Lo sfascio del PD trascende, come avviene solitamente per i partiti, nella farsa

Leggere sui giornali le vicende del Partito Democratico in Sicilia costituisce un’amenità sempre rara da godere.
Nonostante il crollo verticale dei consensi e il fuggi fuggi generale dal partito, le vecchie cariatidi insistono nel voler mantenere posti di potere all’interno della struttura di partito e cercano disperatamente di ricostituire maggioranze più o meno serie che possano assicurare cariche di comando.
Totà Cardinale, uomo del PD ma anche leader di Sicilia Futura, ha dato l’ultimatum, o si cambia o ci si saluta, ma sembra tanto il padrone di casa che si alza e saluta gli ospiti, dicendo: “se volete stare, state pure, ma io vado a dormire”
A strepitare sono i residui della vecchia guardia, come Cracolici, eletto in extremis, o reperti come Bruno Marziano che, fuori dal’ARS, entra ora in fibrillazione una volta realizzato che è fuori dal giro.
Nessun cenno al voro svolto e quali meriti si sono acquisiti, si parla solo di linea del partito che non va, come se fosse solo Renzi la causa di tutti i mali e non l’incapacità e l’inutilità di molti componenti che hanno portato il partito alla disfatta e al crollo dei conensi.
Si parla ormai solo di Renzi, dei suoi errori, come se tutti quelli che ne discutono fossero immuni da valutazioni.
Leggere della geografia politica dei gruppi e delle correnti fa solo sorridere e riporta ai tempi della prima repubblica quado si pubblicavano gli atlanti sulla composizione interna dei partiti.
Originato dal classico bicomponente DS-Margherita, il PD ha ereditato il peggio della vecchia Democrazia Cristiana.
Rappresentanti di vari deputati e sindacalisti della CGIL si contrapponevano alla nuova truppe renziane ingaggiate da Davide Faraone.
L’accortezza era quella di nominare una ‘nullità’ politica come segretario regionale, facilmente manovrabile, nella persona di Fausto Raciti che di siciliano aveva, forse, l’origine o una breve permanenza residenziale nell’isola, una volta vicino a D’Alema, poi passato con i ‘giovani turchi’
Le vicende recenti hanno visto la sopportazione del governo Crocetta che, naturalmente, è diventata gradimento quando alcuni notabili del partito sono entrati in giunta come salvatori della patria.
Una storia da film di Totò che vede ancora, localmente, esponenti del partito che parlano male di Crocetta come fosse stato Presidente di un governo di centro destra.
Oggi della vecchia ala della Margherita si sono salvati solo Lupo, Barbagallo e Gucciardi, dei vecchi DS, Cracolici e Arancio, per il resto esemplari dell’UDC, Sammartino, di Grande Sud, ancor prima Megafono, La Lantieri, o il discusso Cafeo, una volta uomo di Gino Foti assegnato come attendente del sindaco Garozzo.
La situazione sembra non infierire direttamente sulla sopravvivenza della segreteria nazionale, nonostante l’ennesima sconfitta elettorale che, in un ordine normale delle cose metterebbe in discussione prima di tutto i vertici.
Il paradosso, tutto siciliano, è che si cerca di non mettere in discussione anche i vertici regionali.
Raciti tiene per i due eletti Cracolici e Arancio, ai quali si aggiunge Cafeo che ha ricevuto sostegno dalla corrente.
La Lantieri ha come referente Michele Emiliano, corrente di minoranza, e fa capo, in Sicilia, a Crisafulli.
Alleati di Renzi, al momento, gli uomini di Franceschini, Lupo e Barbagallo.
Cinque i renziani della corrente che fa capo a Faraone, Sammartino, Gucciardi, Nello Dipasquale, , Catanzaro, De Domenico.
In totale i renziani sono cinque più due franceschiniani, tre dell’area Cracolici, una della minoranza.
Non ci dovrebbero essere problemi a far fuori la dirigenza regionale, mentre si dovranno assegnare le due uniche poltrone disponibili per le truppe dei perdenti, quella di capogruppo e forse quella di vicepresidente dell’Ars, che potrebbe andare al Pd.

Stesse difficoltà che si riscontrano in periferia. A Ragusa, per esempio, da molto tempo, i notabili del partito attendono le dimissioni del segretario provinciale Denaro.
Protagonista della storia recente del partito in provincia, spettatore indifferente delle vicende interne e arbitro parziale delle contrapposizioni che ci sono state nel capoluogo, Denaro, come segretario, è stata la summa dell’incapacità unita alla inadeguatezza al ruolo, favorito solo dai frequenti cambiamenti di umore e di alleanze che gli permettevano di stare a galla.
Uomo vicino ai Nicosia di Vittoria, rappresentante degli accordi nell’area ipparina del partito, doveva la sua carica anche alla vicinanza politica di Gianni Battaglia e Giuseppe DiGiacomo.
Uscito dal partito Battaglia, decaduti i Nicosia per le note vicende giudiziarie, restava solo Digiacomo a giustificare la presenza di Denaro in sella al partito, non eletto anche Digiacomo, non sia attendono che le dimissioni, una volta che l’asse del partito è ormai decisamente spostato al centro renziano, non solo geograficamente.
La sua insistente permanenza è un altro segnale del disagio interno del partito, sulle cui vicende interne gli aderenti, ormai, non hanno nemmeno il pudore di tacere.

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