Nemmeno nell’austera cornice baronale del Teatro Donnafugata, lui, Louis de Cartier de Marchienne ha trovato scampo, il ‘predatore sazio, quello ‘eletto da Dio’, quello dei padroni della vita e della morte, con il volto trionfante e beffardo della scimmia che sotto un monolite nero spacca crani e femori con la clava di cui ha appena iniziato a padroneggiare il terribile potere.
Tanti volti, tanti nomi, per una interpretazione muscolare, carnale e sanguigna, potente e coinvolgente.
Lei è la morte, l’angelo della morte. Tutti la conosceremo. È il nome che attribuiamo a voce bassa ai volti molteplici che talora osiamo immaginare. È donna ed è animale affamato, è mostro ibrido ed alato, è umanità inconsapevole e primordiale, è l’irrazionalità dell’onniscienza divina, è la lavagna vuota sulla quale ognuno di noi sa che dovrà scrivere, con un pezzo di gesso troppo corto, la parola finale di una sentenza che la vita, come la macchina orrenda immaginata da Kafka nel racconto “Nella colonia penale”, ci incide sulla viva carne ogni giorno della nostra esistenza.
Loro sono Filippo Luna e Silvia Scuderi, unici interpreti dell’opera teatrale Eternity. Soggetto e produzione sono di Turi Occhipinti e Tano Scollo. Testi e regia di Claudia Puglisi.
Eternity è un “monologo”, ma in scena sono in due. Il loro è un “dialogo” che travalica i limiti della parola, i vincoli del testo, gli stilemi, i rituali e le astuzie della recitazione, e conquista diversi e molteplici nuovi territori semantici.
Il corpo è al centro di tutto! La sete e la fame, la vecchiaia e la malattia, il dolore e la paura, l’orrore e la violenza, la sfida e l’orgoglio, l’ebbrezza del piacere ed il vizio.
Eternity è un’“opera di denuncia”, ma lo spettatore se ne accorge o se ne ricorda soltanto alla fine, quando la voce di un giudice elenca, leggendo una sentenza, i nomi di alcune delle innumerevoli vittime dell’avidità dell’uomo.
Sono i nomi degli operai dell’industria dell’Eternit. Sono le vittime di quella polvere maledetta che piove, ininterrottamente, durante i cinquanta minuti di spettacolo, dal tetto della casa di de Marchienne, sfondato dalla caduta della sua nemesi alata.
