Legambiente Ragusa: “Non c’è bisogno degli inceneritori”

Il responsabile per l’economia circolare del Circolo ‘Il Carrubo’ di Legambiente Ragusa, il dott. Claudio Conti, ha diffusa una nota, indirizzata al Presidente della SRR di Ragusa, l’avv. Giuseppe Cassì, e al Dirigente della SRR di Ragusa, Dott. Fabio Ferreri, avente per oggetto la questione degli inceneritori in Sicilia.

Questo il testo integrale della nota:

NON C’E’ BISOGNO DEGLI INCENERITORI
In provincia di Ragusa aumenta la raccolta differenziata e diminuisce il rifiuto da smaltire.
In base ai dati della SRR d Ragusa la Raccolta Differenziata nella provincia di Ragusa nel 2021 si è attestata al 68,15% mentre il Rifiuto Urbano Residuo da smaltire si è ridotto a 43.000 tonnellate.
Nel 2018 la RD era appena al 33,49% e il Rifiuto Urbano Residuo era pari a 94.500 tonnellate. In tre anni la RD è più che raddoppiata e il rifiuto da smaltire si è più che dimezzato. Continuando così nel 2022 si supererà senza problemi il muro del 70% di RD collocando la provincia di Ragusa accanto alle provincie italiane più virtuose.
Servono però interventi a monte del trattamento del residuo secco attraverso il potenziamento delle azioni di riduzione dei rifiuti, il prolungamento della vita utile dei beni, l’ampliamento delle frazioni differenziate raccolte e il loro riciclaggio, l’applicazione dei più performanti sistemi di raccolta sia sotto l’aspetto quantitativo che sotto quello qualitativo per rendere minimo sia il Rifiuto Urbano Residuo che gli scarti delle frazioni differenziate.
Fondamentali poi gli interventi sul trattamento con la selezione del Rifiuto Urbano Residuo ai fini dell’ulteriore intercettazione di materiali riciclabile e la biostabilizzazione delle frazioni organiche fino a bassi indici respirometrici, con utilizzo alternativo del biostabilizzato.
Per ottenere tutto ciò è condizione necessaria però, oltre a nuovi impianti come il digestore anaerobico per la produzione di biometano dai rifiuti organici, potenziare la comunicazione ai cittadini che oggi è fortemente carente in tutti i comuni della provincia e il controllo del servizio di igiene urbana per un corretto conferimento dei rifiuti differenziati istituendo la figura degli agenti accertatori comunali ambientali per ovviare alle croniche carenze dei vigili urbani.
Con queste condizioni, ma ciò vale anche nelle condizioni di oggi, gli inceneritori proposti dal governo regionale come la soluzione del problema rifiuti in Sicilia risultano non solo inutili ma addirittura controproducenti all’economia circolare oltre che antistorici. Gli inceneritori ostacolano la raccolta differenziata.
Se ne è accorta anche la Danimarca, patria dell’incenerimento, che ha annunciato pubblicamente un piano di decommissioning per il 30% della capacità complessiva, visto che puntando sugli inceneritori negli ultimi 10 anni non è riuscita ad andare oltre il 50% di raccolta differenziata.
Nello stesso periodo la Slovenia è invece passata dal 3 al 70% di RD perché ha scelto di non costruire l’inceneritore a Lubiana dispiegando invece le varie potenzialità della riduzione, riuso, riciclo e così non soffre delle relative rigidità di sistema dell’incenerimento.
In Europa anche la Catalogna, la Scozia e le Fiandre stanno adottando una moratoria su nuovi impianti, o annunciano lo spegnimento progressivo di quelli esistenti. Stessa direzione verso la quale è andata l’Emilia-Romagna e sta andando la Toscana. Se a Treviso avessero realizzato, come volevano fare, due inceneritori, non sarebbe diventata la provincia più avanzata in Italia, in Europa e nel mondo per quanto riguarda la raccolta differenziata.
Perché ove ci sono inceneritori si crea la necessità di assicurare il ritorno dell’investimento, per tecnologie che non sono convertibili e sanno fare solo quello: bruciare quantitativi prefissati di rifiuto residuo.
La questione è che dove c’è un inceneritore spesso non si arriva a definirne la data di spegnimento, perché nei piani finanziari degli impianti non c’è il costo del decomissioning ( dismissione ) finale, e così alla fine del piano di ammortamento si è costretti a prevederne il revamping ( ammodernamento ), e dunque tenerli accesi per altri lustri.
Parliamo di tecnologie ad elevata intensità di capitale ( capital intensive ) che devono funzionare per il tempo previsto e per il tonnellaggio previsto costringendo i comuni a portare la stessa quantità di rifiuto residuo ogni anno. Gli inceneritori ostacolano inoltre la lotta ai cambiamenti climatici. Se finora l’incenerimento con recupero energetico è stato indicato come un’alternativa alla produzione tradizionale di energia che permette una riduzione delle emissioni di gas climalterante oggi non è più vero anzi viceversa contribuisce al peggioramento dell’effetto serra.
30 anni fa aveva un senso produrre energia con gli inceneritori in quanto sostituivano i combustibili fossili visto che all’epoca il mix energetico medio in Europa era fatto in prevalenza di petrolio, carbone e gas fossile, con un’impronta carboniosa media di circa 600-700 grammi di CO2 per ogni kWh prodotto.
Invece oggi il mix energetico medio nazionale e quello europeo sono attorno ai 250 grammi di CO2 per ogni kWh. mentre l’incenerimento sta tra 600 e 700 grammi circa per kWh.
Dal punto di vista delle strategie di decarbonizzazione e di lotta al cambiamento climatico, produrre energia mediante incenerimento è un suicidio. Gli inceneritori possono abbattere forse diossine e furani, metalli pesanti e ossidi di azoto, ma sui gas serra poco possono.
È poi falso sostenere come fa il presidente della Regione Musumeci che se non hanno gli inceneritori si alimentano le discariche. In Danimarca si producono 100 chili per abitante di residuo da avviare in discarica. La provincia di Treviso, che ha 1 milione di abitanti , con un RD dell’88% produce soltanto 50 chilogrammi/abitante/anno di rifiuto residuo. Sulla base di tali evidenze chi sta minimizzando la discarica? Per dimostrare la convenienza dell’inceneritore rispetto alle discariche i fautori ricorrono ad una distorsione statistica non contabilizzando le scorie e le ceneri di incenerimento come immessi in discarica perché rifiuti speciali. Speciali o urbani che siano sono sempre rifiuti che vanno in discarica. La combustione del rifiuto come alternativa al collocamento in discarica per eliminare la dispersione di metano (quale gas fortemente climalterante) che si origina in discarica dai rifiuti organici sottoposti ad ambiente anaerobico, oggi appare superata con le nuove pratiche definitivamente introdotte di biostabilizzazione e di captazione del biogas a fini energetici.
Forse, poteva anche essere vero trenta anni fa, quando la strategia del riciclo e della riduzione erano all’inizio, quando le discariche non erano “discariche sanitarie” come quelle che abbiamo oggi, quando non c’era l’obbligo di pretrattamento stabilito dalla Direttiva 99/31, e quello di separazione dell’organico che avremo in tutt’Europa, come previsto dalla Direttiva quadro sui rifiuti, a partire dal primo gennaio 2024 – e che in Italia è addirittura stato anticipato alla fine di quest’anno.
Tutte queste indicazioni e strategie operative minimizzano le emissioni di metano e l’environmental footprint ( impronta ecologica ) delle discariche, come riconoscono ed evidenziano le LCA (analisi del ciclo di vita, ndr) fatte bene e che considerano lo scenario regolamentare Ue.
L’inceneritore infine contrasta con l’agenda europea dell’economia circolare.
Infatti, la Comunicazione della Commissione Europea del 2017 sul ruolo del waste to energy ( valorizzazione energetica dei rifiuti ) nell’economia circolare afferma che in Europa occidentale abbiamo già troppi inceneritori, con territori in sovracapacità dove bisognerebbe cominciare a tassare l’incenerimento e a spegnere gli impianti.
”La Commissione Europea considera gli impianti di digestione anaerobica con produzione di biogas e digestato più circolari dei termovalorizzatori che, soprattutto se non performanti, dovrebbero essere addirittura dismessi o adeguati”.
Tant’è che dall’Europa arriva lo stop all’utilizzo dei fondi strutturali per finanziare nuovi inceneritori. Motivo per il quale in tutti i più recenti strumenti di finanziamento, inclusi i Fondi Regionali ed i Recovery Funds, la UE ha detto chiaramente che l’incenerimento non è finanziabile in base al principio “DNSH”, ossia “non causare un danno significativo” alla economia circolare.
Fra i sei esempi che fornisce la commissione europea per spiegare in cosa consiste il principio “non arrecare un danno significativo“ c’è quello che dice : “ un’attività arreca un danno significativo alla mitigazione dei cambiamenti climatici se conduce a significative emissioni di gas a effetto serra” .
Tanto basta per individuare nell’inceneritore un problema e non una soluzione nella gestione dei rifiuti, senza andare a scomodare la domanda più ovvia : quando saranno operativi gli inceneritori siciliani ?
Per la realizzazione degli inceneritori di Acerra e Parma, fra gli ultimi entrati in funzione, ci sono voluti dagli 8 ai 10 anni. Ma il problema in Sicilia c’è oggi. Gli impianti che servono sono altri.
Bene ha fatto la SRR di Ragusa a presentare la proposta di un digestore anaerobico per FORSU da 50.000 tonnellate a valere sui fondi del PNRR. Ora servono urgentemente impianti dove trattare gli scarti della raccolta differenziata e il secco residuo per produrre CSS e dove portare ciò che non è più riciclabile.

Ragusa 02/03/2022
Il responsabile per l’economia circolare
Dott. Claudio Conti

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