Il Documento di economia e finanza regionale 2021-2023 (DEFR), le valutazioni dell’Assessore Armao

Il Documento di economia e finanza regionale 2021-2023 (DEFR) si colloca in un contesto privo di precedenti a causa dei pesanti effetti della pesante crisi economia post-pandemica i cui effettivi stanno dispiegando ed ancor più di dispiegheranno nel breve periodo.
Non a caso il Documento di economia e finanza statale da poco adottato dal Parlamento su proposta del Governo, che assume i connotati di riferimento per la programmazione regionale, si limita a previsioni di brevissimo termine e manca della parte relativa agli interventi per le aree svantaggiate.
Appare quindi inevitabile che il presente Documento non solo risenta delle difficili tendenze congiunturali, sottoposte a continui aggiustamenti, ma possa rispettare soltanto alcuni degli obiettivi ad esso affidati dal principio contabile applicato concernente la programmazione di bilancio (all. 4/1 al D.lgs. n.118/2011), ove si prevede (punti 5 e 6) che il DEFR sia presentato al Parlamento regionale entro il 30 giugno di ciascun anno
La crisi economica post-pandemica ha colpito la Sicilia quando ancora non erano stati superati gli effetti della crisi economica del 2010-12, rendendo – come si evince dalle tabelle che seguono – ancor più pesante il mancato recupero di produttività quando l’Italia ed altre regioni conseguivano significativi incrementi (2013-18).
Le economie più vigorose sapranno soddisfare le esigenze di rigenerazione dei processi produttivi, ma quelle più vulnerabili, con alti livelli di debito ed economie basate sulle esportazioni (specie se non a prodotti finiti) come quella italiana dovranno affrontare maggiori difficoltà, se non crisi profonde. Senza cedere alle tentazioni pessimistiche di chi ritiene che dovremo gestire una “shut-in economy” (incentrata su distanziamento sociale e riduzione degli spostamenti), occorre lavorare ad una ripresa in uno scenario profondamente e, per certi versi permanentemente, mutato.
In termini di effetti economici della crisi per il 2020 a fronte di un -8% di PIL a livello statale in Sicilia la perdita risulta di poco inferiore (-7,8%), anche se tale dato non deve risultare confortante sia per la maggior tenuità del rimbalzo previsto per il prossimo anno +3,4% contro il più consistente +4,7% dell’economia nazionale, ma soprattutto poiché i aggiunge alle perdite dal 2008 (quasi un -15%).
C’è un’emergenza lavoro cui occorre far fronte, i dati evidenziano infatti che da febbraio 2020 nel Paese livello di occupazione è diminuito di oltre mezzo milione di unità e le persone in cerca di lavoro di quasi 400 mila, a fronte di un aumento degli inattivi di quasi 900 mila unità.
L’effetto sui tassi di occupazione e disoccupazione è la diminuzione di oltre un punto percentuale in tre mesi. Con effetti ancor più gravi in Sicilia come dimostrano i dati del DEFR che evidenziano un grave decremento già rispetto allo scorso anno (la rilevazione registra in Sicilia 1 milione 320 mila occupati, in flessione congiunturale del 4,8% rispetto al trimestre precedente a fronte di una contrazione dell’1,3% a livello nazionale).
La pandemia da Covid19 e gli effetti economici congiunturali hanno determinato un aggravamento della già persistente precarietà sociale con effetti inibitori sul desiderio di avvenire. E tale pernicioso effetto indotto dispiega i propri effetti pregiudizievoli sulle famiglie come sulle imprese. Una crisi che se potrà avere effetti sostanzialmente analoghi sul piano quantitativo a quella sofferta al livello nazionale, incide su un tessuto economico ed imprenditoriale di gran lunga più debole e stressato sul piano finanziario, ma soprattutto con previsione di percussione più duratura, in considerazione dei ridotti e differiti margini di reazione alla crisi delle aree più fragili.
Per invertire la tendenza sono necessari sostegni finanziari efficienti e tempestivi nell’immediato, proprio per far fronte agli effetti più devastanti e paralizzanti della chiusura delle attività e della vita sociale, ma soprattutto investimenti che rimettano in moto l’economia regionale che corre il rischio di avvilupparsi in una sindrome depressiva.
Ci sono due questioni cruciali nel rapporto con lo Stato che risultano irrisolte da decenni quella dell’autonomia finanziaria – non a caso contestata anche dal Presidente Piersanti Mattarella nella sua ultima intervista del 5 gennaio di quarant’anni fa – e quella degli investimenti. Si entrambi il Governo regionale ha imposto un’accelerazione ed una svolta.
Sul piano dell’autonomia finanziaria il Governo regionale ha fatto tutto ciò che doveva: predisposto lo schema di norme di attuazione in materia cui rinvia l’articolo 27 della legge n. 42 del 2009 (che debbono sostituire quelle del 1965), incentrate su: corrispondenza tra spettanza del prelievo e funzioni, condizione di insularità, fiscalità di sviluppo. Norme di attuazione presentate a Roma nell’agosto del 2018, che il Governo statale si era impegnato a varare entro settembre 2019 e che, come confermato dal Ministro dell’economia, potrebbero vedere la luce, quantomeno per le funzioni di rilevanza maggiore, tra l’autunno e la fine dell’anno. Si aggiunge, a seguito degli effetti della pesante crisi economica post-pandemica, il tema del ristoro per le previste minori entrate che lo Stato deve coprire integralmente non potendo la Regione operare in deficit né accendere mutui per coprire spesa corrente e della modifica delle norme di attuazione sul ripianamento del disavanzo sulle quali deve definitivamente pronunciarsi la Commissione paritetica.
Di assoluto rilievo risulta la constatazione della Corte dei conti Sezione di controllo per la Sicilia la quale ha evidenziato che il sistema di attribuzione dell’IRPEF maturata in ragione di 7,10 decimi a far data dal 2019 non riesce ad assicurare alla Regione un gettito di entrate correnti in grado da garantire un livello di servizi (e di spesa pro-capite) pari a quello delle altre regioni ad autonomia differenziata, ancorché a partire dal 2019 il concorso alla finanza pubblica sia stato ridotto di 300.000.000 annui e che appare improcrastinabile, come più volte richiesto dalla Regione – per il pieno rispetto dell’autonomia di quest’ultima – che la Regione ottenga l’accesso alle principali banche dati dello Stato in materia finanziaria e tributaria, tanto al fine di poter disporre di strumenti più efficaci e aggiornati per monitorare l’andamento del gettito dei tributi e formulare previsioni più attendibili, quanto per poter esercitare un controllo effettivo sulla quantificazione del gettito erariale che si stima spettante, senza dover dipendere dalle comunicazioni del MEF (che intervengono ad esercizio inoltrato) – nell’ottica di una reale leale collaborazione istituzionale (audizione all’ARS sulla Nota di aggiornamento al DEFR 2020 del 18 febbraio 2020).
È quindi di tutta evidenza che con le attuali risorse disponibili, sino a quando non si rivedranno le norme di attuazione in materia finanziaria, la Regione non possa garantire appieno i livelli essenziali delle prestazioni per i servizi concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale (Corte Cost. sent. n. 65 del 2016).
Peraltro, la stessa Corte costituzionale (sent. n. 62 del 2020) ha rileva la responsabilità dell’Amministrazione statale in ordine alla “lunghissima stasi” delle trattative tra Stato e Regione e la mancata attuazione dell’art.1, commi 830, 831 e 932 della legge 296 del 2006.
Sul piano degli investimenti infrastrutturali il Documento illustra quanto drammatici i connotati del divario e ciò non sulla base di rivendicazioni partigiane, ma sulla scorta dei conti pubblici territoriali, elaborati dall’Agenzia per la coesione territoriale dello Stato. Un divario inaccettabile e che la crisi economica post-pandemica, in assenza di correttivi, a partire da opere di rilevanza strategica come il Ponte sullo Stretto, accentuerà pesantemente.
Risulta quindi imprescindibile uno sforzo straordinario, che l’Unione europea sembra voler incentivare, ma che ancora si attende di riscontrare dallo Stato, in termini di investimenti straordinari localizzati nel Sud ed in particolare in Sicilia per far fronte ad una crisi che sta dilaniando il paese, manifestando effetti devastanti sul piano della coesione economico-sociale.
Occorre precisarlo senza infingimenti: senza una consistente ripresa del Sud e della Sicilia l’Italia è destinato ad un rilancio precario ed instabile. Ma questa convinzione ancorché da più parti enunciata non emerge dai provvedimenti, pur copiosi di norme e di risorse, sin qui adottati.
La SVIMEZ ha più volte evidenziato che nel contesto di un preoccupante ampliamento della forbice dei divari Nord-Sud si rileva “il vero e proprio crollo degli investimenti pubblici”. Ciò in quanto nella durevole, negativa dinamica della spesa in conto capitale degli ultimi dati si è toccato il punto più basso della serie storica per l’Italia e per il Mezzogiorno. Nel 2019 tale spesa registra un ulteriore declino, malgrado sia stato pubblicato il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri che finalmente attua la clausola del 34% degli investimenti al sud (almeno proporzionali alla popolazione residente; DPCM 10 maggio 2019), nonché l’attuazione dell’art. 7 bis d.l. 29 dicembre 2016, n. 243, recante «Interventi urgenti per la coesione sociale e territoriale, con particolare riferimento a situazioni critiche in alcune aree del Mezzogiorno».
La spesa in conto capitale verso il Sud è passata dal 3,5% del PIL del 2007 al 2% del 2017 e, se avesse rispettato la clausola prescritta, ma sino ad oggi lettera morta, nel sud sarebbero stati creati in 5 anni 300.000 posti di lavoro.
La clausola che tale norma ha introdotto è ben lungi dall’essere rispettata, peraltro occorre precisare che, anche laddove lo fosse, non consentirebbe che in tempi molto lunghi (per effetto delle misure addizionali esplicate dall’intervento straordinario e da quello dei fondi strutturali) il recupero del divario economico-sociale nel frattempo maturato. Si tratta di un obiettivo comunque significativo rispetto alle soglie conseguite in questi anni, che tuttavia, non determina in termini sufficienti i presupposti della perequazione infrastrutturale, ma difende solo il diritto alla sopravvivenza del Sud.
Le tabelle del Documento (1.1.13, 1.1.14, 1.1.15) rilevano l’andamento delle spese pro capite del Settore pubblico allargato (SPA) in Sicilia, Mezzogiorno, Centro Nord e Italia, relativamente alle spese correnti, a quelle per investimenti e a quelle per la sanità, in serie storica completa dal 2000 al 2018 e in termini reali che dimostrano:
– il volume di risorse pubbliche relativamente inferiore a quello medio nazionale erogato in Sicilia per tutto il periodo considerato, in termini di spesa corrente, con uno scarto equivalente al rapporto fra 82,7 e 100 (fra 74,7 e 100 se confrontato al Centro Nord);
– la spesa per investimenti risulta fortemente declinante dopo il 2008, a causa della contrazione imposta dal Patto di stabilità, che colloca la Sicilia al livello più basso fra le Regioni, rappresentando mediamente il 74,7% del corrispondente valore dell’Italia e il 68,5% di quello del Centro Nord;
– la spesa sanitaria particolarmente oscillante in Sicilia, ma in media più bassa per i 18 anni considerati: l’88,5% del corrispondente valore dell’Italia e l’83,3% di quello del Centro Nord, anche se nonostante ciò il sistema sanitario ha dato una straordinaria prova di tenuta fronteggiando al meglio la pandemia.
Come noto il 27 maggio 2020 la Commissione europea ha presentato la sua proposta relativa al piano per la ripresa, che prevede: un bilancio a lungo termine dell’UE riveduto pari a 1.100 miliardi di euro per il periodo 2021-2027, un rafforzamento temporaneo di 750 miliardi di euro (Next Generation EU). Tali misure si aggiungono alle tre reti di sicurezza del valore di 540 miliardi di euro già introdotte dall’UE per sostenere i lavoratori, le imprese e i paesi è questo si unisce agli investimenti nel green new deal e nell’economia circolare.
Ci sono tutte le premesse perché la Sicilia possa tornare a crescere utilizzando gli investimenti europei, quelli statali (se rispettosi della clausola del 34%), e soprattutto lo strumento della fiscalità di sviluppo, ritornando ad investire in infrastrutture materiali, strade ed autostrade, ma anche digitale, ed immateriali (conoscenza).
La Regione ha dimostrato di credere in questa prospettiva di ricostruzione a partire dalle ingenti risorse convogliate dalla legge di stabilità per il 2020 e dal pieno impiego delle risorse europee, ed in tal senso il caso dell’infrastrutturazione digitale che ha fatto, in appena due anni e mezzo, della Sicilia una delle Regioni più avanzate in Europa è un esempio virtuoso.
Ma quel che è certo che il divario non può essere misconosciuto dalle misure di sostegno all’economia soprattutto ove, come in Sicilia e nel Mezzogiorno, vi è l’incidenza determinata dal rilievo dell’economia non osservata (c.d. sommerso) e di quella priva di merito bancario.
Dietro queste formule ci stanno cittadini, persone che hanno diritto ad essere aiutate ed a superare difficoltà, ma soprattutto ad intraprendere un percorso di crescita nella legalità e nell’equilibrio finanziario.
La Regione sta facendo in questo senso la sua parte con l’adozione di misure volte a sostenere le famiglie indigenti, le imprese fragili sul piano finanziario e che necessitano di fondo perduto o prive di merito bancario ed in quanto tale escluse dalle misure statali.
Come pure occorre porre massima attenzione ai giovani, i più gravati dalla crisi economica post-pandemica, una crisi che oltre ad aumentare il divario ha un effetto generazionale che colpisce i più giovani: più di un giovane su sei ha perduto il posto di lavoro, e chi è rimasto al lavoro, troppo spesso precario, ha subito una riduzione di un quarto delle ore di lavoro. Mentre per i Neet (Not in education, employment or training), giunti al 23% in Italia, ma Sicilia, al 38,6% della popolazione (peggio di Calabria, 36,2% e la Campania, 35,9%) si allontanano prospettive concrete di lavoro.
Da qui l’adozione di misure volte a rafforzare le opportunità d’impresa dei giovani quali le misure di defiscalizzazione correlate alle iniziative “Resto al Sud”.
Anche quest’anno il Documento di economia e finanza regionale, innovando rispetto all’approccio minimale della precedente legislatura, si correla agli indici di Benessere Equo e Sostenibile (BES) nel rispetto della necessità di valutare il progresso di una società non soltanto dal punto di vista economico, ma anche da quello sociale e ambientale e negli ultimi anni queste dimensioni sono state tradotte in obiettivi di policy e calcolato sui 130 indicatori sul benessere equo e sostenibile (BES) al fine di fornire un riferimento puntuale alla parametrazione ed ai necessari aggiustamenti delle politiche pubbliche.
Si apre una fase del tutto nuova per l’economia della Sicilia, come si vedrà drammaticamente appesantita dagli effetti della crisi post-pandemica e dalle misure di contrasto alla diffusione del Covid19.
Una crisi che per la morfologia del tessuto economico ed imprenditoriale avrebbe avuto necessità di misure statali specifiche, riequilibrate per quanto possibile dagli interventi regionali per famiglie, imprese ed enti locali.
Ci vuole uno sforzo straordinario per ripensare il futuro della nostra Regione dopo la crisi, uno sforzo che unisca le migliori energie, l’innovazione, la resilienza, la capacità di credere in un futuro che tragga forza da un passato straordinario, come sempre la Sicilia ha dimostrato di saper fare, con i suoi valori, con un’inappagata voglia di riscatto.

Gaetano Armao
Assessore dell’Economia

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