Rivendite di tabacchi come piccoli casinò di paese

Una breve riflessione di Laura Barone su una problematica ogni giorno più drammatica.

“Mi permetto di segnalare a Ragusa Libera un problema di cui non parla nessuno.
Entrare da un tabaccaio mi provoca grande disagio. Questo tipo di esercizi sono diventati il casinò della povera gente. File di persone, palesemente di condizioni economiche molto modeste, prevalentemente anziani e donne, giocano a tutte le ore con slot machine, lotto, gratta e vinci.
Tra questi “clienti” alcuni ormai bussano alle nostre case per chiedere l’elemosina che poi vanno a giocarsi dal tabaccaio.
A Marina di Ragusa ci sono persone che non hanno l’aspetto di mendicanti ma girano per i sedili della piazza a chiedere un euro a questo e a quello e poi entrano dal tabaccaio a spendere il tutto.
Se la legge che ha trasformato il Sali e Tabacchi di una volta in una bisca legale ha dato questi risultati perché nessuno ne parla o si muove per un referendum abrogativo?
Forse perché i tabaccai devono pur vivere dopo che la vendita delle sigarette è crollata per i vari divieti e per le ipocrite scritte sui pacchetti?
La ludopatia ha anche un costo sociale, se le persone vanno curate dalle aziende sanitarie locali”.
Grazie per la cortese attenzione
Cordiali saluti. Laura Barone

 

Poche, semplici ma penetranti parole che arrivano con la pesantezza di un masso enorme. La riflessione di Laura Barone, che non parla mai di cose futili, schiude la finestra su una triste e drammatica realtà, smarrisce perché trapela, anche in questo caso, l’impotenza della gente comune di fronte al potere, al governo, ai politici che per fare tornare i conti non guardano ai danni che provocano, allo Stato che legalizza le bische e ne diventa gestore, applicando efficaci politiche di marketing per favorire la rovina delle persone, soprattutto di quelle avviate sul viale del disastro familiare ed economico.
Un tempo i casinò erano in numero limitatissimo, i residenti della stessa città non vi potevano accedere, i giocatori incalliti trasferivano la residenza in un centro vicino.
Se sulla carta d’identità c’era scritto impiegato o studente non ti facevano entrare. L’escamotage più usato era quello di fare scrivere sulla riga ‘professione’ la parola possidente, ma qualche zelante impiegato comunale diceva che non era una professione.
C’era un’azione, di fondo, dello Stato, della Legge, tesa a limitare la frequentazione dei casinò.
Oggi lo Stato non mette nemmeno la maschera, si preoccupa più di trovare effetti disincentivanti per il fumo che non limitare la sfrenata e incontrollabile assuefazione al gioco.
E oggi, potendo giocare anche solo un euro per avere la speranza di diventare milionario, è la rovina per tutti.
Una volta, era solo il gioco del Lotto a scombussolare le menti dei più deboli, si giocava solo una volta nel corso della settimana, erano più i sogni a fare sballare che non la possibilità di tentare la fortuna.
Il gioco faceva vittime, quasi esclusivamente, fra i giocatori d’azzardo, e, di solito, limitatamente al periodo natalizio, quello canonico del tappeto verde locale, dall’Immacolata, 8 dicembre, all’Epifania.
C’era qualcuno che allungava a dismisura questo periodo, si giocava fino a primavera, per il resto, per trovare veri tavoli da gioco, per giocare alla roulette o allo chemin de fer si doveva andare a Catania e avere le giuste conoscenze per accedere a circoli che erano più dei casinò in miniatura che bische.
Ma non si rovinava nessuno, anche perché i biscazzieri non volevano che nessuno si rovinasse, meglio perdite piccole ma costanti nel lungo periodo che il disastro in una serata, anche per le conseguenze e il clamore che poteva tirare dietro di sé.
Il giocatore di professione era quasi tutelato, sembra un paradosso ma era così.
Oggi lo Stato fa tutto il contrario, salvo le scritte in corpo 4, nelle locandine e negli spot pubblicitari, che avvisano sui pericoli e sulla dipendenza da gioco, il giocatore viene incentivato costantemente e con mezzi di persuasione occulti ma efficacissimi. Si gioca tre volte alla settimana al Lotto e ai giochi collegati, se si esclude la domenica, restano tre giorni per procurare altri soldi, ma si può sempre accomodare con il gratta e vinci.
La rivendita di tabacchi, una volta luogo elegante, che vendeva anche accessori, piccola pelletteria, pipe, è diventata uno dei luoghi più squallidi della città.
Macchinette per il poker e slot machine, schedine in bianco da compilare, mensole e tavoli ricoperti dalla vernice frantumata dei gratta e vinci, e, soprattutto, display in ogni angolo per seguire l’ultima estrazione del 10 e lotto, con gente, con la bava alla bocca e gli occhi stralunati, che aspetta, invano, di cambiare posizione economica.
Laura Barone ha focalizzato la triste condizione di chi elemosina quella moneta che potrebbe concretizzare i sogni, non si comprende se il peggio sta dentro o fuori.
Situazioni analoghe al Bingo, nelle sale scommesse, ma sogni sono anche quelli di chi pensa di poter fare qualcosa per eliminare il fenomeno.
La crisi crescente favorisce chi organizza il gioco e chi lo pratica: lo Stato ha bisogno di introiti sempre più sostanziosi, per la crisi, la stessa per la quale il giocatore tenta, con disperazione, la sorte.
Nessuno ne parla, nessuno si fa promotore di un referendum, sono fenomeni come l’alcolismo o la droga, fino a quando non ti toccano da vicino sono problemi che non ci riguardano.
Con tutto il rispetto per le speranze di chi ha sollevato il problema, ogni tentativo sarebbe vano, unica possibilità sarebbe quella di impegnare i politici, in campagna elettorale, a legiferare per ridurre drasticamente il fenomeno e per permettere l’adozione di normative locali che possano limitare l’attività delle ricevitorie.
Ma la lobby del gioco, statale e in concessione, sarebbe, di certo, “più forte”

Ultimi Articoli