di Cesare Pluchino
I pochi pezzi esposti forniscono l’idea delle potenzialità della raccolta di abiti d’epoca, oltre a dare precise indicazioni per le politiche occorrenti a valorizzare il Castello di Donnafugata
Abbiamo avuto modo di esprimere positivi giudizi sulla Mostra ‘Ottocento anteprima’, ospite delle stanze del piano nobile del Castello di Donnafugata.
Una visita, successiva a quelle consecutive della giornata inaugurale, ci ha confermato le impressioni del primo momento e ha sancito la competente abilità di eccelso giocoliere della museologia dell’architetto Nuccio Iacono, chiamato a curare la prima di tre sezioni espositive per le quali ha ricevuto incarico dall’amministrazione e, specificatamente, dall’ex assessore Stefania Campo, determinante, per le sue competenze, nel raggiungimento di un obiettivo per il quale si nutrivano non poche perplessità.
Magie nel far rivivere il Castello e le sue stanze del piano nobile, con atmosfere e musiche che rendono vivi non solo quella che fu la dimora di campagna del Barone Corrado Arezzo ma gli stessi abiti esposti.
Mentre prima si apprezzava la visita al Castello solo perché faceva rivivere atmosfere di un passato ormai impossibile da rivivere, l’abile disposizione dei pezzi lungo il percorso museale rende quasi l’idea di una casa dove, poco prima, i residenti si siano destati dal riposo notturno e abbiano lasciato le stanze a disposizione dei visitatori, dopo che la servitù abbia sistemato le camere.
Magie nel far dimenticare, forse non solo temporaneamente, dubbi e perplessità sulla collezione di abiti d’epoca: passati in secondo piano il numero reale dei vestiti acquisiti, il loro stato di conservazione, le spese occorrenti per approntare i locali destinati ad ospitare la Galleria del Costume e per la sua gestione.
Di attualità diventa ora la questione, forse delicata all’interno della giunta di Palazzo dell’Aquila, della possibile concessione al privato dell’antico maniero, alla luce delle acquisite potenzialità di sviluppo turistico territoriale che porta dietro una sapiente gestione del patrimonio comunale.
Per ora, godiamoci la prima Mostra, questa anteprima della moda dell’Ottocento, che potrà costituire, se lucidamente gestita in termini di promozione e di eventi collaterali, una inesauribile fonte di energia rinnovabile per il marketing territoriale.
Peccato che l’esordio della campagna promozionale, con particolare riguardo alla diffusione dei poster in ambito regionale, denoti estrema superficialità, e inadeguatezza sulla materia, con scelte che hanno vanificato, alla base, un primo consistente intervento economico.
Si arriva all’esposizione museale condizionati dagli ambienti attraversati prima di far ingresso nelle stanze della dimora patrizia: l’oro della campagna ragusana, punteggiato dal verde di secolari carrubi, la corte esterna del castello, con le antiche stanze dei massari, la monumentale facciata del maniero, il vasto cortile centrale da cui si accede allo scalone nobile che porta al primo piano
Qui, il percorso incentrato su due sezioni parallele: una che riguarda la storia della moda e ne mette in luce l’evoluzione stilistico sartoriale. Sezione che si distingue per la presenza di vetrine ove sono contenuti alcuni abiti di eccellenza della collezione.
La sezione parallela mette in evidenza un focus sulla moda riferibile agli anni che vanno dalla seconda metà dell’ottocento alla fine del secolo.
Un progetto, quello della seconda sezione, malcelato, di stabilire un continuum della Bella Époque che a Donnafugata ebbe modo di trovare fulgore in alcuni abiti e accessori importanti della raccolta.
Una sezione di abiti non protetti da vetrine, pensata per mettere in funzione una fusione ‘scenografica’ con l’ambiente, che obbligherà ad una rotazione dei pezzi
in esposizione per evitare lo stress dei tessuti.
Solo un cenno sulle difficoltà di ordine pratico che hanno coinvolto il curatore, e tutto lo staff, per allestire l’esposizione sul costume: musealizzare un capo di abbigliamento o un accessorio è operazione difficile, l’abito non nasce come una scultura o una pittura, vive di una ‘tridimensionalità in movimento’, un movimento che è complice del corpo in azione.
Allestire una mostra significa trasferire l’abito su manichino e, quindi, bloccarlo in una ‘tridimensionalità statica’, quasi snaturane l’anima, toglierne la vita.
Ma sono operazioni inevitabili, che restituiscono nuova vita, non meno importante, per consegnare gli abiti alla storia. Abiti appartenuti ad un tempo ormai concluso, unitamente a determinate tipologie di “estetica, vanità e mutamento”
A Donnafugata gli spazi espositivi si prestano, come pochi altri, per la mission di un museo del costume, perché la visione dell’oggetto esposto diventa immaginazione e rievocazione negli stessi ambienti del Castello.
Nel fasto delle sale, l’abito esposto va oltre la sua materialità, diventa oggetto messaggero e intermediario tra l’uomo del passato e la storia dell’ambiente.
La moda, infatti, non è solo ciò che è nell’oggetto (abbigliamento), ma è anche costituita dalla poesia che questo emana, dall’armonia che lo circonda e dalle sensazioni che suscita nell’osservatore
(si ringraziamo per la consulenza fornita e il materiale messo a disposizione l’arch. Giuseppe Nuccio Iacono e Stefano Vaccaro)
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