di Vilnius Nastavnic
Sfumati, per ora, gli effetti della mancata accoglienza al benefattore italo-americano
Sembrava una storia di fantapolitica, se non ci fosse stato di mezzo l’avv. Sbezzi, professionista stimato che non si sarebbe prestato a giochetti e pantomime, c’era da pensare ad un intrigo di tipo politico.
Come pochi giorni prima, a Palermo, una intercettazione che c’era ma non c’è, ha creato uno sconquasso, provocando le dimissioni di Lucia Borsellino per poi far tornare tutto come prima, sembrava che anche il manager di Ragusa, scivolato su una lacunosa accoglienza ad un benefattore di origini ragusane, fosse destinato a lasciare la poltrona. La sensazione era, forse, accresciuta dal fatto che, come si mormora nei corridoi dell’azienda sanitaria di Ragusa, il manager di Ragusa avesse un rapporto fiduciario e diretto con la Borsellino, motivo per cui molti si chiedevano, anche prima del fattaccio palermitano, quale poteva essere il destino del direttore generale in caso di cambio al vertice dell’assessorato regionale alla sanità.
Dopo l’interessamento di alcuni onorevoli che si sono premurati di porgere doverose scuse al benefattore, persona assai nota a Ragusa, ma più ancora negli Stati uniti, a New York, sembra essere tornato tutto come prima. Ci sono buone probabilità che la congrua donazione venga concretizzata ugualmente, anche se si accavallano le voci, non si sa quanto fondate, che non si tratti di una donazione dagli effetti immediati, bensì legata ai tempi legali di scioglimento dell’associazione ‘Figli di Ragusa’ di Brooklyn.
In questa sede non è nostra intenzione disquisire ulteriormente sull’accaduto, per quanto ci lascia perplessi il comportamento del direttore generale dell’azienda che non accoglie gli ospiti nella sua stanza, o comunque nell’anticamera della stessa, ma li lascia prima in piedi per poi destinarli alla sala d’aspetto degli uffici della direzione generale che proprio sala non si può definire.
Ma le perplessità hanno trovato un senso e una risposta in un intervento del segretario della CGIL locale che ha parlato di lunghe anticamere dei sindacalisti, ma anche di primari con tanto di appuntamento.
Perplessità che, in ogni caso, non permettono giudizi di sorta, in quanto ogni anticamera andrebbe valutata singolarmente nelle sue motivazioni e il doveroso garantismo obbliga a pensare, fino a prova contraria, che le attese sono sempre determinate da impegni importanti ma, soprattutto, improrogabili.
Piuttosto una evidenza risalta con forza: nessuno dei politici, nell’affrontare l’accaduto, ha criticato o censurato l’anticamera. Si sono ben guardati dal farlo nella qualità di ‘’professionisti” dell’anticamera.
Professionisti in positivo e in negativo: pazienti quando si resta in attesa di essere ricevuti da autorità politiche superiori, indifferenti quando la fila, fuori dalla segreteria o dalla sede della carica istituzionale, arriva anche fuori dalla porta. Perché raramente si distingue fra la fila che si forma in un preciso e determinato orario di ricevimento del pubblico e quella che si determina nonostante precisi orari di appuntamento.
Quasi mai puntuale il politico, all’appuntamento elettorale, nella sua segreteria, nella sede istituzionale. E quando arriva c’è anche una selezione naturale, ma non dichiarata, degli eletti ammessi a colloquio per primi, attraverso la quale si percepiscono le graduatorie di importanza delle categorie presenti: su tutti i colleghi politici, che hanno precedenza assoluta, ciecamente concessa ma anche indiscutibilmente pretesa.
Ci sono poi i giornalisti, soprattutto nelle sedi istituzionali, dove da padroni agiscono anche dirigenti e funzionari per i quali le file sono impensabili.
Tutto il resto, generalmente è costituito da questuanti, anche di alto rango, cioè tutti quelli che hanno bisogno di qualcosa dal politico, che seguono l’ordine di arrivo, salvo preventivi appuntamenti presi da personaggi importanti che elevano chi è in attesa al livello del presentatore.
Se i politici, come professano e ostentano in campagna elettorale, fossero al servizio dell’elettore e, meglio ancora, del cittadino, indipendentemente dalla sua scelta politica, l’anticamera dovrebbe essere vietata o al massimo, regolamentata secondo principi di uguaglianza, senza occhi di riguardo per nessuno. Utopia !
