Non tutto è andato bene, ma neanche male

L’uscita di scena della Passalacqua Ragusa dai playoff scudetto ha lasciato l’amaro in bocca, come è naturale che sia, si intravedeva la possibilità, ove si fosse tolto di mezzo lo scoglio Schio, di affrontare la finale senza l’assillo delle prime della classe.
Comprensibile la delusione dei tifosi, soprattutto di quelli in maglia verde, i soli encomiabili per un sostegno che non è venuto mai meno, anche nei momenti più difficili e che è apparso subito rinnovato dopo il fischio di chiusura di gara 4.
Una fede incrollabile nella società, e altrimenti non potrebbe essere, in un mecenate dello sport quale è Gianstefano Passalacqua che, con l’azienda di famiglia, mantiene questo giocattolo apprezzato, ma non come si dovrebbe, dai ragusani e dal territorio in genere.
Una fede incrollabile anche nel collettivo che, dopo un’annata non certo esaltante e una serie di prestazioni discutibili, fino all’ultima partita, questa, invero, discutibilissima, viene ancora considerato, in alcuni suoi elementi, come nucleo centrale per il rinnovamento della prossima stagione.
Tralasciando le straniere, quasi annualmente scelte estemporanee non destinate a restare per fare la storia della società, mantenere intatto il nucleo di italiane, scelta che sarà di competenza del Presidente, in condivisione con l’allenatore, che pare più dettata dal cuore e dai sentimenti, vuol dire che c’è poco da recriminare sulla esclusione in semifinale.
Perché quella era la squadra e di più non si poteva fare contro l’esperienza, la tecnica, l’amalgama di individualità diverse di una squadra come Schio che presenta una formazione di eccellenza assoluta per dodici dodicesimi.
Se si vuole superare Schio si deve cambiare e si deve cambiare molto; forse, arrivare, alla 5
ª partita di playoff nelle prime due stagioni di A1, sempre con Schio, ha illuso che era cosa facile superare le prime della classe, l’anno scorso abbiamo ancora ceduto su tre gare, quest’anno su quattro, solo in semifinale.
I numeri, le statistiche, l’evidenza dicono che siamo andati indietro, non abbiamo progredito, al netto del guazzabuglio di numeri, valutazioni, percentuali e considerazioni varie, ai quali qualche tifoso si attacca nel disperato tentivo di trovare spiegazioni alla cocente delusione.
Purtroppo, nella pallacanestro, al netto delle magie degli scienziati, presidenti, dirigenti, allenatori, preparatori atletici, medici, psicologi, quello che vale è quando il pallone fa ‘ciuff’ o, anche, toccando l’anello del canestro: il tabellone elettronico dà la conta solo di questo.
E’ vero che i playoff sono una cosa a parte, è vero che la classifica vale solo per stabilire la griglia e che tutto può succedere, ma, a ben guardare, restare terzi in Italia, dopo la stagione appena finita, per Ragusa è tanto, perché, se si vanno a ripercorrere le tappe del campionato, la squadra non avrebbe meritato né la finale, né tantomeno lo scudetto: lo avrebbe meritato la società, il Presidente, i tifosi, ma non un collettivo che non è riuscito ad eccellere se non in occasioni sporadiche.

Lo avevamo anche scritto, a chiare lettere, in occasione delle prime inaspettate sconfitte: sarebbe stato difficile rinverdire i fasti delle annate precedenti, si vedeva che non c’erano le carte in regola per ambizioni di vertice.
Dopo l’esordio vittorioso con Spezia e Broni, rivelatisi semplici allenamenti, arrivavano le sconfitte consecutive con Venezia, Lucca e San Martino di Lupari, imperdonabili per come si sono concretizzate, per una squadra apparsa, più volte, in grado di non reagire.
Se si vanno a guardare i tabellini, elementi osannati dai tifosi, che dovrebbero costituire i pilastri attorno ai quali rinnovare, hanno sfornato prestazioni eccellenti solo con le squadre di bassa classifica.
Anche le successive vittorie con Torino e Umbertide, in casa, sono state sofferte, con Torino avanti di 14 punti fino a due minuti dall’intervallo e con Umbertide agguantata solo a metà della seconda frazione.
Un risveglio a dicembre, con vittorie su Napoli, Vigarano e Battipaglia, e con Spezia alla prima di ritorno, ma senza eccellere nel gioco e nelle prestazioni complessive, con il respiro sul collo, fino ai minuti finali delle rispettive partite, delle formazioni di bassissima classifica.
Poi si ricomincia a perdere, a Broni, a Lucca, in casa con San Martino di Lupari, si vince solo con Venezia, in un recupero infrasettimanale, in casa.
A Torino si vince dopo un supplementare, si vince pure a Umbertide.
Alla fine arriva il cambio dell’allenatore e Recupido porta a casa 4 vittorie, alle quali si aggiungeranno le due con San Martino di Lupari per i quarti dei playoff.
Nel complessivo, un’annata più da dimenticare che in grado di portare alla vittoria finale: forse troppi i soldi spesi per le soddisfazioni che si sono ottenute, determinati solo gli apporti della Vanloo e, nella parte finale del campionato, della Ndour, per il resto mettendo sui piatti della bilancia prestazioni positive, assenze per infortuni, assenze giustificate e anonime permanenze sul parquet, gli indicatori non hanno fatto spostamenti rilevanti.
Considerato tutto, forse, un virtuale terzo posto è anche una conquista da apprezzare.

 

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