Un marchio di Denominazione Comunale per i nostri prodotti tipici, invero non molti.
Protagonista in prima battuta, la ‘scaccia’ ragusana della quale si vuole garantire autenticità e qualità con apposito disciplinare.
Senza dubbio una iniziativa importante per preservare tradizioni e tipicità.
L’entusiasmo e, forse, la fretta di mettere la prima pietra dell’iniziativa, stranamente ha fatto dimenticare qualcosa di essenziale.
Non si è sentito parlare dell’antico forno a pietra che dovrebbe essere un elemento fondante delle procedure di produzione dello scaccia ragusana.
Come pure la passata di pomodoro non potrà essere quella “re buttigghie”, la passata fatta in casa con i pomodori locali, ma di dovrebbe pretendere, almeno, l’utilizzo della passata di pomodori del territorio del sud-est della Sicilia.
Elemeni minimi questi per garantire la tipicità.
Non si comprende come mai si è voluta elevare al rango di protagonista assoluta solo la ‘scaccia’ di pomodoro, tralasciando tutte le ‘scacce’ a mezzaluna, con verdure, melanzane, cipolla e ricotta, ricotta e prezzemolo per citarne solo alcune, senza parlare delle ‘nfigghiulate’, a pasta sottile, prima fra tutte quella con salsiccia e ricotta.
Siamo certi che si metterà ordine per valorizzare il prodotto, ci lascia perplessi il contenuto di una nota della CNA che parla di sfida per fare affermare le nostre imprese produttrici in mercati diversi da quelli tradizionali.
Si vuole portare la ‘scaccia’ in mercati diversi da quelli tradizionali, come nella ristorazione collettiva o nei crescenti mercati in concessione come quelli degli aeroporti piuttosto che quelli legati alla ristorazione in autostrada.
Vuol dire che si vuole prendere in considerazione l’ipotesi di confezionamenti che si addicono, per nulla il prodotto: le ‘scacce’, al gusto, possono essere consumate anche fredde, ma non dopo 24/48 ore dalla produzione, pensare di mettere la ‘scaccia’ sottovuoto, come avviene per alcune produzioni allucinanti che riforniscono anche ristoranti tipici, stravolgerebbe il concetto di tradizione, di gusto, di qualità, di fragranza del prodotto fresco.
Una concessione all’innovazione che non dovrebbe essere consentita, le moderne tecniche di conservazione potranno garantire il prodotto, dal punto di vista sanitario, ma sarebbe come parlare di gelato artigianale e di gelato industriale.
Peraltro, un prodotto sottoposto a disciplinare potrebbe attirare flussi di gastronauti più elevato dei livelli attuali.
Un percorso, quindi, da rivedere, secondo noi, e da adattare alla realtà delle tradizioni, per non svilire l’eccellenza delle nostre produzioni tipiche.
