di redazione
Testo del dott.Fabrizio Occhipinti, responsabile culturale del Comitato dei Festeggiamenti
Dall’11 giugno al 5 luglio 2015, nel Museo della Cattedrale, sono state esposte sei antichissime pergamene, dopo un attento e capillare restauro conservativo, gelosamente custodite nell’archivio della Cattedrale.
La più antica di esse è datata 29 maggio 1612 e risulta essere un vero e proprio atto notarile, redatto a Palermo, che sancisce la donazione di due reliquie di San Giovanni Battista (un dente o molare e un frammento osseo del braccio), fatta da don Pietro Cremona, sacerdote di rilievo della Curia palermitana, all’amico, nonché Governatore della Contea di Modica, Paolo La Restia.
Ciò che impreziosisce l’atto è la presenza di una dichiarazione del 1604, dell’allora Arcivescovo di Palermo Don Diego De Haedo, che attesta l’autenticità delle due reliquie.
A distanza di pochi giorni dalla donazione, La Restia non esitò, a sua volta, a donare le due reliquie alla parrocchia giovannea dell’antica Ragusa, verso cui si sentiva profondamente legato.
Bisognò aspettare il 1640 per custodire in modo solenne e sicuro il dente di San Giovanni.
Il compito venne affidato a due rinomati argentieri palermitani operanti a Catania, Paolo Aversa e il figlio Cesare, i quali realizzarono un capolavoro unico dell’argenteria siciliana.
Si tratta della meravigliosa ed espressiva testa argentea di San Giovanni, nella cui bocca essi incastonarono il dente, collocata all’interno di un bacile in argento e bronzo dorato finemente lavorato a sbalzo, entrambi sistemati definitivamente nel 1731 sulla parte anteriore dell’Arca Santa da Pietro Paparcuri e Gaspare Garufi.
Nel 1664 si pensò invece alla sistemazione della seconda reliquia, il frammento osseo del braccio, su espressa richiesta di Don Antonio Sortino Trono, il quale affidò ad argentieri siciliani il compito di realizzare un braccio d’argento. Per quanto possa risultare discutibile, l’origine di questa commissione rimane ancora oggi suggestiva e ricca di fascino anche a distanza di secoli.
Secondo quanto riportato infatti dalla storiografia locale, pare appunto che nel 1664 la parte meridionale della Sicilia patisse un duro periodo di siccità. Ciò indusse tutti quei cittadini ragusani devoti del Battista, in particolare chi lavorava la terra e allevava il bestiame, a ritrovarsi nell’antica chiesa di San Giovanni per fare penitenza e pregare ininterrottamente l’Altissimo, perché su intercessione del loro Santo ascoltasse le loro suppliche e li liberasse da quel terribile flagello.
Nel frattempo capitò che un rispettabile cittadino ragusano, Antonio Sortino Trono appunto, assistendo quotidianamente a tutto questo, mostrava diffidenza e irrideva tutti quegli innumerevoli, che comprensibilmente provati, riponevano la loro fiducia nel Signore.
Fu così che accadde l’imprevedibile, perché in men che non si dica venne giù una pioggia talmente intensa che provocò non pochi problemi e soprattutto l’allagamento di tutti i terreni.
Soltanto quello del Sortino Trono rimase incredibilmente all’asciutto.
L’uomo, in questo inspiegabile evento, ci vide un segno del Cielo e capì di essere caduto nell’errore, di avere dubitato della Divina Provvidenza e così non solo iniziò la sua conversione, ma volle rimediare all’errore anche nei confronti del Battista, finanziando di tasca propria la realizzazione di un braccio d’argento “a perpetua memoria della sua devozione e in espiazione della sua incredulità”.
Questa autentica opera d’arte, alta 52 cm e avente la base del diametro di 18 cm, venne, come detto, magistralmente lavorata a sbalzo e cesellata da maestri argentieri siciliani, i quali incastonarono a metà della parte anteriore il frammento osseo del Precursore.
Il marcato realismo della mano e dell’avambraccio accentua la sensazione di sentirne la morbidezza della pelle e la vita che scorre al suo interno. Come fu per il già citato piatto con la testa del Battista, il braccio venne collocato sulla cuspide dell’Arca Santa, così come si evince dal disegno di quest’ultima, ma nel 1838 cedette il posto alla raffigurazione del Battesimo, realizzata dalla bottega ragusana di Antonino Paolino. Successivamente, per un lungo periodo, veniva portato in ospedale e nelle case di tutti coloro che dovevano subire l’intervento d’ernia, sia come conforto sia come speciale protezione.
Oggi viene esposto alla venerazione dei cittadini ragusani nei mesi di giugno e agosto e quest’anno, in particolare, dal 19 al 21 giugno è stato protagonista di un evento che non ha precedenti.
Infatti il vescovo di Gozo (Malta) Mons. Mario Grech ha avanzato al nostro vescovo Mons. Paolo Urso la richiesta di avere il braccio reliquiario, nei giorni in cui la comunità di Xewkija festeggia San Giovanni Battista e in occasione dei 170 anni del loro simulacro processionale.
Per la prima volta quindi il braccio ha varcato i confini di Ragusa, accompagnato dal parroco della Cattedrale don Girolamo Alessi, dal vicario don Maurizio Di Maria, dal Comitato Festeggiamenti, da alcuni portatori e devoti, per raggiungere la comunità di Xewkija dove il Battista è molto venerato.
L’accoglienza è stata grandiosa e la gente di Gozo festosa e visibilmente commossa.
All’interno della maestosa chiesa di San Giovanni, gremita ogni giorno all’inverosimile, la gente si accalcava per poter fotografare il braccio esposto alla venerazione e si creava un’interminabile fila per poter baciare e toccare la reliquia o anche solo per sfiorarla con un fazzoletto.
Rimarrà indelebile la solenne processione cittadina del 21 giugno, che ha visto il braccio montato su un fastoso fercolo e portato a spalla da quattro sacerdoti della Diocesi di Gozo, accompagnato da autorità civili ed ecclesiastiche e acclamato dalla gente assiepata per le vie di Xewkija.
Sono stati giorni di festa e di gioia, ma anche giorni in cui le comunità di Ragusa e Xewkija si sono ritrovate insieme nella fraternità e nel segno di Giovanni il Battista.
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