Franca Schininà mette a fuoco la Palestina

Dovunque c’è ingiustizia sociale, povertà, guerra, popolo che non è riuscito ad ottenere condizioni da vivere civile, sofferenza, solo l’obiettivo di Franca Schininà non si limita al reportage sociale ma riesce, ogni volta, a coinvolgere anche chi non è particolarmente sensibile a queste tematiche.
Un cammino fotografico iniziato nel 1980, in un momento di grande crisi esistenziale, caratterizzato da eccessiva disponibilità a immergersi nel dolore altrui, da un rifiuto ad accettare che l’ingiustizia colpisca sempre i più deboli.
Una ribellione che porta Franca Schininà a girare il mondo per fermare nei suoi scatti quella ingiustizia che colpisce sempre i più deboli, incapaci di difendersi, di proteggersi, di ribellarsi…, una esperienza che le fa assumere la consapevolezza che può far conoscere, attraverso le immagini, uno tsunami di ingiustizia che dilagava sempre di più
Cita spesso le parole di Egidia Arrigoni: … “E l’ingiustizia va raccontata e documentata perché nessuno di noi, nella nostra comoda vita, possa asserire: Io non c’ero, io non sapevo” …

La prima esperienza con la Palestina risale al febbraio 2009, quando Franca parte, dopo il massacro di Gaza, con Pax Christi, per un pellegrinaggio di Pace e Giustizia, per cercare di conoscere la verità, di capire cosa stesse accadendo in una terra, in fondo, così vicina a noi, dove la verità è forse sparita sotto i bombardamenti o talmente deformata all’inverosimile dall’informazione mediatica, da essere praticamente venduta al “potere”.

“Ciò che ho visto, ha rasentato ogni limite” – commentava Rachel Corrie, dell’International Solidarity Movement.
… Mi siedo a cenare con loro e comprendo che c’è una imponente macchina militare che ci circonda, che cerca di uccidere le persone con cui sto dividendo il cibo”. Rachel Corrie – Rafah 2003

Rachel Corrie era una volontaria americana che muore cercando di sbarrare la strada ad un bulldozer che avanzava per distruggere un villaggio, le cui abitazioni appartenevano ai palestinesi, obbligati dagli israeliani, con la forza delle armi, ad abbandonare, per sempre, con immane dolore, le loro case, per far sì che i coloni potessero, invece, in tutta tranquillità, insediarsi e costruire le loro bellissime ville con piscina.
Rachel Corrie muore, a poco più di vent’anni, perché credeva nella giustizia umana e perché si era illusa di poter far conoscere la verità, senza però rendersi conto che, proprio il suo paese, il suo paese “libero”, l’aveva “venduta”, aveva venduto la verità…

In quei giorni, la rete si affollava d’immagini strazianti, dolorose, che ritraevano l’ennesimo assurdo scontro tra israeliani e palestinesi. Assurdo perché le vittime sono sempre innocenti, ed i carnefici, di ogni schieramento, sono protetti dall’oblio che il potere restituisce anche alla visibilità.
E quindi non possiamo fare a meno di chiederci se la fotografia possa in qualche modo contribuire a smuovere le coscienze dei popoli, o soltanto quelle dei singoli, che innanzi a tanto orrore non possono, non devono, comunque, chiudere gli occhi.

Appena arrivammo a Betlemme, don Nandino, coordinatore nazionale di Pax Christi, ci presentò il giornalista Filippo Landi, che aveva oramai deciso di vivere in quella terra martoriata, cercando, o meglio sperando di farci giungere, attraverso il suo giornale, la voce di quel popolo disperato.
Ci parlò a lungo, ci descrisse continue sopraffazioni ed umiliazioni da parte degli israeliani nei confronti dei palestinesi, privi oramai di ogni minima libertà di movimento nella loro terra.
Ci parlò a lungo di Gaza, definendola, come aveva già scritto Suor Alicia Vacas, missionaria comboniana, anche lei dell’I.S.M. un inferno dantesco, una macelleria, uno squartamento umano.
Noi ne eravamo di già a conoscenza; giornalmente arrivavano, via internet, notizie dal blog (Bocche scucite) di don Nandino e di Vittorio Arrigoni, che tramite il suo blog GuerrillaRadio, con i suoi articoli, correlati da immagini raccapriccianti, ci trasmetteva gli orrori di Gaza: bimbi innocenti che affioravano, con i loro faccini insanguinati, dalle strade bombardate; dovunque, pezzi dei loro corpicini mutilati da armi chimiche, diabolicamente sofisticate della fiorente industria della morte.
E firmava, sempre: Restiamo umani (Come se di umano, in quel massacro, potesse esserci qualcosa).

Una notte, ci recammo al chek-point e lo percorremmo assieme ai palestinesi che dovevano recarsi al lavoro; tutti i giorni, anzi tutte le notti, per circa 4 ore, per essere in tempo al lavoro, sempre che non accadesse nulla che glielo impedisse; così come, invece, si verificò in nostra presenza.
Lettore delle impronte digitale… E quindi? Niente da portare a casa, niente cibo per sfamare tutti, niente farmaci per i piccoli malati.
La temperatura era gelida; non tutti erano ben coperti e i loro volti esprimevano tutto il dolore e l’ingiustizia da cui erano sopraffatti.
Noi eravamo lì solo per dimostrare la nostra solidarietà; potevamo solo regalare loro qualche sorriso e la certezza della nostra comprensione ed amicizia che non si sarebbe, di certo, esaurita rientrando a casa.

Rientrammo a casa, in Italia, lasciando un pezzo del nostro cuore in Palestina e ricordando, senza alcuno sforzo, la promessa fatta loro quella notte e in tanti altri momenti indelebili: che avremmo fatto “da ponte”, “da nastro trasportatore”; che non avremmo mai sprecato un’occasione per trasmettere la VERITA’. INFATTI…

Rientrata a casa, come un pensiero martellante, mi chiedevo, ripetutamente, come è possibile che di fronte a tali crimini contro l’umanità, il mondo rimanga indifferente.
E la Comunità Internazionale? E il Tribunale Penale Internazionale???
Riguardavo le immagini inviatemi da Vittorio: quanti bambini massacrati; quanti padri con i loro piccoli in braccio, correre disperati, chissà dove… quante madri, impazzite dal dolore…….…
Era come se sentissi le loro urla…e avevo voglia di urlare anch’io…
Il piombo fuso aveva arrestato il volo gioioso dell’infanzia, aveva trasformato una terra promessa in una terra maledetta.

Oggi, dopo 51 anni di occupazione israeliana ed 11 nella striscia di Gaza la situazione rimane inalterata, con il blocco di terra, aria e mare da parte di Israele, che costringe un milione di palestinesi, per sopravvivere, alle dipendenze di associazioni umanitarie, come AZIONE CONTRO LA FAME, che si prodiga sia a Gaza che in Cisgiordania.
Infatti, migliaia di famiglie sono sfollate e vivono nei campi profughi, in situazioni insostenibili…

Hanan Ashrawi dell’Olp (Organizz liberaz Palest) afferma che i palestinesi in tutta la Palestina storica continuano a sopportare distruzione, spostamenti e disumanizzazione per mano di un governo estremista israeliano e continua: Restiamo impegnati in un attivismo popolare non violento, continuiamo la lotta per la nostra libertà, dignità e per i nostri diritti”, e chiediamo alla comunità internazionale di “assumersi le sue responsabilità e ritenere Israele responsabile per la violazione dei diritti umani dei palestinesi”.

Di contro, il giornalista Fulvio Scaglione (Il giornale) sostiene che la causa palestinese è finita., non ha la forza di imporsi perché è stata via via abbandonata da tutti.
Ha vinto Israele. Non ci sarà mai uno stato palestinese, non si ritornerà ai confini in essere nel 1967 e, nel frattempo, Netanyahu sta incrementando la politica degli insediamenti.
Ma si chiede, anche, a proposito di DIRITTI UMANI, cosa vuol fare lo Stato ebraico delle persone, cioè dei palestinesi (che sono circa 6 milioni), dopo che la terra se l’è già presa quasi tutta e, purtroppo, sono nelle sue mani…
E l’Occidente? Dobbiamo ancora credere nella finzione del DIRITTO INTERNAZIONALE?
Ma l’Occidente si girerà dall’altra parte, dalla parte dove arrivano i contratti e gli affari…
E, infine, gli altri paesi vicini? Per es. la Siria, l’Iran? Non potrebbero allarmarsi, notando la continua espansione di Israele, e non voler fare la fine dei palestinesi?

Promossa da UNITRE, la mostra fotografica di Franca Schininà, PALESTINA, offre alla visione quei famosi scatti fotografici che immortalarono la striscia di Gaza martoriata dal conflitto.
L’artista ricorderà la sua esperienza intensa, dolorosa, forte da influire profondamente nella sua vena artistica.
Interverranno Giovanni Iacono, nella veste di sociologo, e Vincenzo La Monica, responsabile immigrazione della Caritas di Ragusa.
Appuntamento, martedì 11 dicembre, alle ore 17, presso il Centro Polifunzionale Interculturale, in viale Colajanni, a Ragusa. Introdurrà, dopo i saluti delle autorità, Salvatore Burrafato, Presidente della Sede UNITRE di Ragusa.

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