di Paolo Oddo
L’abolizione delle province come metafora dell’Italia e degli italiani?
Perché no? Cosa c’è di più sorprendente in tutto questo dibattito, dello scoprire ogni giorno “parole nuove”, come avrebbe detto la buonanima di Modugno in “Piove”?
Siamo dunque passati dall’abolizione delle province senza se e senza ma, all’abolizione delle province “anche se” e con molteplici “ma”. E che c’era bisogno di cotanta sapienza per sapere che, da che mondo è mondo, ogni qualvolta ci si vuole disfare di una cosa che c’è venuta in uggia bisogna prima avere pronta l’alternativa?
Quando Lombardo decise, motu proprio, di abolirle e di essere il primo, forse ebbe un minimo dubbio su quello che sarebbe successo poi? Quell’uomo del destino fatale mica n’ebbe mai uno di dubbio, che fosse uno, che abolire fosse di per sé sufficiente alla bisogna: i termovalorizzatori? Via! Puzzano di cuffarite e inquinano, li sostituiremo con la buona volontà; via gli Ato Ambiente, li sostituiremo con… qualcos’altro. Le province a seguire, ci saranno i liberi consorzi e in sei mesi tutto sarà possibile: Padre Pio, per un miracolo,in fondo, impiegava meno tempo.
Non sono mancati, persino, quelli che sostengono, adesso, che le province sono in fondo il primo livello di organizzazione del territorio e che, semmai, da abolire sarebbero le regioni. E non potevano parlare prima?
Il sindaco di Modica ha tentato la carta del Consorzio Val di Noto. La mossa era accattivante: diamo il nome del Consorzio a Noto, la rendiamo contenta, e noi ci pappiamo il vero potere. Il problema è stato che i Comuni di Scicli, Pozzallo e Ispica si sono sfilati dall’abbraccio: hai detto niente.
A tempo ormai scaduto si tenta di salvare a Ragusa almeno la Prefettura; all’uopo il senatore Giovanni Mauro annuncia di avere presentato un emendamento e tutta questa storia, un’altra storia stucchevole, passerà fra l’indifferenza dei cittadini occupati a sbarcare il lunario proteggendosi come possono dalle riforme fasulle.
