I fatti romani e l’insofferenza nei confronti della politica

di Emanuele Cavallo
L’attualità di don Sturzo sulla questione morale in politica
Il sentimento d’insofferenza, irritazione, sdegno, ira, maturato tra la gente in questi ultimi anni nei confronti della politica e di chi si occupa della cosa pubblica, non trova sicuramente precedenti dal secondo dopoguerra ai giorni nostri. Sappiamo tutti cosa ha contribuito ad infondere questo stato d’animo nella popolazione del nostro paese. 
La corruzione di una classe dirigente senza etica e senza morale, la degenerazione e il malcostume nella gestione dei soldi pubblici, come dimostrano i fatti accertati a partire dal 1992 ad oggi, sono fenomeni favoriti da uno statalismo e centralismo statale che ancora oggi sono vivi, seppur qualche passo avanti in tema di decentramento e privatizzazione di carrozzoni mangia soldi è stato fatto. 
Nonostante il mondo intero, ed in particolare l’Italia, soffrano la grave crisi del capitalismo finanziario e conseguentemente dell’economia reale, i politici hanno continuato nella loro azione di controllo e utilizzo dei denari pubblici a fini personali senza alcun pudore, nonostante il bollettino giornaliero di guerra riportava i numeri delle vittime, specialmente tra gli imprenditori e gli operai che si sono tolti la vita per la disperazione a causa della perdita dell’azienda o del proprio posto di lavoro.
Con i media e le tv che passavano e passano in rassegna le malefatte dei governanti a tutti i livelli, fa ancor più rabbia l’intransigenza dello Stato nel pretendere i denari dai contribuenti pena l’esproprio dei beni personali acquisiti con tanti sacrifici e sudore.
In questo quadro etico e morale disastroso appare quanto mai attuale il pensiero di don Sturzo e le sue intuizioni premonitrici offerte alla classe dirigente a partire dalla metà degli anni cinquanta fino alla fine dei suoi giorni, soprattutto a quella della Democrazia Cristiana.
Sosteneva don Sturzo che lo statalismo e l’accentramento del potere avrebbe favorito la corruzione, perché uno stato deve essere arbitro dei fatti privati e dell’economia, non giocatore ed arbitro allo stesso tempo. Uno stato concorrente con le imprese private avrebbe minato le regole del gioco. La presenza dello Stato deve essere moderata e non preponderante.
In uno dei suoi articoli del 1946 intitolato “Moralizziamo la vita pubblica”, egli scriveva:
“Quanto più accentrato è il potere e quanto più larghi sono gli afflussi del denaro nell’amministrazione pubblica, tanto più grandi sono le tentazioni”.
“Servire e non servizi del potere”, questo è un altro principio fondamentale su cui poggiare, secondo don Sturzo, l’impegno in politica e nella gestione della cosa pubblica, lavorare per il prossimo e non per se stesso.
La convinzione di don Sturzo era quella che uno Stato imprenditore avrebbe inevitabilmente creato le condizioni affinché la politica diventasse corruttrice e corruttibile a danno delle imprese.
Se queste linee guida suggerite da Don Sturzo e ribadite incessantemente a partire dal 1946 fino alla morte, periodo in cui, secondo gli studiosi, visse il suo secondo esilio in patria che si ritiene più doloroso di quello impostogli dal fascismo, fossero state ascoltate, sicuramente la Democrazia Cristiana non avrebbe il vissuto che la storia recente ci ha consegnato.
La Democrazia Cristiana aprì alla sinistra e mise politicamente fuori gioco don Sturzo che continuava ad esprimere il suo pensiero avverso ad una concezione di Stato onnipotente, onnipresente e accentratore di ogni attività. La battaglia di Don Sturzo contro le tre malebestie (lo statalismo, la partitocrazia e lo sperpero del denaro pubblico) è andata come l’evidenza dei fatti ci mostra.
L’ascesa dello Stato nell’economia privata che non ha visto ostacoli fino agli anni ottanta, ha subito una battuta d’arresto nei primi anni novanta, quando Romano Prodi diede inizio alla grande stagione delle privatizzazioni dei grandi gruppi industriali pubblici, mentre è ancora lontana la moralizzazione della politica che continua a dare il peggio di se, a dimostrazione di quanta ragione avesse avuto don Sturzo e quanto sia attuale ed attuabile il suo pensiero.
(Alcuni spunti sono tratti dallo scritto dello studioso di don Sturzo dr. Giovanni Palladino dal titolo “Etica, economia e politica del pensiero sturziano e nella Caritas in veritate”)
 

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