Nella sua qualità di Presidente di FederSanità-ANCI Sicilia e vicePresidente nazionale di FederSanità-ANCI, Giovanni Iacono, già presidente del Consiglio comunale di Ragusa, è intervenuto, sulla stampa di settore, sullo scandalo, vero o presunto, dei tickets sanitari e sulle diverse quote di finanziamento pro-capite del Ssn che nelle regioni del Sud è più basso, senza tenere conto delle differenze economiche e sociali nelle diverse aree del paese.
La riflessione di Iacono, una analisi attenta e ponderata, affrancata dai luoghi comuni di certa propaganda sensazionalistica, prende lo spunto da un articolo di Repubblica, secondo il quale i veneti pagherebbero, come ticket, il quadruplo dei siciliani.
Anche da noi, siamo vittime di esigenze giornalistiche che creano titoli ad effetto e questioni virtuali, ma su una materia seria, che coinvolge la salute e le ansie delle persone, servono approcci più approfonditi.
Dai dati dell’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, vengono fuori grandi scostamenti, tra le regioni, negli incassi dei ticket su ‘analisi e visite
specialistiche’. Vengono evidenziati i due casi della Sicilia dove la spesa pro-capite media è di 8,7 euro e del Veneto dove la spesa media è di 36,2.
Il presidente del Veneto, Luca Zaia, punta subito l’indice sulle regioni del sud che ‘non sono regioni virtuose’ e ‘non riuscendo ad incassare dovrebbero essere commissariate’ e quindi invoca i ‘controlli’ mentre il presidente della regione Sicilia, Rosario Crocetta, sostiene che ‘vi sono troppi furbi ma anche tanta povertà’.
Secondo Iacono, il presidente Crocetta, preso dai ‘fumi’ della campagna elettorale, riprende i panni del barricadero e dimenticandosi che la Regione la governa lui da 5 anni, dà un colpo alla botte, il ‘malcostume’ e gli ‘evasori’, e un colpo al ‘cerchio’, ‘ i redditi bassi e l’elevata disoccupazione’ e quindi fa riferimento ai ‘trucchi’ degli ‘evasori’ che lui sta ‘stanando’ e che sarebbero alla base del fenomeno.
E’ un problema di ‘controlli’? È un problema di ‘trucchi’ ? O può anche essere qualcos’altro?
Don Milani nella sua ‘lettera ai giudici’ diceva che: ’Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali’.
Cominciamo da un dato elementare: non vi è una uniformità di ticket tra le regioni. In sostanza, vi sono 21 diversi sistemi sanitari regionali con 21 diverse applicazioni sul pagamento dei ticket. In quattro regioni (Valle d’Aosta, Friuli V.G., Marche e Sardegna) non si paga nemmeno ticket sui farmaci o confezioni. Alcune regioni hanno deciso di applicare quote fisse su ricette e confezioni, altre hanno scelto la compartecipazione modulare in base al reddito e con aliquote e quote sempre differenziate tra queste regioni.
Per tutti i sistemi sanitari regionali cambiano anche le regole per l’esenzione. Alcune regioni si riferiscono alla soglia del reddito familiare, altre Regioni al reddito Isee, altre, come il Veneto, al ‘reddito familiare fiscale ai sensi del Dm 1993’. Già questo dato è rilevante perché i diversi ‘tetti’ di esenzione fanno ‘differenza’. Eccome se fanno differenza!
Si ‘scopre’ così che la Sicilia, dati 2014 fonte ‘Quotidiano Sanità sui dati Aifa’, in ogni caso la propria ‘compartecipazione’ la dà perché i costi sostenuti dai Cittadini come ticket sui farmaci tra ‘quota di partecipazione su prezzo di riferimento’ e ‘quota fissa per ricetta’ è di 159,7 milioni di euro.
Terza dopo la Lombardia (260,2) e la Campania (188,2) e quanto tre regioni messe insieme come l’Emilia Romagna (73,8), la Toscana (65,3) e l’Umbria (17,4).
Un altro dato che incide nell’offerta dei servizi è rappresentato dalle diverse quote di finanziamento pro-capite del Ssn che nelle regioni del Sud è più basso e non raggiunge i 1.900 euro e poi un dato assolutamente rilevante sulla spesa ticket tra regione e regione è rappresentato dalle differenze economiche e sociali nelle diverse aree del paese.
Il rapporto Istat del 2015, che ha riguardato proprio il periodo 2013, mostra la mappa del paese in rapporto alle ‘persone che nel corso del 2013 avevano rinunciato alle prestazioni sanitarie o all’acquisto di farmaci a causa di motivi economici o carenze delle strutture dell’offerta’, con il picco, in Sicilia, di ’13 e oltre’ persone su 100 che rinunciano, rispetto alle regioni del nord e del Veneto in modo particolare dove sono 4 su 100 le persone che rinunciano.
In conclusione, in Sicilia non si paga meno ticket perché ci sono più furbi o più evasori del Veneto.
In Sicilia il ticket è, mediamente, più elevato rispetto ad altre Regioni e l’accesso alle prestazioni del Ssn risente di lunghissime liste di attesa.
Per fare un esame specialistico, es. ‘ecografia all’addome’ o ‘radiografia al torace’ rivolgendosi ai Centri Unici di Prenotazione del Ssn i Cittadini si sentono assegnare la prestazione ‘a 12 mesi’ mediamente e per pagare quasi 60 euro di ticket. A quel punto gli viene anche ‘suggerito’ di optare per un centro ‘privato’ dove paga meno o la stessa cifra ed ha la prestazione in 2 o 3 giorni.
Il cittadino siciliano che ancora può spendere 60 euro non ha alcuna esitazione e va nel centro ‘privato’ e chi non ha possibilità di spendere nemmeno le 60 euro rinuncia alle prestazioni e rinuncia alle cure!
L’Agenas, sottolinea Iacono, oltre a produrre dati dovrebbe anche commentarli, ricercare le cause che determinano alla base dei risultati, ma tutto ciò che ho evidenziato non viene riportato nelle statistiche dell’Agenas.
L’unica cosa che interessa è il fatto che in Sicilia le” entrate per ticket” sono più basse che nelle regioni del Nord! Bene farebbe Agenas a mettere in relazione le ‘variabili’ guardare alle ‘liste di attesa’, a quante ‘prestazioni’ vengono erogate dalle strutture private e quante dal Ssn con ticket, alla incidenza delle condizioni economiche, retributive e sociali gravi ed aggravate che hanno portato (rapporto Istat, 2015) quasi il triplo di siciliani rispetto ai Veneti a rinunciare alle cure, all’analisi comparata tra le regioni dei costi nell’accesso alle cure e alle diverse modalità di composizione dei ticket.
Così la narrazione, sarebbe diversa ma, soprattutto, sarebbe vera.
La questione ha coinvolto anche il Ministro della Sanità, Beatrice Lorenzin, che ritiene i ticket marginali sul bilancio della sanità e, come tali, sostituibili da una efficace spending review. In sede nazionale, più che il commissariamento delle regioni per motivi legati alla Sanità locale, sarebbe più opportuno passare ad un commissariamento diretto di quelle Aziende sanitarie e ospedaliere che non funzionano.
Queste le tesi esposte a Repubblica.
“All’articolo 8 del Patto della salute, avevamo preso l’impegno, con le Regioni, di rivedere il ticket alla luce dei cambiamenti demografici e delle nuove difficoltà in cui si trovano molte persone che hanno perso il lavoro o sono in una famiglia numerosa. Quella parte è rimasta inapplicata, perché ancorata anche alla riforma fiscale, e sarà un tema su cui impegnarci quest’anno.”
Commentando poi le attuali differenze tra Regione e Regione relative all’importo dei ticket: “Bisognerebbe arrivare a prezzi simili e più equi. Lo dico sapendo che si tratta di uno strumento sul quale c’è autonomia regionale. Paradossalmente, nelle aree dove c’è maggiore sofferenza economica i costi per i cittadini sono più alti”.
Sulla problematica si inserisce anche Enrico Rossi, Presidente della Toscana ed esponente dei Democratici e Progressisti, che giudica inaccettabile pagare ticket diversi per la stessa prestazione sanitaria pubblica, con regole e costi diversissimi, in relazione a dove si nasce, al nord, al centro o al sud.
I ticket sanitari sono ormai di fatto una vera e propria “tassa” sulla salute, per lo più richiesta in modo estremamente difforme tra una Regione e l’altra.
Gli ultimi dati indicano un ammontare complessivo dei ticket a carico dei cittadini di circa 3 miliardi, di cui la metà sui farmaci e l’altra metà su visite mediche e prestazioni diagnostiche.
Con il Patto per la Salute del 2014 Governo e Regioni avevano concordato di attuare una riforma del sistema per garantire maggiore equità. A tre anni dalla firma del Patto non si è riusciti a venirne a capo.
L’obbiettivo di abolire tutti i ticket è bene che entri nell’agenda politica per sgravare i cittadini da una tassa ingiusta sulla malattia, incompatibile con un sistema sanitario pubblico che già oggi i cittadini pagano per intero con le proprie tasse.
