Buona l’idea degli amministratori del tempo di acquistare la collezione di abiti d’epoca, anche se incalzati, anche dalle opposizioni, ci fu troppa fretta nel firmare l’accordo.
Troppi punti oscuri sulle pressioni che invogliavano ad acquisire la collezione, inesistenti i controlli su millantati interessi per farla propria, nessuna documentazione certa sulle appartenenze di diversi abiti, soprattutto, come poi è venuto fuori, nessun controllo sullo stato effettivo di ogni capo, tanto che si sono spese somme non indifferenti fra smacchiatorie, specializzate e non, e restauratori vari.
Le determine dirigenziali parlano chiaro, come le tante su arredi vari per esposizione.
Nessuno vuole ammettere che, senza fretta, prima dell’acquisto occorrevano verifiche professionali e un progetto definito per risolvere le questioni logistiche del sito espositivo, con i relativi costi di adeguamento, adattamento, allestimento e di ogni altra necessità, compresa quella del personale occorrente per gestire il Museo.
Invece, dal 2015, si assiste ad un flop epocale, senza alcuna notizia sullo stato di avanzamento del progetto, né sul conto spese totali, allo stato attuale.
L’attuale amministrazione, come la precedente, sembra sforzarsi per offrire alla città quest’altro giacimento culturale, il cui comune denominatore, fra grillini e amministrazione Cassì è forse la scelta di persone poco adatte al progetto.
Scrivevamo, nel 2015, che, ad un anno dall’avvenuta acquisizione non si era visto nulla di concreto: ora siamo a sei anni e non si intravede uno sbocco per i pezzi della collezione, spacciati prima per 4.000 di numero, poi derubricati, alla vendita, in 2789, non tutti vestiti d’epoca, quanto piuttosto carrozzelle per neonati, elmi, accessori vari e, addirittura, una sella da amazzone che fu mandata al ‘ripristino’, sia pure per una spesa minima. (parlano sempre le determine NdR).
Nel 2015 si parlava di 250.000 per l’acquisto, di altri 250.000 euro per sistemazione del sito espositivo nei bassi del Castello, poco si sa sull’impianto di condizionamento e deumidificazione, successivo al progetto originario, non esiste un elenco delle somme varie erogate riferibili alla collezione.
Vorremmo essere smentiti, da tempo, per quello che diciamo, ma nessuno si è mai preoccupato di rispondere alle domande sulla collezione, evidentemente scomode: quanti sono effettivamente i capi in grado di essere esposti, ce ne sono di inservibili? quanti sono effettivamente tutti i vestiti d’epoca? dopo sei anni, si ha l’idea di quando potranno essere esposti? In che cosa consistono le criticità dei locali che hanno fatto rimandare la presentazione della collezione alla stampa nazionale?
Quali sono, realmente le difficoltà? Perché non si organizza una conferenza stampa fra i cartoni e i sacchi di cellophane dove erano contenuti i vestiti, inimmaginabili contenitori di tanti preziosi reperti, per far vedere, intanto, cosa abbiamo acquistato, o meglio, cosa ci hanno fatto acquistare i consiglieri comunali che pontificavano contro l’insensibilità culturale di Piccitto e della sua Giunta che ritardavano ad acquistare cotanto patrimonio?
E non vengano a raccontare che sono incapacità gestionali relative solo alla collezione, già nel 2015 si parlava di lavori di musealizzazione del Parco del Castello di Donnafugata, all’interno del quale l’Assessorato alla Cultura, in collaborazione con l’ufficio del verde pubblico, aveva deciso di attivare il ripristino delle essenze originali volute dal barone Corrado Arezzo, che fu anche un esperto botanico, iniziativa che fu comunicata con una nota dell’Ufficio Stampa del Comune.
In quell’occasione, come dalla voce di un imbonitore di regime, tante belle parole su ricerche storiche dell’esperto, sull’inizio delle opere per riconfigurare le aiuole attorno alla fontana della rotonda, nella zona del parco definita giardino alla francese, delimitandole con la siepe originale, il buxus sempervirens, e ripristinando le aree fiorite che il barone a suo tempo aveva individuato.
Si parlava anche di lavori eseguiti che avrebbero riguardato il rifacimento dell’agrumeto situato nella zona sud-ovest del parco, vicino all’area dell’apicoltura e delle erbe aromatiche, ripiantando varie specie particolari di agrumi come la “mano di Buddha”, il limone rosso, il limone pane e tanti altri tipi di aranci e mandarini.
La mancanza di notizie al riguardo, nonostante il puntuale lavoro di informazione dell’amministrazione su ogni minimo passo del Sindaco e degli assessori, ci fa pensare che qualcosa si sia inceppato, per il Castello, per il suo parco, per la mostra, in un crogiuolo di responsabilità diverse che sarebbe opportuno identificare per restituire ordine ad un comparto dell’amministrazione che attiene alla cultura e al turismo, quest’ultimo vittima di evidenti criticità non giustificabili di fronte alle potenzialità del territorio.
Al riguardo pare che anche le guide turistiche non siano soddisfatte della gestione del Castello e abbiano chiesto un chiesto un incontro all’amministrazione, segno evidente che non siamo soli fra quelli che vedono cose strane intorno al Castello.
