Il quasi quotidiano comunicato di Confcommercio per il settore della ristorazione conclude, oggi, che, alla luce delle indiscrezioni sul documento tecnico prodotto da INAIL e Istituto Superiore di Sanità, sarà meglio per le diverse attività restare con le saracinesche abbassate e vivere sulle spalle dello Stato sino a quando non sarà tutto finito.
Non ha torto Gianluca Manenti, presidente provinciale Confcommercio Ragusa, a pensarla così, anche se parte da un assunto difforme da quello del documento citato.
Manenti ipotizza un distanziamento fra i tavoli di 4 metri, il documento parla di 2 metri, tra un tavolo e un altro, e di 4 metri quadrati per ogni cliente: in pratica in una sala di 40 mq ci vanno 10 persone.
Ma non è questione di metri, è già passata la fame perché entrare in un ristorante, ammesso che ti fanno entrare, è come varcare la soglia di un campo di concentramento, dove se sbagli riceverai un colpo di mitragliatrice, come avvertimento, se il peccato è veniale e non del tutto compiuto, o, peggio, la camera a gas.
In pratica, per chi frequenta i ristoranti stellati farà poca differenza aggiungere al conto una sanzione amministrativa, il problema, come al solito, sarà per i poveracci che vanno a mangiare la pizza o un piatto di spaghetti.rilancia la provocazione del presidente nazionale di Fipe, Lino Enrico Stoppani.
“I casi sono due – chiarisce Manenti – o si riaprono i locali, dando ai ristoratori la possibilità di lavorare in sicurezza, con protocolli organizzativamente praticabili ed economicamente sostenibili, seppur con capienze ridotte, oppure è preferibile tenere tutto chiuso. A quel punto lo Stato dovrà in qualche modo aiutare 1,25 milioni di persone che dovranno vivere sulle sue spalle, almeno fino quando il coronavirus sarà stato vinto”.
La categoria dei ristoratori e degli esercizi pubblici ritiene che le attività possano riaprire garantendo la sicurezza sanitaria degli avventori e, in tal senso,hanno prodotto una ipotesi di protocollo sanitario per il settore, redatta con il contributo di un virologo, trasmessa al governo ma della quale non c’è nessun riscontro.
Il tutto nasce dalle mille valutazioni e dalle diverse tesi che studiosi ed esperti della materia non riescono a condividere nella loro interezza.
La questione sembra affidata al «Documento tecnico su ipotesi di rimodulazione delle misure contenitive nel settore della ristorazione», che dovrebbe normare le riaperture nel settore, previste per il 1° giugno ma attese, in qualche regione, anche per il 18 maggio.
Il documento è di una complessità enorme e non mostra certezze, fattore che presta il fianco alle diverse valutazioni: si prospetta l’ipotesi di barriere divisorie, che potrebbero aumentare il numero di clienti per metro quadro, si parla di alta possibilità di contaminazione di stoviglie e posate, oltre che dei problemi che potrebbero derivare dai flussi di aria condizionata.
Si parla di prevedere il ricambio di aria naturale e la ventilazione dei locali, norma molto importante anche per i servizi igienici che, purtroppo, dalle nostre parti, sono spesso dei cubicoli senza aria esterna e con condizioni igienico sanitarie da codice penale.
Con la buona stagione si potranno privilegiare gli spazi all’aperto, rivisti nell’estensione, pregando gli dei che tutto finisca prima dell’inverno.
Per il resto, passa la fame già a leggere le misure di igienizzazione che sarebbero imposte al termine di ogni servizio al tavolo. Il servizio al buffet non sarà consentito, non ci saranno menù cartacei, dovrebbero essere imposti i pagamenti elettronici con contactless, a pensarci bene tutte misure che, soprattutto in un ristorante, dovrebbero essere adottate anche in tempo di pace, sale, pepe, formaggio grattugiato, olio, aceto in monodose con posate sanificate in busta, bicchieri di plastica…pardon… siamo plastic free.
Ma non mancano anche le amenità, perché si ipotizza l’autocertificazione che può fare guadagnare qualche coperto se fra gli avventori ci saranno conviventi.
