Situazione sempre più instabile per la sanità ospedaliera del capoluogo, impantanata nelle maglie delle contrapposizioni personali all’interno del Partito Democratico.
Dopo ore di polemiche e di aspre contese, arriva la decisione della Giunta di Governo regionale che risulta finalizzata solo ad accontentare i desiderata di due onorevoli del PD, evidentemente autorevoli al punto tale da far modificare solo le posizioni di loro interesse.
La tendenza era quella di confermare nel ruolo di commissari gli attuali direttori generali in scadenza di mandato, in attesa del nuovo governo regionale che procederà alle nomine definitive dei manager della sanità.
In pratica i cambiamenti hanno riguardato solo Ragusa e Agrigento con l’inserimento degli ospedali riuniti Villa Sofia-Cervello di Palermo.
Da Ragusa, Maurizio Aricò è spostato a Palermo, da Agrigento, Lucio Ficarra va a Ragusa, nella città dei Templi arriva, da Palermo, Gerardo Venuti. Un girotondo sulla cartina della Sicilia, sullo sfondo di un governo regionale e di una sanità allo sfascio.
Palese l’accoglimento delle richieste degli onorevoli Panepinto di Agrigento e Digiacomo di Ragusa per lo spostamento dei manager non graditi nel oro territorio, almeno queste le spiegazioni dominanti sulla stampa regionale a proposito delle uniche variazioni.
Il buon senso avrebbe consigliato di non creare situazioni di discontinuità, soprattutto a Ragusa, dove è rimasto a metà il trasferimento dei reparti del vecchio ospedale ‘Civile’ verso il nuovo nosocomio di contrada Cisternazzi.
Hanno vinto i detrattori di Aricò, che lo hanno lottato, fino all’ultimo, per le scelte non condivise in tema di piano aziendale e per il fermo proposito di arrivare, comunque, entro la scadenza del mandato, all’apertura del nuovo ospedale.
Va detto che massimo è stato l’impegno di Aricò per arrivare al completamento dell’ospedale entro la scadenza del mandato, operazione che nei fatti è riuscita perché l’ospedale è pronto: manca qualche dettaglio ma resterà nella storia che il merito dell’apertura va ascritto a Maurizio Aricò, senza la cui decisone il nuovo ospedale sarebbe rimasto ancora, per mesi se non per anni, una cattedrale nel deserto, accanto all’altro capolavoro della vecchia politica, lo scheletro del costruendo psichiatrico del secolo scorso.
Il fatto grave è che la politica e gli scellerati personaggi mezze figure che la cavalcano per fini personali non si rendono conto che, attualmente, in una città capoluogo, ci troviamo con un ospedale svuotato di macchine e degenti, forse non più riutilizzabile, e uno nuovo di zecca che serve solo per mostrare alla pubblica opinione, come in una televendita, come si gonfiano i materassi ad aria.
Abbiamo spesso riconosciuto i meriti di Aricò, al quale va ascritto il merito di aver iniziato, con coraggio, il trasloco, ma ai livelli di un manager strapagato si deve subito riconoscere il flop, ammettere la sconfitta, quali che ne siano le cause, e deporre le armi.
A meno che, nelle ultimissime ore del suo mandato, non riesca ad ottenere la certificazione di sicurezza che mancava e sia capace di far trasportare i pochi degenti, sparsi fra Civile e Maria Paternò Arezzo, all’interno dei nuovi reparti e di far attivare il Pronto Soccorso, andrà girata la pagina di questo brutto libro sulla sanità ospedaliera locale.
Assume contorni surreali il teatrino del sopralluogo organizzato per il Sindaco della città, soprattutto dopo che sono stati rivelati impresari e registi dello spettacolino, organizzato non per pochi ma da pochi intimi, che è risultato peggio dell’avanspettacolo per la truppa.
C’è tempo fino alla fine del mandato, forse la mezzanotte del 28 giugno, per verificare se era veritiera la dichiarazione che sarebbero mancate poche decine di ore per l’apertura: ne sono passate solo trenta, ne mancano poche per completare le poche decine di ore.
Altrimenti, per la gioia degli scellerati, si pensa che si dovrà attendere il nuovo arrivato per definire il trasloco e conoscere tutti i misteri di questo trasferimento fallito e le relative responsabilità.
