Sono finite le storielle dei 5 Stelle

di Cesare Pluchino
La discesa di Grillo a Roma conferma che non ci sono leader in grado di tenere unito il Movimento

Non sono solo i fatti di Roma a confermare lo stato di profonda confusione in cui versa il Movimento 5 Stelle, incapace di venire a capo della situazione più difficile, dalla nascita, della formazione politica che si avviava al governo dell’Italia e della Sicilia.
Ci vorranno le parole di Grillo dal palco di Nettuno per mettere ordine nella faccenda romana, ma il comico genovese, che già pensava di defilarsi dalla sua creatura, non può ridursi a fare il badante di quattro giovani arrivati, forse troppo presto, alla porta del potere.
Coperti dal frastuono proveniente dalla capitale, non emergono, intanto, le tensioni che dominano a Palermo per la scelta dei candidati a sindaco, per quella che sarà la prossima puntata del teatrino a cinque stelle.
Lo spettacolo offerto dai fatti romani, al netto di gossip, chiacchiericcio e scorrettezze mediatiche, non è stato certo edificante, per diversi aspetti, del resto non ci si poteva spettare altro quando l’avversario principale, se non unico, è un partito con oltre cento indagati.
Hai voglia di ribadire che non c’è nulla di eclatante, che non hanno arrestato nessuno, quando il lavoro per i giornalisti è stato offerto dagli stessi grillini che hanno fatto a gara per darsele, verbalmente, di santa ragione.
Dobbiamo fare ammenda, noi che ci occupiamo anche delle cronache politiche in questo estremo lembo di Sicilia, per aver spesso stigmatizzato le tensioni, le rivalità, i contrasti, le ambizioni dei grillini ragusani.
Statisti se paragonati ai colleghi nazionali, politici di eccellenza valutate le mosse di quelli che avrebbero dovuto essere i leader, gente come i nostri Piccitto, Corallo, Martorana, Agosta, Tringali e Stevanato, nel piccolo di una città di soli 70.000 abitanti, hanno mostrato capacità politiche di tutt’altro stampo rispetto alla mediocrità venuta fuori da Roma.
Non stiamo dicendo che non possono aver sbagliato qualche passaggio, i cittadini amministrati, alla fine, potranno non condividerne la gestione della cosa pubblica, ma ci possiamo ritenere ‘in paradiso’.
Da noi può reggere, ancorché fosse realistico il giudizio, il “meglio inesperti che disonesti”
Quello di Roma doveva essere il test per governare, prima la capitale e poi la nazione: quanto accaduto non è il risultato della prova, che scaturirà, invece, da come i grillini ne usciranno fuori.
Perché in questo sta il motivo dell’intervento, forse ritardato, di Grillo: occorre tornare al lavoro con eleganza, con rinnovato entusiasmo, in totale trasparenza e con il pieno riconoscimento delle enormi ‘sbandate’ che si vogliono definire errori.
In verità, fino a poche ore fa, solo bocche cucite, stanze blindate, mezze frasi, nessun ossequio alla chiarezza e alla trasparenza, ma questa è, appunto la fine delle storielle dei cinque stelle.
La fine della diversità, dell’innocenza, della purezza, del partito che nasce dal basso, il trionfo, invece, della impreparazione, della sudditanza e della presunzione.
Si discute ancora sul contrasto fra il sindaco di Roma e i vertici del Movimento sul destino dei fedelissimi: il segno evidente che a Roma parlamentari e vertici del Movimento 5 Stelle contano poco o nulla.
Il fuoco divampa all’interno della bolgia del ‘raggio magico’ dove pentastellati non ce ne sono: il capo di gabinetto, il vecchio assessore al bilancio e quello nuovo, il vice capo di gabinetto, l’assessore ai rifiuti, il responsabile della segreteria, tutte persone che con il Movimento 5 Stelle non hanno avuto mai a che fare, tutt’al più gente che è salita, da poco, sul carro del vincitore.
Ancora nessuno ha avuto il coraggio di mandare a casa gente che sapeva cose delicate e non ne ha fatto cenno, diventando complice e connivente delle solite situazioni della vecchia politica.
Il capo di gabinetto sapeva dell’indagine sulla Muraro e non ha parlato, verosimile che lo sapesse l’assessore al bilancio che ha taciuto anch’egli, il nuovo assessore candidamente dichiara di essere stato invitato dagli amici degli amici, l’assessore Muraro, una esperta maga della vecchia politica, vice capo di gabinetto e capo della segreteria, pare dipendenti comunali assurti a ruoli di vertice, con annesso decollo dei compensi, sono uomini dei vecchi poteri di Roma, i manager delle partecipate svelano che assessori della giunta premevano per spostamenti di dirigenti vicini al Movimento, ma nemmeno si pensa di far luce sulle rivelazioni.
Con tutto questo la Raggi ancora fa resistenze per mantenere un minimo di autorevolezza e non mandare tutti a casa: una tipica commedia all’italiana, in nome di una unità che non si può perdere a meno di non perdere tutto.
Come li ha definiti Travaglio, infantilismi da Asilo Mariuccia, ma vorremo chiedere che valore possono avere le scuse della Raggi auspicate dal direttore del Fatto online.
Non deve chiedere scusa, deve solo lavorare con gente per bene e con le porte aperte, rendendo conto, prima di tutto, al Movimento che l’ha messa lì, perché, a tutt’oggi, fra i 5 Stelle nessuno è qualcuno, sono solo stelle che, come si sa, non brillano di luce propria.
Tanti signor nessuno che il Movimento, Grillo, la base hanno incaricato di alcune mansioni. Solo dei dipendenti.
Il casino messo su dai grillini è colossale, la smania di protagonismo, di rivalità, di ripicche, i giochi correntizi, rischiano di buttare giù tutto.
Troppo enfatizzati, mediaticamente, i fatti, ma siano nella capitale e i poteri forti, toccati negli affari che contano, hanno concentrato il fuoco sui vertici del Comune, era pure prevedibile, ma appunto per questo paradossali sono gli errori enormi di chi ha gestito i giochi di potere in maniera dilettantistica e artigianale.
La prova che si tratta di artifici mediatici è data dal fatto che, a Milano, il neo sindaco, già indagato prima dell’elezione, ha nominato assessore al bilancio il suo socio in affari, il capo di gabinetto è il coordinatore della comunicazione e della promozione politica della sua campagna elettorale, che non poteva essere nominato senza gara che poi, messa su, lo ha visto vincitore, la nomina della segretaria generale del Comune ha dovuto essere revocata per avviso di garanzia all’interessata.
Onestamente, su queste storielle, poco si è letto sui giornali.
Gli esiti degli incontri romani vedono la Raggi resistere sulla Muraro fino alla contezza sugli addebiti del giudice, il vice capo di gabinetto sarebbe spostato ad altro incarico, il capo della segreteria vedrebbe ridotto il compenso, troppo poco perché il Direttorio nazionale e quello romano possano dire alla base che le questioni sono risolte.
Sono finite le storielle, ma il fuoco è destinato a covare sotto la cenere ancora per molto.

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