Il tramonto presuppone un’alba, è difficile immaginarla per i 5 Stelle di Ragusa, allo stato attuale delle cose.
Dovrebbero cambiare molte cose, soprattutto molte persone dovrebbero occuparsi di altro.
È difficile analizzare le motivazioni della caduta dei grillini ragusani, ogni analisi è influenzata e falsata dai risultati delle ultime elezioni regionali e nazionali che hanno fornito un quadro, evidentemente distorto del consenso.
Nel 2013, all’esplosione del Movimento, determinata dall’elezione inaspettata di Federico Piccitto, non si trovò una classe dirigente e un gruppo consiliare pronto e adeguato a gestire il momento: pochi credevano nel successo e preferirono guardare dall’esterno gli sviluppi della situazione.
Si determinò una situazione anomala, con la Giunta comunale e il gruppo consiliare che, con pochi altri attivisti, rimasero padroni del meetup locale, per nulla aperto all’esterno e gestito in estrema riservatezza.
Gestito, per tutto l’arco dei 5 anni del mandato amministrativo, praticamente, dal sindaco e dai suoi fedelissimi.
Tutto è avvenuto nella più assoluta segretezza, non c’è stato nessuno spiraglio per quella trasparenza che è rimasta sconosciuta all’interno e all’esterno dell’amministrazione pentastellata.
Una setta a tutti gli effetti, situazioni del tutto assurde, come nel caso delle selezioni per le elezioni, le comunarie, le regionarie e via dicendo, per le quali chi si voleva candidare non poteva nemmeno sapere quanti erano gli iscritti dell’area di riferimento: in pratica, si procedeva alla cieca, né ci poteva essere nessuna forma di controllo sulle votazioni.
Ma tutti hanno accettato queste situazioni e l’esito è sotto gli occhi di tutti.
Anche il candidato sindaco Tringali ha accettato questo stato di cose e si è adeguato in campagna elettorale, dove sono stati spuntati nomi, per le deleghe assessoriali e per la lista del Movimento, che non erano assolutamente riferibili al Movimento 5 Stelle e dei quali non esistevano segnali lungo tutto l’arco dei cinque anni di governo grillino a Ragusa.
Non è tanto giusto fare i conti in casa di altri, ma un partito, un movimento politico che chiede voti, che si affaccia alla gestione della cosa pubblica, che chiede partecipazione e propugna trasparenza, deve rendere conto agli elettori anche delle cose interne, intendendo il movimento come una casa di cristallo.
Il Movimento 5 Stelle di Ragusa si è, invece, asserragliato, in un bunker sotterraneo e i pochi segnali di vita all’ingresso, costituiti da attivisti e simpatizzanti che entravano e uscivano, non deponevano a favore.
Una condizione aggravata dalla rigida dipendenza dai vertici regionali del Movimento, a loro volta legati ai vertici nazionali che hanno imposto, insieme, scelte che si sono rivelate scellerate.
A mente fredda, se si analizzano gli eventi che hanno caratterizzato la vita dei 5 Stelle a Ragusa, strettamente legati al governo comunale, ci si rende conto che il silenzio degli attivisti e dei consiglieri comunali ha determinato lo sfascio finale.
Ogni scelta del primo cittadino, di fatto il padrone del Movimento, non è mai stata messa in discussione, meno che mai se imposta dai vertici del Movimento. Nessuna posizione critica, nessun rilievo, meno che mai sui livelli superiori.
Ci sono piovuti un assessore di Comiso, introdotto prima come esperto del sindaco, poi un assessore del continente imposto anche questo dall’alto, una candidatura alle regionali stabilita fuori da Ragusa, per arrivare alle candidature nazionali, autentico sfregio al territorio per il quale nessuno ha protestato, nemmeno il sindaco Piccitto, diretto interessato che voleva piazzare suoi fedelissimi, legittimamente, così come avrebbe voluto fare per il suo successore.
E in questa situazione, gravi ed enormi responsabilità ha avuto la deputata regionale che non ha saputo, o voluto, imporre un minimo di autorevolezza per tutelare le legittime aspirazioni del territorio.
Il risultato più evidente delle politiche fallimentari è stata l’assenza dei parlamentari nazionali durante tutta la campagna elettorale per le comunali, una rottura sentimentale che ha sancito lo scollamento dei 5 Stelle con il territorio.
Spesso la base di Ragusa, il gruppo consiliare, è stato giudicato inadeguato, ma, a conti fatti, inadeguati sono stati i vertici, primariamente quelli regionali, che hanno dimostrato di saper essere solo bravi a godere del trend globale del movimento di Grillo, senza capacità gestionali e politiche.
Lo si doveva capire dai fallimenti, da quello epocale della campagna elettorale per la Presidenza della Regione, unanimemente considerata acquisita ma dispersa in maniera insulsa, al flop del movimento per le comunali di Vittoria, passando per i vari incontri cittadini che, spesso, si risolvevano in un caffè al bar con l’ospite di turno e pochi amici del posto, vedi quello di Pozzallo quando è venuto Di Maio o le passeggiate serali a Ibla di Cancelleri.
Certo, il 40 % alle regionali e il 47 alle nazionali ha ingannato e illuso i 5 Stelle di Ragusa che si poteva vivere di rendita, ma il flop è stato epocale, a stento arginato dalle qualità e dalle caratteristiche personali del candidato Tringali che, comunque, ha ottenuto un consenso non indifferente, in termini relativi e assoluti, vittima anche di scelte sue, ma inevitabile collettore di tutte le disgrazie del meetup locale e delle inefficienze di molti attivisti.
Sbaglia chi vuole addebitare la sconfitta alle scelte dell’amministrazione o ai soggetti invisi, assessori o attivisti più o meno riconosciuti come tali, in fin dei conti va apprezzato anche il lavoro di Federico Piccitto che ha dovuto navigare attraverso percorsi sempre impegnativi e insidiosi, trovando, sempre ma purtroppo, l’assenso di consiglieri e attivisti che non hanno saputo battere i pugni sul tavolo per condizionare le sue scelte.
Un flop finale che affonda le sue radici in questioni strutturali delle politiche a 5 Stelle, che ci convince che è inutile recriminare sulla mancata defenestrazione di Martorana, sulla scelta di non rieleggere Iacono a Presidente del Consiglio Comunale, sul venir meno della maggioranza a cui si è sopperito con appoggi esterni quanto mai dannosi che nemmeno nella campagna elettorale per il ballottaggio si è tentato di disconoscere.
Non sono stati il caso Campo o l’affidamento ai privati della gestione del Castello a condizionare gli elettori, è solo una questione di uomini e di strategie, appena si sono affacciati quelli giusti è bastato poco per buttare giù la roccaforte iblea del Movimento che sarà difficile ricostruire: resterà come una delle tante torri costiere diroccate, a futura memoria.
