Stanno per terminare le ultime settimane della parte più importante delle prossime elezioni politiche del 2018.
Cominciata con le scissioni, le fusioni, le nascite, gli addii, i ritrovamenti, ed i posizionamenti, sta finendo con la guerriglia nei partiti (incluso M5S), e nelle coalizioni (inclusi quelli per ora esclusi), per decidere i candidati e i collegi di questi.
Tra poco, tutto questo “lavoro” preparatorio sarà terminato. Inizierà la campagna elettorale in cui il tetto delle promesse risulta illimitato, mentre quello delle nostre speranze si può toccare con il palmo di una mano. E mentre il dibattito verterà più sulle critiche verso il nemico che sui gravissimi problemi reali, i candidati dovranno guardarsi le spalle dal fuoco amico, che vorrà vendicarsi per un torto o per un’esclusione.
Tutto questo produrrà ancora una volta un forte astensionismo, un peggioramento della distanza tra il Palazzo e i cittadini, sempre più avviluppati in una spirale di ignoranza e disillusione.
Come i giochi d’artificio di uno spettacolo già programmato, tutto lo show finirà con l’ennesima delusione civica, ulteriore perdita di opportunità e ricostruzione del Paese: i risultati elettorali. Ma non è finita qui.
Il dramma del livello legislativo si trasforma nella tragedia di quello amministrativo, cioè le elezioni comunali o regionali.
Vedo il moltiplicarsi di liste, partiti e movimenti, senza alcun serio riferimento culturale ed ideologico. Vedo richieste di sostegno di tutti verso (quasi) tutti (ma giusto per salvare le apparenze più bacchettoni, ognuno della propria chiesa).
Vedo la cecità di sedicenti leaders politici allenati più al nicodemismo e al solipsismo che all’onestà intellettuale e alla cooperazione.
Tutto questo produrrà ancora una volta il fallimento di molti, la compromissione di alcuni e l’ennesimo affidamento di funzioni delicate e complesse a pochi inadatti.
Ciò che vedo veramente sono le ennesime convulsioni di una classe dirigente moribonda, incapace ed inadatta, talvolta corrotta, incontrollata o ripiegata sui propri interessi di bottega, se non quando personali e familiari, talmente distratta ed immersa in lotte tattiche ed intestine da non accorgersi del baratro in cui sta cacciando sé stessa con tutto il Paese.
Ciò che vedo veramente sono i rigurgiti di demagogia e populismo sociale o nazionalista, oppure indefinito, migliore interprete di una diffusa assenza di contenuti ideologici e valori politici meritevoli di considerazione.
Invece, ciò che sarei contento di vedere per il Paese, e forse tutta l’Europa, sarebbe proprio la ricostruzione di un’ideologia, di un progetto, di una strategia, di un’identità innovatrice, in cui riconoscersi, da difendere e coltivare, per andare oltre queste mediocri e drammatiche alternative, capace di dare le risposte di cui ormai troppe persone hanno urgente bisogno.
Può darsi che io possa sembrare un visionario, specie agli occhi di chi troppo avventatamente si aggrappa alla mitologia machiavellica. Ma, forse, qualcosa, ancora poco visibile, sta nascendo, sta crescendo.
Di certo non sarà in queste poche ultime settimane prima del 4 marzo che se ne parlerà. Ce ne vorranno molte di più per questa innovazione politica, ricombinazione delle migliori esperienze, dei migliori pensieri. Un cammino lungo, forse di anni, da percorrere con pazienza, tenacia, passione, indipendenza.
Questa è la strada obbligata per recuperare un potere che sia rappresentativo, pluralista e controllato, come è tipico di una moderna democrazia liberalista, parlamentare, non oligarchica, il meno difettoso tra i sistemi politici, il più efficace economicamente, l’unico luogo dove umanizzare la libertà di un mercato, temperato da decisioni migliorate dal dissenso.
La scorciatoia della democrazia diretta, e dell’unico uomo illuminato e possibile, conduce all’umiliazione degli uomini, alla violenza, attraverso il populismo del caos o di una élite.
Queste non sono soltanto le ultime settimane. Sono appena le prime.
