Vigata e Santa Marinella non sono Ibla, Scicli e Punta Secca

Non mi sarei sognato di parlare di Andrea Camilleri per evitare lo scontato: “Ma chi sei tu per parlare di Camilleri?”, tantomeno dopo la sua morte alla quale ha fatto seguito un diluvio di apprezzamenti che non ha mai avuto luogo per personaggi dello stesso calibro.
A freddo, escludendo la RAI che allo scrittore, per Montalbano, deve molto della sua sopravvivenza, dal momento che anche le repliche fanno dieci milioni di spettatori, si avverte qualche crepa nella montagna di giudizi incondizionati delle prime ore.
Vale per tutti il post di Marcello Veneziani per questo scrittore che, rivelatosi alla soglia dei 70 anni, è stato sempre emarginato nella stanza accanto a quella dei grandi della letteratura contemporanea, anche se c’è da notare come i vincitori di importanti e ambiti premi letterari, Strega, Campiello, Grinzane e Bancarella, si sono spesso rivelati autori di poco valore, estintisi, dal punto di vista letterario, nel corso di una stagione.
Cosa ha detto Marcello Veneziani? Riportiamo integralmente il suo post per evitare equivoci:

“Quando muore un personaggio pubblico bisogna rispettare la memoria e difenderlo dai suoi impietosi detrattori ma anche dai suoi esagerati incensatori.
Andrea Camilleri era uno scrittore televisivo che vendeva libri, che intrigava con le sue trame e il suo linguaggio fantasiculo; che sapeva gigioneggiare dall’alto dei suoi novant’anni, recitando un ruolo ironico-profetico da oracolo televisivo che parodiava bene Fiorello.
E poi, per compiacere la Ditta, Camilleri andava sul sicuro, faceva l’antifascista, seppure molto postumo, ieri antiberlusconiano, oggi antisalviniano, ma sempre contro il Duce, a babbo morto. Una polizza per la gloria.
Era uno scrittore bravo, non un Grande Scrittore, come lo presentano.
Non entra nella grande letteratura, non esagerate, ma rimane nella bestselleria corrente e nella personaggeria letterario-televisiva.
Non rendetelo ridicolo, paragonandolo a Pirandello e Verga, e pure a Sciascia.
Via, abbiate senso della misura. Non mettetegli pennacchi e aureole, abbiate rispetto di un morto”.

A confronto di quanti lo hanno incensato oltre ogni limite, il post di Veneziani sembra impietoso, ma vi si riscontrano elementi di realtà che anche un profano può avvertire.
Non c’è bisogno di avere, invece, la laurea, per valutare gli interventi di quanti hanno cercato visibilità sulla scomparsa di Camilleri.
Lo scrittore va rispettato e onorato per le sue doti letterarie, in assoluto e per aver saputo descrivere con rara maestria e finissima arguzia il carattere della Sicilia e dei siciliani.
Suo malgrado, non è riuscito ad emanciparsi dal clichè di Montalbano che gli ha dato fama internazionale e, si deve dire, ha fatto da propellente a tutta la sua produzione.
Per queste caratteristiche va ricordato e celebrato, anche per le sue idee, per una morte, come ha scritto il Direttivo di Partecipiamo, che impoverisce il paese e l’umanità.
Giovanni Iacono, leader di Partecipiamo, ha incentrato un suo intervento sulle doti di uomo libero dello scrittore, coraggioso, con la schiena dritta, controcorrente in un paese che ha smarrito ogni bussola etica.
Poche ma profonde parole che hanno colto la vera valenza di Camilleri, in una maniera scevra da basse e ipocrite celebrazioni.
Centrato l’auspicio di Iacono di poter dare vita ad una serie di iniziative come l’intitolazione di un importante sito del Comune e l’istituzione di una ricorrenza, solenne, annuale, a partire dalle scuole.
Come sempre appropriate le parole del Sindaco Cassì che, addolorato, anche a nome della comunità ragusana, ha detto: “Ragusa sarà sempre grata e onorata di aver accolto l’immaginario denso e suggestivo, malinconico e coinvolgente di una penna così straordinaria”
E nelle poche parole di Cassì sta l’essenza della reale comprensione di che cosa ha potuto rappresentare Camilleri a Ragusa.
Nulla se non un buon autore, un uomo di sani principi, coraggioso che ha saputo dire le cose consapevole di essere controcorrente. Per questo va ricordato soprattutto alle nuove generazioni.
Il suo è un legame con la Sicilia, con Ragusa non ha avuto nessun legame, se non quello derivante dalla scelta, non sua, di ambientare fra Punta Secca, Ibla e Scicli, e altre parti del territorio la sua Vigata, la sua Montelusa, la sua Santa Marinella, del Commissario Montalbano.
Quei posti dei ricordi di Camilleri giovane che il regista e la produzione di Montalbano, non l’autore, hanno ritrovato e scelto nell’ambiente della provincia di Ragusa.
Camilleri, nei suoi scritti non ha visto Punta Secca o Ibla, né mai ha citato siti del ragusano nelle sue opere o nei suoi interventi, basti dire che la produzione voleva portare Vigata e Santa Marinella in Puglia, quando tentò, riuscendovi, di ottenere qualche soldo per continuare la produzione a Ragusa, segnale che le location non erano obbligate per quanto aveva previsto lo scrittore.
Nella finzione letteraria Camilleri sceglie di non adoperare i toponimi reali delle città siciliane, ma trasforma ogni nome con suoni simili. Ad esempio, Fiacca è Sciacca, Fela è Gela, la stessa Vigata, anche se elevata a capoluogo di provincia, richiama nel suono Licata.
Nemmeno in tema della tanto celebrata gastronomia siciliana legata a Montalbano, si può trovare qualche piatto tipico della tradizione culinaria ragusana.
Ciononostante, non sono mancati gli interventi, come al solito di esponenti delle opposizioni, per strumentalizzare la morte dell’autore di Montalbano.

Il PD Chiavola è andato benissimo fino a quando ha espresso tristezza per la morte di Camilleri, dicendosi, nel contempo, orgoglioso per il fatto che il nostro territorio abbia fatto da cornice alle sue principali creazioni letterarie, inciampando, subito dopo, nell’affermazione che “Dobbiamo molto, come città, a Camilleri ed è quindi doveroso un tributo importante nei suoi confronti”.
Ma, come detto, allo scrittore non dobbiamo nulla, dobbiamo invece a Carlo degli Esposti, a Sironi, a Zingaretti che hanno portato in giro per il mondo l’immagine della nostra terra e lo hanno fatto anche in maniera mirabile.

Gurrieri dei 5 Stelle parla, invece, direttamente, di legame tra la nostra città e il grande maestro, ma non si comprende quale possa essere il legame diretto, chiedendo di istituzionalizzare una serie di eventi per rimarcare una identità.
Piuttosto, e non ci ha pensato mai nessuno, occorrerà, anche in vista della fine delle fiction e del relativo effetto Montalbano, ancorché la cosa posa avvenire fra qualche anno, sfruttare in termini concreti l’effetto Montalbano.
Finora, al di là di qualche vassoio con le banali arancine di Montalbano, e di qualche raccolta di foto delle location viste nelle diverse puntate, non si sono viste strategie mirate a sfruttare gli inaspettati riscontri.
Rifuggiamo dalle consuete e scontate cittadinanze onorarie e cerchiamo invece l’idea vincente per attirare ancor di più i turisti.

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