Di questo passo, chiudono tutti, non solo i ristoratori

Settore della ristorazione fra i più attivi nel rivendicare aiuti per la chiusura delle attività e sostegni per il futuro. Fase 2 che stenta a partire per il settore con la riapertura prevista per l’inizio del mese di giugno.
Per la categoria, danni incalcolabili, 3 mesi di chiusura, cassa integrazione che rimane un miraggio, un decreto liquidità che non ha portato nulla di concreto, un futuro che si prospetta pieno di insidie per le inevitabili misure di sicurezza che limiteranno, di fatto, gli incassi.
Tenteranno di salvarsi i locali con un buon numero di posti a sedere e possibilità di spazi ampi all’esterno, le piccole strutture saranno necessariamente ridimensionate o destinate alla chiusura se le prescrizioni dovessero essere prolungate alla stagione invernale. Posti di lavoro a rischio, a rischio anche la sopravvivenza di molte attività
I titolari sono divisi fra chi pensa che un ridimensionamento di numero dei clienti e di costi possa comunque permettere di ripartire, c’è, invece, chi pensa che in queste condizioni che si preannunciano è meglio restare chiusi, a patto, naturalmente che ci siano sostegni da parte dello stato.
Al nord, più colpito dalla emergenza, la protesta è meno veemente, si pensa di più a lavorare, a riaprire, sullo sfondo di una sfiducia nei confronti di chi dovrebbe dare aiuto.
Da noi, al sud, c’è una tendenza al vittimismo più marcato, da un lato si avverte la premura di aprire mentre non si tralascia di richiedere aiuti.
I ristoratori hanno puntato grosso, si avverte dalle interviste rilasciate alla stampa, anche alcune organizzazioni di settore hanno mirato anche in alto: quindi, ricompense per la forzata chiusura, aiuti per gli affitti, risarcimenti quasi totali per presidi di sicurezza e sanificazione dei locali, esonero da ogni tipo di tassa e tributi, almeno per tutto l’anno in corso, nessuna garanzia contestuale per i livelli occupazionali che dipenderanno dai numeri della clientela.
L’impatto non è dei migliori e ne va dell’ascolto delle istanze che, in taluni casi, sembrano eccessive, considerando il settore come uno dei più remunerativi, con margini ampi anche se commisurati ai riitmi di vita dei titolari e del personale.
E poi, non c’è unità, molte associazioni di categorie, tutti iscritti ma pronti a procedere per la propria strada, anche con iniziative autonome, come emerso da diverse interviste televisive.
Il problema, come ufficialmente dichiarato dall’assessore allo sviluppo economico del Comune di Ragusa, non è dei più semplici: circa 2.000 le aziende che hanno dovuto abbassare le saracinesche, senza contare che anche le aziende rimaste in attività hanno subito considerevoli cali del fatturato.
Tuto questo complica le cose perché non si può sostenere in toto una categoria e lasciare indietro le altre, questo dovrebbero capirlo anche i ristoratori, perché se gli aiuti non sono spalmati, si rischia che al ristorante o in pizzeria vada sempre meno gente.
Nel pomeriggio di venerdì 8 maggio, a Ragusa, in piazza San Giovanni, la protesta simbolo di un comitato di ristoratori, con un grande striscione steso ai piedi del sagrato della Cattedrale, con su scritto: “ Lo Stato non ci tutela”, sedie simbolo dell’ospitalità della ristorazione e diversi titolari di esercizi pubblici in tuta bianca protettiva oltre alle obbligatorie mascherine con la X rossa coniata per l’occasione.
Una sorta di flash mob, che ha visto la presenza del sindaco Cassì, organizzato per una simbolica consegna delle chiavi dei locali.
Ragusa e Ibla, grazie alla Legge sui Centri Storici, hanno visto, negli anni una esplosione di locali per la ristorazione e la somministrazione, ma in contesto urbanistico fatto di ‘dammusi’, di locali meravigliosamente restaurati e riqualificati ma inevitabilmente piccoli, dove il distanziamento è solo pura utopia.
Il Sindaco Cassì ha partecipato sinceramente alla manifestazione di protesta per dovere istituzionale, ha sottolineato come si è provveduto a spostare le scadenze dei tributi comunali, dando assicurazioni che si troverà il modo di considerare il periodo di chiusura forzata durante il quale le aziende non hanno fruito dei servizi, come per quello della raccolta dei rifiuti.

Poi ha evidenziato la linea dell’amministrazione che è quella di attendere le decisioni di Stato e Regione per gli interventi da adottare a favore delle imprese e quali saranno le garanzie per i Comuni, dovute per i mancati introiti di tasse e tributi.
Chiara la posizione espressa che, di certo, per gli enormi ritardi di Sato e Regione, non si sposa con le necessità, in qualche caso anche urgenti, di molte attività: “. Appena conosceremo l’ammontare degli aiuti potremo capire quale potrà essere la modalità del nostro intervento. Riteniamo di poterlo fare entro il 30 giugno, ovviamente agendo nel rispetto del quadro normativo dato dello Stato e dei protocolli di intervento che ci verranno consentiti”.
Sono parole sensate, e istituzionalmente dovute, quelle del Sindaco, anche se, dopo 3 mesi di “andrà tutto bene, potenza di fuoco, centinaia di decreti, 450 esperti e una collezione di autocertificazioni… con zero soluzioni e pochi spiccioli…” parlare di Stato e, soprattutto, di Regione, può irritare qualcuno
Sono allo studio misure per permettere di allargare gli spazi esterni pubblici riservati ai locali, senza il peso del tributo per tutta l’area autorizzata, ma serve un notevole cambio di passo, soprattutto per il settore dello sviluppo economico che deve comprendere come questa crisi non è una crisi normale, purtroppo non c’è molto da sperare considerata già l’inesistenza di strategie, in tempi normali, per la città e per i centri storici in particolare, in termini di sviluppo economico e sostegno alle attività produttive, senza parlare, per non sparare sulla Croce Rossa, dell’assordante e inconcepibile assenza dell’assessore competente alla manifestazione di protesta dei ristoratori.
I ristoratori vogliono portare il Sindaco a Palermo ma il Sindaco ha obblighi istituzionali dai quali non può derogare: serve far andare avanti gli assessori, come fa l’assessore Barone con il suo omologo regionale per il turismo con il quale ha frequenti contatti.
Prendiamo la questione Cassa Integrazione, basilare per il sostegno ai lavoratori, l’assessore allo sviluppo economico doveva essere a Palermo per battere i pugni sul tavolo e chiedere conto dei ritardi, invece da Ragusa semplici spettatori della sceneggiata di Musumeci che si è accollato le scuse, come se questo avesse risolto il problema.
Così non si va lontano, per l’emergenza normale e per quella straordinaria.

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