Il Pronto Soccorso del Giovanni Paolo II: come lo vede un ragusano che vive a Padova, come lo vediamo noi

Un ragusano che vive al nord fa un tampone per il COVID al Giovanni Paolo II e scrive della sua esperienza in un gruppo social, chi scrive legge il post dopo una nottata passata inutilmente nello stesso Pronto Soccorso del Giovanni Paolo II.
Una occasione unica per commentare e condividere l’esperienza di un Pronto Soccorso che vedevamo, dopo l’apertura dell’ospedale come la sintesi della funzionalità e della modernità in fatto di assistenza sanitaria, ridotto ad una sorta di accampamento concentrato in quella che doveva essere la camera calda, dove si ammassano pazienti, presunti positivi, soggetti in attesa dell’esito di esami e analisi e codici verdi che non possono avere l’idea di quando saranno visitati.
Nulla assolutamente da eccepire sulla qualità dell’assistenza sanitaria e sulle competenze di medici e infermieri, vuoi per una fondamentale fiducia nel personale sanitario locale, anche per le precedenti esperienze personali, vuoi perché è raro che un utente possa avere la fortuna di avere contezza della preparazione degli operatori.
Il problema non è l’assistenza, quando si arriva ad averla, quanto l’organizzazione del Pronto Soccorso che, in epoca di COVID 19, è quanto mai complessa e non sempre funzionale agli obiettivi da raggiungere.
Ma si è già rassegnati, sapendo che la carenza grave di personale medico è in grado di spiegare, senza possibilità di replica, ogni criticità.

Il ragusano trapiantato al nord scrive che arriva alle 8 in PS e trova un assembramento di persone davanti alla porta, con il numerino, tipo banco della salumeria al supermercato.
Attende, con 38,5 di febbre, dopo tre ore ammesso all’accettazione, all’interno di un atrio dove sono ammassate almeno venti persone: bambini, adulti e anziani. Soprattutto anziani. Il motivo è il seguente: se sei un sospetto caso Covid fai la fila al triage insieme a chi magari deve ritirare dei prelievi, a chi deve consegnare degli esami, insomma fai la fila insieme a tutti gli altri.
Attende, lui potenziale COVID, in quell’atrio, con febbre alta, in un ambiente di dimensioni insufficienti e sovraffollato per un’altra ora e mezza a contatto con varie persone.
Viene registrato e invitato a recarsi all’ufficio ticket per pagare la prestazione, attraversa l’atrio e attraverso l’ospedale va a incontrare un altro assembramento all’ufficio ticket.
Per il tampone viene rimandato nello stesso atrio dell’accettazione: quindi torna indietro, passando per mezzo ospedale, fin dove, scrive il nostro amico, un Dottore munito di mascherina di carta che si preoccupa di indossare nel modo corretto solo nel momento in cui si siede fronte a lui, opera per il tampone.
Dopo due giorni, tenta di apprendere l’esito on line, telefonicamente il laboratorio lo invita a ritirare il referto cartaceo.
Il nostro conterraneo trapiantato in Veneto assicura che non c’è, da noi, nulla di paragonabile agli ospedali veneti, mai e poi mai, in un ospedale del Veneto, avrebbero permesso che un potenziale infetto vagasse per mezzo ospedale senza alcuna precauzione, entrando in contatto con altre persone e senza avere un percorso dedicato.
Questa è, naturalmente la sua opinione, noi, per quanto si legge, dappertutto sui giornali nazionali, possiamo eccepire qualche dubbio sulla gestione degli ospedali al nord.
Possiamo non avere dubbi, invece, sull’organizzazione del soccorso, pronto solo nei casi di emergenza, del Giovanni Paolo II.
Doveva essere il fiore all’occhiello della struttura, con strada sopraelevata che doveva portare direttamente all’ingresso, dalla provinciale, siamo invece con un ingresso immerso nel buio più totale, fino a pochi metri dalla porta di accesso.
I malcapitati che debbono parcheggiare l’auto debbono munirsi di lampadina tascabile, una volta lasciata l’auto o quando la debbono identificare.
Lo spazio di accesso a quello che era l’ingresso della camera calda è diventato spazio di manovra per le vetture che si muovono fra gente che bivacca in attesa del responso per i parenti al soccorso, oltre a diventare parcheggio provvisorio e temporaneo ma sempre pericoloso in caso di emergenze gravi.
Anche lo spazio adiacente alla pista di atterraggio per elicotteri, forse non utilizzabile, di certo non in notturna, è pieno di vetture che non vogliono affrontare il viaggio avventuroso (figuratevi in inverno) fino al parcheggio adiacente all’ingresso.
L’accettazione, mobile, è subito dopo l’accesso alla camera calda trasformata in ambulatorio, ufficio, stanza di degenza e per i prelievi, parcheggio di barelle e di sedie a rotelle, un luogo che, visti i tempi di attesa, si potrebbe impropriamente definire ‘day hospital’, nel senso che ci vuole una giornata intera per capire quale sarà l’esito dell’accesso.
Un luogo che, visti i tempi, è centro di smistamento degli effetti personali dei pazienti e dei ricoverati, con i quali i parenti non possono avere contatti.
Un luogo dove non puoi acquistare una bottiglietta di acqua perché sei potenziale COVID e puoi solo avere la fortuna della gentilezza di un infermiere che ti procura un po’ di acqua si scusa anche se il bicchiere è solo quello piccolo per il caffè
Un’area COVID dove vengono isolati i soggetti che presentano, fra i sintomi, possibilità di COVID, isolati e ammassati per ore, in attesa di decisioni del medico di turno.
Capita così che dopo 4 ore di attesa, perché ti hanno dato un codice verde, alle 4 del mattino, ti dicono che dovrai fare il tampone, restando ad aspettare il risultato in soccorso, ma perché allora si lascia gente potenzialmente infetta, per ore, protetta solo da mascherina che non sempre risulta efficace, perché vedere che fino alle 4 tutto si è svolto abbastanza normalmente e alle 4, invece, tutti indossano le tute bianche e due soggetti dalla camera calda vengono traferiti alla tenda, si presume per il tampone ?
In questo stanzone accedono i parenti per chiedere notizie, per consegnare effetti personali, qualche paziente si alza dalla barella o dalla sedia e passeggia all’esterno per prendere aria pura.
Poi, come ha ricordato anche il manager Aliquò, c’è il vizietto del medico che abbraccia e bacia un amico o un’amica in visita.
Su tutto, la precisazione costante degli operatori del soccorso che lasciano ampia libertà di andarsene, senza firmare, precisando che non possono trattenere nessuno perché si potrebbe configurare anche il sequestro di persona. Così un possibile positivo, tale in quanto trattenuto nella specifica area riservata, viene lasciato libero di infettare, potenzialmente, chi vuole.
Per alcuni, tornarsene a casa dopo 4 ore di attesa inutile può sembrare una liberazione, per altri è solo una poco decorosa sconfitta del sistema, ci chiediamo se mai un direttore sanitario abbia mai avuto l’idea di visitare, a sorpresa, un soccorso in piena notte.
Viene da sorridere pensando ad un direttore del passato, di oltre 50 anni fa, direttore sanitario del Maria Paternò Arezzo, che, puntualmente, nel pieno della notte si presentava nei reparti, seminando, si dice, il panico fra il personale che non sempre era dedito ai doveri del ruolo.
Qui nulla da eccepire sul personale che, però, è costretto ad operare in condizioni allucinanti e, siamo sicuri, protagonista di turni estenuanti
Questa che vi abbiamo raccontato è un’altra perla della sanità siciliana, ma sappiamo che ce ne saranno di peggiori, il brutto è che i vertici regionali sono convinti che tutto va per il meglio e che meglio non si potrebbe fare.

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