di Cesare Pluchino
Storia emblematica quella che stiamo per raccontarvi, ripresa dal fattoquotidiano.it. Una storia tutta italiana e, particolarmente tutta siciliana.
Siciliana perché si apprende dalla pagine di un giornale nazionale e non da quelle regionali, come sarebbe stato più naturale e dove, sulle homepage, non c’è traccia.
Non è la solita storia per parlare di barriere architettoniche o di disfunzioni della giustizia: è solo un quadro di quello che avviene normalmente in Sicilia, in barba alla giustizia e ai diversamente abili.
Una ragazza di dodici anni, costretta su una sedia a rotelle per una paralisi, dall’infanzia, per accedere alla sua classe della Scuola Media Garibaldi di Agrigento, deve entrare nell’edificio scolastico attraverso l’ingresso del Liceo, di un’altra scuola.
La madre, insegnante di sostegno nello stesso istituto, lotta, da cinque mesi, con il Comune di Agrigento per eliminare gli ostacoli che mettono limiti alla vita della figlia.
A giugno aveva presentato specifica richiesta al Comune per far sì che l’ascensore venisse riparato e fossero eliminate altre barriere presenti. Finora la ragazza aveva frequentato la scuola nel suo paese di residenza, Raffadali, dove non aveva avuto alcun problema. Nel capoluogo, invece, nessuno sembra volerla ascoltare, né comprendere i suoi problemi. La madre presenta ricorso al TAR, nel mese di luglio e subito viene intimato all’amministrazione comunale, che ha competenza sulle scuole inferiori, di assolvere agli obblighi entro trenta giorni. Trascorso tale termine, senza che il Comune sia intervenuto, il 9 settembre il TAR siciliano condanna il Comune al pagamento delle spese processuali e ordina “l’attuazione di tutti gli interventi per Legge dovuti al fine di rimuovere, superare ed eliminare le barriere”.
Il TAR, spiega l’avvocato che ha presentato il ricorso per conto dell’Associazione Nuove Ali di cui la mamma della ragazza è vice presidente, ha ordinato l’eliminazione delle barriere architettoniche entro 15 giorni dalla notifica dell’atto, nominando il Prefetto della Provincia di Agrigento affinché agisca in via sostitutiva, con oneri a carico del Comune, in caso di mancato adempimento.
Per la cronaca, i 15 giorni sono passati e nessuno del Comune si è fatto vedere nella scuola. La mamma e l’avvocato si recheranno, ora, in Prefettura ma non immaginano quanto ancora debbano aspettare.
Un particolare rende più grave e inquietante la vicenda: a capo della amministrazione non c’è un Sindaco ma un Commissario, quindi lo Stato non risponde nemmeno a se stesso.
Senza dire che disarmante è la constatazione che ormai per far rispettare una sentenza, ne occorre un’altra del TAR
Un consiglio vorremmo darlo alla signora: cambi nazionalità, assieme alla figlia, se ne vada in Libia o in Tunisia, ritorni e si faccia trovare su una spiaggia dell’isola, esibendo documenti nuovi, sicuramente si metterà in moto una macchina per risolvere ogni suo problema e, forse, con quello che le daranno, potrà anche lasciare il posto di lavoro e seguire meglio la figlia.
