Il Caravaggio a Ragusa

Momento epocale, di svolta, per l’amministrazione Cassì: d’ora in poi sarà difficile per il sindaco sottovalutare le potenzialità dell’assessore Ciccio Barone, anzi l’ultimo evento lo pone, indiscutibilmente, come sindaco del futuro, se non dal 2023 di certo dal 2028
Entusiasmo alle stelle per questa mostra che ospita quello che sarebbe uno degli ultimi dipinti di Caravaggio, Barone gasatissimo perché protagonista sulle reti RAI, il Sindaco che coglie al volo l’occasione per parlare di una metafora di ripartenza che, si auspica, possa coinvolgere l’intera città, grazie al valore della mostra.
Una tacita ammissione che, da quattro anni a questa parte, per restare in epoca Cassì, per la cultura si è fatto poco o nulla, e, in ogni caso, di non eccelso livello.
Una mostra, sicuramente di livello anche se numerose sono le riserve espresse, anche in altre sedi dove il dipinto è stato esposto, da studiosi dell’arte e del Caravaggio in particolare. Una mostra che, secondo quello che ha scritto il sindaco sulla sua pagina social, pone Ragusa tra le città di riferimento nella proposta turistico-culturale nazionale.
Dopo quattro anni del nulla culturale, ci sarebbe “un inizio, che apre la nuova stagione culturale di Ragusa. I territori “parlano” e il nostro manifesta in ogni intarsio tardo-barocco e in ogni carrubo, tra le fessure antiche dei muri a secco e dinanzi al mare d’Africa, la voglia di attirare e lasciarsi scoprire. È la vocazione a un turismo culturale che sa rapire gli occhi e il cuore di chi viene a scoprire Ragusa, isola nell’isola, il cui centro storico, costituito da “Ragusa Superiore” e “Ibla”, è interamente patrimonio Unesco. Tra canyon naturalistici, immense latomie sotterranee, la ferrovia che insegue tutto il Val di Noto e il Castello di Donnafugata, qui riecheggiano i versi di Quasimodo, Vittorini, Bufalino, della Vigata di Camilleri. In questa terra l’arte è contenuta e contenitrice, manifestazione e al tempo stesso ispirazione.”
Aggiunge il sindaco Cassì: “Caravaggio, ultimo approdo” ne è l’esempio. Le opere in mostra trovano infatti dimora e respiro all’interno della Chiesa del Collegio di Maria SS. Addolorata, per i ragusani la Chiesa della Badia, che da secoli già accoglie i dipinti del siciliano Tommaso Pollace. Uno scrigno circolare, di finitura neoclassica con reminiscenze barocche, che guarda a Piazza San Giovanni e quindi al cuore di Ragusa.
L’invito è quindi a varcare l’antico portone della Badia in entrambi i sensi: immergendosi dentro le pennellate, intense ed evocative, della mostra; perdendosi all’esterno per rincorrere l’emozione del barocco che da Piazza San Giovanni si snoda lungo le arterie del centro storico di Ragusa Superiore, incontrando epoche ed architetture diverse, i ponti, la Vallata lussureggiante, e infine scendere scalino dopo scalino, scorcio dopo scorcio, fino a Ibla. Un cammino nella bellezza che arriva fino al Castello di Donnafugata, passando per un programma di convegni, spettacoli e agevolazioni con cui città e mostra dialogano tra loro.”
E conclude: “L’omaggio, infine, è proprio alla tradizione votiva che ha radice qui, in Piazza San Giovanni, essenza della nostra identità. Nelle sue diverse espressioni, “Caravaggio, ultimo approdo” celebra la devozione al Santo Patrono che è pilastro del carattere ragusano, anima di tradizioni religiose e laiche. Omaggiare San Giovanni tramite le sensibilità di artisti distanti, eppure accomunati proprio dal legame al Santo, vuol dire celebrare la storia stessa di Ragusa. Dopo che le ultime due edizioni dei festeggiamenti patronali hanno subito gli inevitabili effetti della pandemia, anche in questa scelta emerge l’impegno alla ripartenza, il desiderio di luce che squarcia il nero.”
In rare occasioni estrema dovizia di notizie e commenti: “L’evento si inserisce in una strategia di promozione e valorizzazione culturale della città di Ragusa e di un territorio ricco di attrazioni artistiche, architettoniche e paesaggistiche che ne assicurano la presenza negli itinerari turistici nazionali e internazionali”, commenta Peppe Cassì, mentre l’assessore comunale al Turismo, Ciccio Barone, aggiunge: “E’ un primo passo nei confronti di una programmazione pluriennale che vuole porre particolare attenzione al segmento del turismo culturale”.

La mostra si propone di presentare per la prima volta in Sicilia l’opera “San Giovanni Battista giacente”, una tela poco nota di Caravaggio, conservata in una collezione privata maltese. La mostra potrà essere fruita fino al 15 ottobre 2022.
Una nota diffusa dall’organizzazione della mostra parla di un dipinto documentato, sin dal Seicento, nelle prestigiose collezioni medicee, ricordato nell’inventario post mortem dei beni posseduti dal maestro lombardo in occasione del suo sbarco a Palo del 1610.
Questo dipinto nel 1641 si trovava nella Villa Medici di Poggio Imperiale per poi passare nel palazzo mediceo di Livorno.
A tutt’oggi non si conoscono i motivi per i quali l’opera lasciò le collezioni medicee, si sa soltanto che nel 1860 il ricco banchiere e massone Henry Benjamin Humphrey acquistò il San Giovannino da Rittenhouse a Boston ad un’asta pubblica.
Successivamente il quadro veniva donato alla Loggia massonica d’Oriente a Thomaston nel Maine e lì rimane sino al 2009. In quell’anno viene ceduto all’attuale proprietario che risiede a Malta.

Caravaggio portava con sé l’opera alla volta di Roma, partito da Napoli, dove tra l’altro era stato vittima tempo prima, di una misteriosa e violentissima aggressione, era diretto appunto nell’Urbe, dove sperava di ottenere la grazia per la condanna a morte che da anni pendeva sul suo capo.
Era il luglio del 1610 quando si imbarcò dal porto di Chiaia su una feluca. Con sé aveva tre tele destinate al cardinal Scipione, che avrebbe dovuto aiutarlo ad ottenere il perdono papale.
Invece a Roma non arrivò mai; morì pochi giorni dopo a Palo e su quella feluca si trovava appunto il “San Giovanni giacente” che viene esposto a Ragusa.

La mostra sarà anche l’occasione per condividere con il grande pubblico i risultati di una campagna diagnostica che ha dato risultato veramente sorprendenti in merito alla tecnica ‘dell’ultimo Caravaggio’. Studiosi esperti di Caravaggio come Rossella Vodret, Claudio Falcucci e Roberta Lapucci, per citarne alcuni, ritengono il “San Giovanni giacente” di straordinario interesse sebbene non finita proprio a causa delle vicende personali dell’artista.
Accanto all’opera principale, sono esposte opere, anche lontane temporalmente da quella di Caravaggio, che ben rappresentano episodi significativi della vita di San Giovanni Battista:
Domenico Piola, Predica di san Giovani Battista. Napoli, collezione privata;
Luigi Garzi, San Giovanni Battista battezza Cristo nel fiume Giordano. Roma, collezione Amata;
Giovanni Odazzi, San Giovanni Battista predica alle folle. Roma, collezione privata;
Francesco Rustici, Sacra Famiglia e san Giovannino. Napoli, collezione privata.

La Chiesa della Badia si presenterà con un impianto scenografico costituito da un box realizzato appositamente al centro della Chiesa in cui sono esposte le cinque opere e il visitatore potrà proseguire poi il suo percorso all’interno apprezzando le cinque pale d’altare dipinte da Tommaso Pollace illuminate con un mood suggestivo.
Un museo nel museo con la finalità di raccogliere fondi che consentano il restauro delle opere del Pollace. Un’idea di Gianni Filippini, noto art promoter, consulente di Happee Place e Mediatica, che ha realizzato oltre 30 grandi mostre in Sicilia dal 2014 al 2022 tra cui quella di Igor Mitoraj a Noto inaugurata con un grande concerto da Andrea Bocelli.

Il battage mediatico creato dall’assessore Barone attorno alla mostra ha sconvolto il ranquillo tran tran dei ragusani, accresciuto e favorito dal letargo nel quale è immersa la città e il suo centro storico superiore, grazie anche alle fallimentari politiche di sviluppo economico e di rilancio attraverso un progetto culturale strategico.

Sconvolti a tal punto i ragusani, tutto ad un tratto, di buon mattino svegliati dall’evento, finora si parlava di covid e di guerra, ai livelli più bassi tenevano banco la crisi idrica e la via Roma, il City e il palazzo Tumino.
Stamane, invece, tutti a chiedersi come mai non c’erano misure di sicurezza adeguate al valore dell’opera di Caravaggio, come mai non ci fosse il patrocinio della Regione, quale fosse stato l’impegno economico del Comue, quale quello degli sponsor, chi ha presentato la fattura gli sponsor , se queste somme passeranno dalla contabilità comunale, tutti diventati, di colpo, esperti di arte caravaggesca, tutti a leggere un articolo, tirato fuori di buon mattino dalle talpe di internet che hanno scovato la recensione della mostra dove era esposto il san Giovanni Battista di Caravaggio, nello scorso mese di dicembre, a Camaiore, al Museo di Arte Sacra.

Tale Federico Giannini ha scritto:
Napoli, 29 luglio del 1610. Deodato Gentile, vescovo di Caserta, scrive al cardinale Scipione Borghese una lettera per informarlo che Michelangelo Merisi, il Caravaggio, è morto a Porto Ercole, “ove ammalatosi ha lasciato la vita”.
La “felluca” che lo aveva condotto sulla spiaggia toscana, riferisce Gentile, se n’è tornata a Napoli con “le robbe” che l’artista aveva con sé, e che vengono consegnate alla marchesa Costanza Colonna, residente a Chiaia: tra i beni del pittore figurano tre quadri, “li doi S. Giovanni, e la Madalena”.
Gentile manda a pregare la signora marchesa “che vogli tenerli ben custoditi, che non si guastino, senza lasciarli vedere, o andar in mano di alcuno”.
31 luglio: Gentile scrive ancora a Scipione Borghese, per informarlo del fatto che il priore di Capua ha sequestrato le opere.
Caravaggio era stato cavaliere di Malta e il priore, il più alto rappresentante dell’Ordine nel Regno di Napoli, pretende i dipinti come eredità.
La vicenda si risolve con l’intervento del viceré, Pedro Fernández de Castro y Andrade, conte di Lemos, che fa anche eseguire una copia di uno dei “doi S. Giovanni”.
Alla fine, uno dei due arriva effettivamente a Scipione Borghese. È il San Giovanni Battista oggi tra i più ammirati pezzi della Galleria Borghese di Roma.
Dell’altro non conosciamo il destino.
Potrebbe cominciare così la storia del San Giovanni Battista disteso, quadro che fino al 31 dicembre 2021 gli specialisti di Caravaggio e gli appassionati di pittura e di storia dell’arte possono osservare da vicino al Museo di Arte Sacra di Camaiore, il bel borgo della Versilia che ha l’onore d’esser la prima località italiana della storia a mostrare al pubblico questo dipinto, oggi proprietà d’un collezionista maltese.
Potrebbe cominciare così, perché attorno a quest’opera non ci sono sicurezze.
Ci sono, certo, le opinioni di alcuni esperti, ci sono documenti che potrebbero essere riferiti al dipinto, ci sono alcune indagini diagnostiche eseguite di recente. Mancano però elementi decisivi. E soprattutto c’è un quadro molto difficile da giudicare. L’invenzione potrebbe tranquillamente spettare a Caravaggio, e in particolare all’ultimo Caravaggio.
È però l’esecuzione che lascia perplessi, benché la lettura dell’opera sia pregiudicata dalle condizioni nelle quali ci è arrivata dopo aver attraversato quattro secoli di storia.
La superficie pittorica è molto malconcia: restauri che la tela ha subito nel corso degli anni, danni dovuti a percolature d’acqua, alcune parti dove la stesura si presenta molto lacunosa hanno fatto diventare questo San Giovanni Battista disteso poco più d’un’ombra di quel che doveva essere in origine.
Il volto ormai è quasi del tutto irriconoscibile. Meglio invece la parte inferiore del corpo. Si tratta però d’un quadro estremamente interessante, del quale esiste un altro esemplare, conservato a Monaco di Baviera: le due varianti sono oggetto di dibattiti sin dal 2009, anno in cui Maurizio Marini pubblicò per la prima volta la versione maltese (ma del dipinto in sé si parla da prima, poiché l’esemplare monacense è noto sin dagli anni Settanta).
L’opera era riemersa nel 2009, quando l’attuale proprietario la comprò in un’asta della casa statunitense Thomaston. Diversi studiosi, da allora, si sono espressi sul dipinto.

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