Un documento dei vertici di Confcommercio provinciale di Ragusa e dei presidenti sezionali al Prefetto e ai Sindaci iblei.
Il timore, fondato, è quello della non riapertura o della chiusura definitiva a ottobre. Paure legittime e bene fa l’associazione locale a farsi portavoce delle istanze dei singoli associati.
Ma servirebbe maggiore attenzione per tutti i settori, non solo commerciali, perché le difficoltà dovute all’emergenza e al lokdown sono comuni, difficoltà per mantenere economicamente l’azienda, per mantenere i livelli occupazionali.
Sono già in ambasce il concessionario d’auto e il barbiere, il negoziante di mobili e chi vende elettrodomestici.
Chi ha dietro le spalle strutture solide e consolidate nel tempo, può sopravvivere, con adeguati accorgimenti e con una buona dose di licenziamenti, chi solido non era o, peggio, era già appesantito da esposizioni finanziarie, avrà, di certo, maggiori difficoltà, ma un fatto è certo, tutti sono nella merda, per dirla chiaramente.
Il problema è chi dovrebbe pagare l’emergenza: se lo stato centrale non decide, come hanno fatto altri stati, di erogare somme a fondo perduto, in relazione alle varie dimensioni delle aziende, sulla base dei fatturati ufficiali degli anni precedenti, è difficile sperare che gli appelli ai Comuni possano avere risposte, se non ci sarà una iniezione di liquidità, prima di tutto per i Comuni stessi.
Una prima indispensabile e inevitabile esigenza è quella di capire quante sono le aziende in difficoltà, prevedibilmente tutte, e quanto serve: inutile disquisire sulle misure necessarie se non c’è un censimento preciso delle richieste e del loro costo globale, perché sarebbe surreale fornire sostegno per poi vedere chiudere le aziende, come paventato, all’inizio della prossima stagione, perdendo così, capra e cavoli.
Servirebbe uniformarsi, prima, alle decisioni e alle misure del governo centrale e verificare, poi, su base locale, quelle che possono essere esigenze particolari.
Il Presidente provinciale Confcommercio Ragusa, Gianluca Manenti, che, fortunatamente, sembra persona con la testa sulle spalle, sottolinea le difficoltà delle attività commerciali che già hanno dovuto fare a meno di 2 mesi abbastanza importanti, quali aprile e maggio, e noi aggiungiamo anche marzo, e ora si ritrovano ad affrontare una ripresa dagli esiti imperscrutabili.
Quello che verrà a mancare sarà il turismo, non ci si potrà mantenere con una esigua quota di turismo di prossimità, regionale, e anche la gente del posto non uscirà indenne dall’isolamento.
Considerazioni attente quelle di Manneti che, però, come ogni volta, incentra il prosieguo della sua nota sulle attività di somministrazione che, come bene non di prima necessità, potrebbero passare in secondo piano, per la paura del contagio e per evitare affollamenti, e per le restrizioni sanitarie.
Più colpito sarebbe il settore della ristorazione, ma noi vorremmo essere più ottimisti e pensare che, alla fine, si riuscirà a mangiare una pizza o una frittura di pesce in santa pace.
Stare al ristorante non sarà, poi, così diverso da un qualsiasi luogo di lavoro, a meno che non si voglia istituzionalizzare uno stato di emergenza infinito dagli esiti imprevedibili, economicamente e socialmente.
Per le difficoltà che si prevedono nel settore, i vertici di Confcommercio chiedono precisi interventi, primariamente agli enti locali:
sgravio totale per tutto il 2020 di Tari (Tassa sui rifiuti), canone idrico; Imu (Imposta municipale unica); Tosap (Tassa occupazione spazi ed aree pubbliche).
Le attività commerciali dovranno inoltre andare incontro ad altre spese: Siae (Società italiana degli autori e degli editori), contributi dei propri dipendenti, assegni fornitori rimasti insoluti, acquisto di materie prime, (potrebbero esserci delle azioni di sfiducia da parte di qualche fornitore che potrebbe richiedere il pagamento delle merce al momento dello scarico; mutui non sospesi; impossibilità di licenziamento, spese di sanificazione e investimento per l’acquisto di nuovi sistemi di sicurezza; canone di affitto insoluto dei mesi passati, con successive difficoltà nella contrattazione per saldare i mesi pregressi; utenze luce e gas da dover saldare alla riapertura.
Al riguardo riteniamo opportuno ribadire che servirebbe conoscere l’entità degli aiuti richiesti, perché ci sono voci indefinite, assegni fornitori rimasti insoluti, canoni di affitto insoluti, utenze da saldare, tutte voci che potrebbero far lievitare il costo di eventuali aiuti.
Per quanto riguarda i dehors, Confcommercio chiede la possibilità di ampliare la propria occupazione di suolo pubblico
C’è anche la questione sanitaria, del controllo dei dipendenti, dei necessari e indispensabili tamponi.
Il solo differimento dei tributi locali non basta, molti saranno indotti a non riaprire, la ripresa ad ogni costo potrebbe risultare un suicidio economico
Al momento le conclusioni di Confcommercio valutano inadeguate le misure del governo nazionale, per cui si fa appello alle amministrazioni comunali che dovrebbero avere il dovere di tutelare il commercio nelle proprie città.
Ci riusciranno?
