Ormai la comunicazione di Palazzo dell’Aquila, e quella del sindaco Cassì, che si possono considerare una unica cosa, raggiunge vette inimmaginabili.
Tutto, come è comprensibile da tempo, è accentrato nelle mani del primo cittadino, nessuno degli assessori o dei componenti la maggioranza può comunicare autonomamente, come è stato specificato a qualche consigliere, tutte le iniziative devono passare come iniziative del sindaco, gli assessori asserviti rispettano queste direttive, per come dicono molti di loro, per non mettere a rischio la loro permeanza in giunta.
In ogni caso, tutto è legittimo, soprattutto per chi ci sta a questo stato di cose, come è legittimo notarlo e commentarlo.
È noto pure come in questo secondo mandato, ancora più che nel precedente, c’è una stretta connessione fra sindaco, giunta e maggioranza: quest’ultima non è solo la componente eletta che ha sostenuto la candidatura del primo cittadino, ma è un tutt’uno con il potere centralizzato del sindaco e del suo cerchio magico, allineata alle disposizioni, alle indicazioni e alle imposizioni che arrivano dall’alto.
E chi sgarra o fa trapelare indiscrezioni e situazioni imbarazzanti è oggetto di una caccia spietata.
Complici di questo stato di cose non solo i consiglieri del gruppo della Lista PeppeCassìSindaco, che il primo cittadino, oggi, chiama, erroneamente, gruppo Direzione Ragusa, per affermare l’esistenza del suo evanescente gruppo politico sempre in embrione, quanto piuttosto i componenti alleati, gli assessori e i consiglieri che hanno scelto, in qualche caso passando dall’opposizione al carro del vincitore, di conquistare una poltrona e di partecipare al governo della città.
Ma è di tutta evidenza che, in molti casi, il loro ruolo è ridotto a quello di comparse che hanno pochi margini di manovra, di autonomia, operativa e politica.
Del resto, il sindaco lo fece capire alla prima riunione dopo l’elezione, constatando che tutti i voti degli alleati nuovi arrivati non erano stati determinanti per il successo, disse a tutti: “Mettetevi ben in testa che nessuno è indispensabile”, anche se doveva fare i conti con una marginale presenza in maggioranza di consiglieri della sua lista.
Una situazione che va avanti, apparentemente senza scossoni, anche se la maggioranza è ridotta da 17 a 14 consiglieri, con molti fibrillanti che, più o meno apertamente, mostrando rilievi anche nelle riunioni di maggioranza, di fatto riducono a 10 gli elementi certi dell’assoluto allineamento.
Come si suol dire, “ a casa sua ognuno è padrone”, anche se in questo caso si tratta di gestione della cosa pubblica, ma le norme elettorali assegnano questo potere ai vincitori e poco si può eccepire.
Potere che, in ogni caso detenuto, dovrebbe sconsigliare dall’esagerare, come nel caso dell’ultimo comunicato relativo all’istituzione del Registro comunale di genere.
Un atto di indirizzo del capogruppo del Partito Democratico di cui si vuole disconoscere la paternità.
Come avvenuto, spesso, per altri atti delle minoranze, si ricorre alle modifiche in tempo reale, si sollecita la firma di altri consiglieri, preferibilmente dei capigruppo, per poter affermare: “Una misura voluta da tutti”.
Non tollerano che possa essere approvata una iniziativa importante delle minoranze.
Al netto delle valutazioni tecniche sull’atto, e alle conseguenti necessarie modifiche tecniche, si resta allibiti per i contenuti del comunicato.
Una iniziativa che pure era stata compresa fra gli impegni elettorali del sindaco, particolare citato nell’atto di indirizzo dal consigliere Calabrese e accuratamente fatto scomparire in sede di modifiche imposte per una firma positiva, che si tenta di derubricare ad atto che era stato sospeso “per approfondirne i contenuti e perché il testo presentava delle lacune”, atto che sarebbe diventato, ora, obbligatorio per legge, ma per cui il Comune non aveva fatto ancora nulla, quasi per sminuire la valenza dell’iniziativa di Calabrese.
Aggiunge poi l’assessore Adamo, persona assai sensibile alle tematiche di genere e riguardanti i soggetti LGBTQIA+ ma che non ha mostrato, fin dal suo insediamento, particolare impegno e intenzione di imporre queste importanti tematiche nell’ambito delle politiche cittadine, piuttosto tiepide in materia: “Il testo della mozione è stato quindi modificato, le modifiche sono state sottoposte ai consiglieri PD e la proposta, che non era più la mozione originale ma il risultato di un impegno corale e serio, è stata presentata in aula trovando approvazione unanime.” Quindi l’impegno del capogruppo PD non era serio.
In sostanza, per quanto afferma il presentatore dell’atto di indirizzo, al netto delle modifiche tecniche necessarie, l’unica modifica è stata quella di eliminare il passaggio circa la presenza dell’iniziativa fra quelle per le quali Cassì si era impegnato in campagna elettorale, ci pare firmando, con altri candidati, istanze della comunità LGBTQIA+.
Dice ancora la Adamo che sarebbe stato più semplice, ancorché non etico, proporre la bocciatura della mozione PD, per aspettare una prima istanza di un dipendente per applicare una normativa esistente.
E conclude: “Abbiamo voluto ricostruire il percorso di questi mesi non solo per riportare la realtà dei fatti, ma soprattutto per ringraziare tutti coloro i quali, dai funzionari a tutti i consiglieri, hanno dato il loro contributo a dotare Ragusa di strumenti che non possono avere bandiere politiche semplicemente perché appartengono a tutti.”
Ma strumenti che, fino a quando le minoranze, spesso silenziose, non si esprimono, è meglio tenere nel cassetto, forse per non disturbare i ‘benpensanti’.
