Siamo nel mezzo della fine della stagione estiva, sazi di spettacoli di ogni tipo, che soddisfano anche esigenze di tipo culturale, abbiamo la coda di manifestazioni importanti, come il Festival Jazz e Festiwall, ci sarà il tradizionale appuntamento con Ibla Buskers proprio nel momento in cui la giuria del Ministero dei Beni Culturali si pronuncerà sulla candidatura di Ragusa come Capitale Italiana della Cultura 2020, in una prima fase ammettendola, si spera, fra le prime dieci candidature sulle 46 totali.
Il momento risulta, quindi, di grande fermento culturale ed esprime la vivacità culturale della città che, però, non è da tutti condivisa.
Prendiamo spunto da alcune considerazioni sui social non solo per una riflessione sulle diverse posizioni ma anche per i riferimenti ai locali pubblici che spostano la problematica anche sullo sviluppo economico e, indirettamente, sul turismo.
Partiamo dal post di un cittadino che lamenta la cattiva educazione di alcuni cittadini che, in piazza Odierna, a Ibla, lasciano, sui sedili di pietra che fanno da cornice allo slargo, piatti plastica, tovaglioli di carta, bicchieri altro che può essere servito per lo spuntino on the road.
Giustamente viene stigmatizzato il comportamento incivile che non deve essere giudicato tale solo perché ci troviamo nel cuore del quartiere barocco.
Fenomeni che si ripetono, dopo lo squallore visto a Marina di Ragusa e sono naturali nelle zone della movida cittadina.
Tralasciando di addentrarci in valutazioni di tipo culturale, perché anche questa è cultura, appare chiaro che il fenomeno nasce dalla dilagante tipologia dei locali che imperversano a Marina, a Ibla e anche a Ragusa, molti dei quali hanno superfici interne utili solo per la distribuzione dei prodotti in vendita.
All’insegna del massimo profitto, è già tanto se ci sono spazi esterni disponibili e dehors, ma, in ogni caso, patatine, pizzette e cibo da strada in genere vengono acquistati o bevuti dove viene più comodo.
Se poco si può fare per i proprietari dei locali, con apposita ordinanza si potrebbe vietare di consumare cibi e bevande per strada, così anche da favorire quei locali pubblici dotati degli spazi necessari per accogliere i clienti.
Con la scusa dell’incentivazione dei centri storici e con quella del sostegno alle attività economiche si deborda, spesso, dalle più elementari norme di convivenza civile.
Oggi dovremmo essere schiavi dei locali della movida per gli spazi esterni che invadono le vie, per la musica che non dovrebbe avere limiti, né temporali né di decibel, per abnorme quantità di rifiuti che, spesso, gli stessi locali lasciano, alla chiusura, sulla pubblica via, non sempre rispettando le regole per il conferimento.
Problematiche che sono ritenute attinenti alla cultura anche in alcuni commenti che si riferiscono alla candidatura per Ragusa Capitale Italiana della Cultura 2020.
Qualcuno ritiene che la città non abbia le carte in regola per aspirare all’importante riconoscimento da parte del Ministero dei Beni culturali, come asserito dal sindaco e come ritenuto, naturalmente dalle 60 associazioni culturali e dai 250 collaboratori che hanno concorso alla stesura del dossier per la candidatura.
È chiaro che sono posizioni isolate, nemmeno sostenute da un congruo numero di condivisioni sui social, tali da potergli conferire importanza, ma vanno, comunque attenzionate come componente di un dissenso, anche di natura politica che, nella tanto esaltata democrazia, va, comunque letto.
Per qualcuno Ragusa non merita la qualifica di Capitale della Cultura perché non c’è un teatro, perché non ci sarebbero musei, perché mancherebbero la programmazione e la pianificazione degli eventi.
Queste stesse motivazioni, per loro natura deboli, perdono consistenza quando lo stesso estensore parla di una amministrazione che avrebbe messo i bastoni tra le ruote “ai commercianti interessati a “produrre” cultura”, passaggio che ci lascia inebetiti perché sentite che un commerciante possa, debba o voglia produrre cultura sembra veramente eccessivo.
Un commerciante può finanziare la cultura, può offrire i suoi spazi per la cultura, ma non può fare cultura che, per la sua stessa natura, (del commerciante), è solo cultura per fare affari.
Senza dire che spesso la cultura, nei locali, è intrattenimento, spettacolo, regolato da precise normative che sono quelle che impediscono all’amministrazione e di rilasciare le debite autorizzazioni.
Visioni di questo tipo, che definiremmo di comodo, sono esplicitate da un altro post che afferma come non possa avere nulla di culturale un’amministrazione che “vieta la musica live nelle piazze e nei locali”
A Marina non sarebbe stata autorizzata nessuna band per suonare nei locali, ma non viene specificato che, forse, le band si sarebbero volute far suonare all’aperto.
Fortunatamente, c’è chi la pensa in modo diverso, a proposito dei requisiti della città in fatto di cultura.
Un ragusano, importante dirigente di aziende pubbliche, che, da tempo, vive al nord, ritiene, addirittura, che la candidatura cercata stia stretta a Ragusa e bisognerebbe puntare più in alto.
Segnale inequivocabile che siamo noi locali, talvolta, troppo severi, con la città e con chi la amministra, mentre chi ha visioni, più aperte, chi ha esperienza di realtà diverse, chi ‘vive’ altre realtà, anche in termini di cultura, giudica diversamente Ragusa e le sue diverse ricchezze.
Addirittura questa persona fa un parallelo con Matera, una località che ha il pregio, quasi esclusivamente, di essere ben ‘venduta’, come buona parte della Puglia.
Non dovremmo essere secondi a Matera, che non ha nulla di più di Ragusa, anzi, aggiungiamo noi, ha molto meno, è collegata malissimo al resto d’Italia (veramente un incubo arrivarci, altro che Ragusa) ed ha avuto solo il merito di averci provato con tenacia…
Giusta la conclusione del ragusano trapiantato al nord: Alziamo la testa e puntiamo in alto!
