di Noto, l’assessore ai servizi sociali del Comune di Ragusa Gianluca Leggio.
Particolare interesse hanno suscitato le parole di Ones Farhat, 18 anni, da 16 in Italia, che frequenta il liceo classico «Umberto I».
Pur essendo, a differenza di tanti suoi coetanei appassionata di politica e vivendo una cittadinanza attiva e consapevole, non potrà contribuire a giugno all’elezione del sindaco e del consiglio comunale della sua città.
«Mi sento italiana e da tutti – ha detto – sono considerata e conosciuta come italiana. Da tutti ma non dallo Stato. Parlo bene l’italiano e l’arabo ho ripreso ora a studiarlo perché credo che essere figlia di due mondi differenti sia solo una ricchezza. Ammetto che sento il peso della mancanza della cittadinanza italiana».

Conclusioni di Walter Nanni, responsabile Ufficio Studi, Caritas Italiana

Nel corso degli ultimi anni, si è sviluppato in Italia un ampio dibattito sulla condizione giovanile, anche in considerazione del crescente peso delle situazioni di disagio socioeconomico che penalizzano in modo selettivo questa specifica fascia di popolazione.
In effetti, rispetto al passato, è indubbio che le nuove generazioni presenti nel nostro paese stanno vivendo un momento di grande difficoltà, confermato da numerosi indicatori statistici.
In primis il divario socioeconomico, che penalizza i giovani nei confronti delle classi di età più anziane, meglio retribuite e con maggiori livelli di protezione sociale.
Secondo gli ultimi dati Istat sulla povertà assoluta, i giovani (fino ai 34 anni) costituiscono una delle quattro categorie sociali a maggiore rischio di povertà, accanto ai disoccupati, ai nuclei con capofamiglia operaio, alle famiglie con figli minori e ai nuclei di stranieri e misti.
In Italia, la povertà tende infatti a crescere al diminuire dell’età: se negli anni antecedenti la crisi economica la categoria più svantaggiata era quella degli anziani, da circa un lustro sono invece i giovani e giovanissimi (under 34) a vivere la situazione più critica, decisamente più allarmante di quella vissuta un decennio fa dagli ultrasessantacinquenni.
In Italia, oggi, un giovane su dieci vive in uno stato di povertà assoluta; nel 2007 si trattava di appena un giovane su 50. In soli dieci anni l’incidenza della povertà tra i giovani (18-34) passa dall’1,9% al 10,4%. E la situazione più critica di povertà è vissuta dalle famiglie composte da soli stranieri: un quarto di tali famiglie si trova infatti in situazione di povertà assoluta (25,7%), contro l’irrisoria percentuale delle famiglie di soli italiani (4,4%). Ma poi ci sono molte altre forme di vulnerabilità che colpiscono le nuove generazioni: la povertà culturale e i fenomeni di dispersione scolastica; la disoccupazione, da cui deriva in parte il tema dei giovani Neet, privi di lavoro e fuori dal circuito educativo-formativo; le nuove e vecchie forme di dipendenza; il difficile accesso dei giovani alla casa, che ostacola e inibisce sul nascere la “voglia di futuro” delle nuove generazioni e, non ultimo, le condizioni di vita delle nuove generazioni di stranieri, con particolare attenzione a coloro che pur essendo nati in Italia o trovandosi sul nostro territorio da molto tempo, non possono godere dello stesso livello di cittadinanza dei loro coetanei italiani.
A questo tipo di situazioni è rivolta l’attenzione del report di Caritas Ragusa e Caritas Noto, secondo un approccio innovativo e multidimensionale che vede coesistere tra di loro diverse modalità di ricerca.
Un primo ambito di analisi è di stampo prettamente statistico, e si prefigge di stimare il probabile impatto demografico dell’estensione della cittadinanza italiana ai ragazzi lungo residenti.
L’analisi dimostra, a livello locale e nazionale, che gli effetti di tale riforma sulle dimensioni demografiche del territorio sono effettivamente ridotti. Si tratta di un dato oltremodo interessante, in quanto poco diffuso e conosciuto nell’opinione pubblica, e che fornisce al dibattito legislativo e sociopolitico delle utili basi conoscitive (per chi fosse interessato ad utilizzarle).
Il secondo ambito di ricerca del Rapporto si è sviluppato in ambito scolastico e riguarda il vasto mondo della misurazione degli atteggiamenti di accoglienza verso gli stranieri, tema più volte approfondito all’interno delle scienze sociali, anche se non sempre attraverso un coinvolgimento dei giovani, chiamati a pronunciarsi in questo caso su un aspetto del fenomeno che riguarda i loro “pari”.
A tale riguardo, varie sono le riflessioni che si sviluppano a partire dai dati raccolti dalla Caritas di Ragusa e Noto presso gli istituti scolastici coinvolti dalla rilevazione.
Ne segnaliamo due, che possono suscitare riflessioni di più ampia portata. In senso generale, è sicuramente interessante l’approccio multidimensionale adottato dai ricercatori, che ha consentito di costruire un Indice aggregato di intolleranza dei ragazzi verso la presenza straniera.
Si tratta di uno strumento efficace dal punto di vista comunicativo e che potrebbe consentire, in futuro, utili confronti con altri territori. Oltre tale aspetto, un primo elemento specifico di interesse che emerge dall’indagine quantitativa riguarda la consapevolezza dei ragazzi riguardo il sistema legislativo dell’acquisizione della cittadinanza italiana.
Il 72% dei ragazzi intervistati afferma che un ragazzo nato in Italia da genitori stranieri è cittadino italiano. Un altro 62% risponde che un ragazzo nato in Italia diviene cittadino italiano purché frequenti le scuole italiane. Come è noto, allo stato attuale nessuna delle due opzioni è contemplata dall’attuale ordinamento legislativo italiano. Ci troviamo quindi di fronte ad una “risposta sbagliata”.
Tuttavia, dietro quanto affermato dagli studenti, è possibile leggere in filigrana un diverso significato della risposta: per i ragazzi, in certo qual modo, è un fatto quasi scontato e “normale” che dei ragazzi di origine straniera, nati nel nostro paese, o che hanno effettuato in Italia un percorso scolastico, siano in possesso della cittadinanza italiana.
In altre parole, se è vero che non siamo di fronte ad una realtà auspicata o condivisa dai più, siamo comunque in presenza di una interpretazione legislativa ritenuta ammissibile: i giovani intervistati non ritengono del tutto impraticabile la strada dell’acquisizione della cittadinanza attraverso il percorso dello ius soli o dello ius culturae.
Un secondo aspetto si riferisce al ruolo potenziale dell’istituzione scolastica. Colpisce il ridotto numero di ragazzi che ha sentito parlare della situazione dei giovani stranieri a scuola, nell’ambito dell’attività didattica: il valore più basso si registra nel caso degli studenti degli istituti professionali, laddove solo il 36% degli alunni di tale percorso formativo ha avuto occasione di approfondire questo argomento a scuola.
Si tratta senza dubbio di un’occasione perduta, in quanto i temi trattati dai ragazzi all’interno dell’ambiente scolastico lasciano sicuramente il segno, superando a volte l’incidenza mnemonica di altri argomenti, superficialmente intercettati nell’ambito di altri tipi di contesti comunicativi e mediatici. Ad esempio, in una recente indagine di Caritas Italiana sulla percezione e la conoscenza dei conflitti dimenticati tra i ragazzi del terzo anno delle scuole medie inferiori, tuttora in corso, è stato chiesto ai ragazzi di indicare uno o più conflitti recenti di loro conoscenza.
Nella fase di pretesting del questionario i ragazzi avevano indicato erroneamente una serie di guerre ed eventi conclusi da oltre 30-40 anni: la guerra in Bosnia, la guerra del Golfo, o addirittura la guerra del Vietnam o la Guerra Fredda. Interpellati a proposito, i ragazzi hanno giustificato tale indicazioni con il fatto che questi erano gli unici conflitti contemporanei che ricordavano, “perché ne avevamo parlato a scuola”.
In un contesto informativo debolmente attraversato dalle nuove generazioni, la scuola si conferma quindi come un attore di centrale importanza, in grado di trasmettere conoscenza e consapevolezza, arricchita dal valore aggiunto della relazione tra le generazioni, in un ambiente potenzialmente favorevole al confronto e all’approfondimento.
Va detto tuttavia che la valutazione sul debole ruolo della scuola in tale ambito andrebbe sottoposto ad una riflessione valutativa più ampia e articolata.
In altre parole, è ragionevole pensare che la scuola italiana, già in debito d’ossigeno nella trattazione e nel completamento dei tradizionali programmi didattici, sia in grado di sviluppare un dibattito o una riflessione sugli innumerevoli fenomeni sociali che riguardano la vita dei giovani nel nostro paese?
A tale riguardo, va sottolineato che l’istituzione scolastica nel nostro paese è sollecitata da un numero considerevole di richieste di approfondimento, da parte di numerosi attori sociali, in riferimento ad una amplissima gamma di temi: l’ecologia e il rapporto con l’ambiente, il bullismo, l’educazione sessuale e corporea, la mafia e le mafie, la devianza e i comportamenti a rischio, l’uso di sostanze, la cyber dipendenza, ecc.
In tal senso, per superare questo tipo di impasse, ci si potrebbe chiedere se non si potesse pensare ad un approccio alternativo, di carattere spiccatamente trasversale, all’interno del quale diversi temi possano essere sviluppati e sottoposti alla riflessione degli studenti. Ad esempio, il tema delle seconde generazioni di giovani stranieri potrebbe essere incluso all’interno di un piano di attività formative più ampio, dedicato al tema della cittadinanza attiva o della partecipazione sociale.
Evitando in questo modo di settorializzare aspetti e ambiti di vita che non è sempre opportuno staccare dalla loro sostanziale complessità, e superando anche il rischio di convogliare un carico eccessivo di risorse umane e professionali su determinati temi, a scapito di altri, ugualmente meritevoli.
Il terzo approccio di ricerca del Rapporto della Caritas di Ragusa e di Noto è eminentemente qualitativo, essendo stato attuato con la metodologia del World Cafe, una sorta di focus group innovativo, sviluppato su più livelli di relazione, e che consente la partecipazione degli invitati a più tavoli di discussione.
A tale riguardo, è sicuramente apprezzabile il fatto che nell’ambito delle Caritas diocesane siano ormai sempre più diffuse le sperimentazioni di metodi alternativi di ricerca e confronto, fondati sulla considerazione che l’osservazione e lo studio delle povertà non si realizzano solamente attraverso la raccolta dati nei luoghi di assistenza (in primis i centri di ascolto, che costituiscono la principale fonte informativa di numerosi rapporti sulla povertà prodotti in sede locale).
In questo modo, è invece possibile dare voce ad altri tipi protagonisti, in modo libero e informale, facendo emergere dimensioni del fenomeno che rimarrebbero in ombra attraverso la consultazione delle statistiche disponibili, in sede pubblica e privata.
Oltre la dimensione metodologica, uno degli aspetti che colpisce maggiormente è il diffuso sconforto che trapela dalle parole dei giovani stranieri coinvolti dal World Cafe nei confronti di una cittadinanza auspicata, desiderata, avvertita a volte come negata o irraggiungibile.
A tale riguardo, la presenza nel territorio di una componente straniera ormai decennale, e che ha accumulato a valanga una serie di attributi culturali tipici della popolazione autoctona, ha contributo a superare quella diffidenza nei confronti dell’acquisizione di cittadinanza che era invece piuttosto diffusa nelle comunità straniere all’inizio degli anni Novanta.
Ricordiamo infatti che quando in Italia non era così diffuso il radicamento delle famiglie straniere con figli minori, erano gli stessi immigrati a non condividere appieno la prospettiva dell’acquisizione della cittadinanza italiana.
I motivi erano di varia natura e si riconducevano a due macrocategorie, di stampo culturale e giuridico: in primo luogo, in quella fase temporale del fenomeno migratorio, i processi di integrazione socioculturale erano ancora in fase embrionale e la permanenza nel nostro paese era spesso considerata provvisoria.
In secondo luogo, alcuni paesi di provenienza non consentivano la doppia cittadinanza e, acquisendo quella italiana, si sarebbe persa automaticamente la cittadinanza di origine, con il rischio di trasformarsi, una volta tornati in patria, in “stranieri nel proprio Paese”.
A distanza di oltre un ventennio, il processo di radicamento delle famiglie e delle seconde generazioni si è talmente sviluppato che sono gli stessi ragazzi stranieri, nati o vissuti a lungo in Italia, che considerano la prospettiva dell’acquisizione della cittadinanza come qualcosa di naturale, utile e significativo per la loro vita di tutti i giorni.
In altre parole, la dimensione legislativa del dibattito si è arricchita di quella componente sociale e motivazionale che era quasi del tutto assente in passato, e che rende la prospettiva più concretizzabile, in quanto sono gli stessi diretti protagonisti, e non le associazioni di advocacy e assistenza che per lunghi anni si sono attivate su questo fronte, a percepire l’acquisizione della cittadinanza come un qualcosa di desiderabile, in quanto diritto auspicato ma negato nei fatti.

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