La decadenza del progetto della Mostra di abiti d’epoca

di Cesare Pluchino
Si dovevano intuire, prima, le difficoltà per dare vita all’esposizione della collezione di abiti d’epoca, si dovevano risolvere le questioni logistiche del sito espositivo, ci si doveva accertare, prima dell’acquisto, dell’effettivo stato di conservazione dei reperti

Un flop epocale quello della Mostra di abiti d’epoca della collezione Arezzo di Trifiletti che, inevitabilmente, nuoce, indirettamente, anche all’immagine della illustre famiglia.
Avevamo cercato di evidenziare le verifiche, soprattutto di ordine economico, che sarebbero state opportune prima dell’acquisto, ma non ci sentiamo di addossare colpe all’amministrazione che, tuttora, cerca di dare il meglio per offrire alla città, e ai turisti, questo patrimonio.
Vanno, piuttosto, rilevati i vari interventi di sollecito all’acquisto, inoltrati all’amministrazione senza nessun preventivo conto economico di verifica, sia dai consiglieri comunali che da associazioni e appassionati che cercavano di sensibilizzare l’opinione pubblica per tale indispensabile acquisizione.
Dopo un anno dall’avvenuto possesso, i cittadini non hanno visto ancora nulla: notizie, evidentemente prive di fondamento, parlavano di 4.000 pezzi della collezione, senza specificare quanti erano effettivamente i vestiti. Ora si è scesi a circa 2.800 pezzi, ma non si tratta solo di vestiti, ci sono carrozzelle per neonati, elmi, accessori vari e, addirittura, una sella da amazzone che di, recente, è stata mandata al ‘ripristino’ per una spesa sì minima ma che si aggiunge a quella iniziale per l’acquisto della collezione, (250.000 euro), ai notevoli fondi destinati alla sistemazione del sito espositivo nei bassi del Castello (250.000 euro), alle somme occorrenti per le vetrine per esporre solo alcuni vestiti, per una spesa di  26.000 euro, alle somme da destinare ad una smacchiatoria  (9.500 euro) che dovrebbe provvedere alla pulizia e rigenerazione di alcuni abiti, oltre alle somme per la consulenza e l’organizzazione delle mostre, nonché per l’assistenza all’opera di catalogazione di ogni singolo pezzo, invero, inspiegabilmente, di bassissima entità, considerate le competenze dell’interessato.
Ma proprio sulla mancata esposizione di tutta la collezione, si parla solo di una anteprima della mostra, si discute e sorgono molti dubbi sull’effettivo stato dei reperti: sembra che molti pezzi hanno bisogno di interventi corposi e tecnicamente dedicati per il ripristino di stoffe e ornamenti, con conseguente notevole esborso di somme per un lavoro assai delicato che richiede alta specializzazione.
Ma troppo pochi quindici o venti vestiti in esposizione, nemmeno i nostri figli arriveranno a vedere tutta la collezione !
Ma cosa hanno controllato, allora, al momento della verifica della collezione e della successiva presa in consegna?
E da qui, a cascata, una serie di interrogativi: quanti sono effettivamente i capi in grado di essere esposti, ce ne sono di inservibili? quanti sono effettivamente tutti i vestiti d’epoca? dopo un anno, si ha l’idea di quando potranno essere esposti? In che cosa consistono le criticità dei locali che hanno fatto rimandare la presentazione della collezione alla stampa nazionale?
Dopo un anno ci accorgiamo che ci sono infiltrazioni di acque meteoriche nei bassi del castello, o almeno così si racconta; della presentazione alla stampa nazionale, ottimamente curata dalla collaboratrice del Sindaco, dott.sa Tuzzolino, si sa poco: la stampa locale è stata tenuta opportunamente all’oscuro, si era pensato di invitare alla serata solo tre tv locali, tutto il resto fuori. Da una delle televisioni locali si viene a sapere che tutto è stato spostato al giorno 11 febbraio, vedi il nuovo invito in foto, ma si parla già di rimandare il tutto, ulteriormente, a giugno.
Una commovente mail, ripetiamo portataci a conoscenza da una delle tv locali invitate, parla di “inaspettato grande interesse per l’iniziativa, con adesioni triplicate rispetto alle aspettative, che impone, anche per venire incontro alle esigenze editoriali di diverse testate interessate, il rinvio della manifestazione”
Quali sono, realmente le difficoltà? Perché non si organizza una conferenza stampa fra i cartoni e i sacchi di cellophane dove erano contenuti i vestiti, inimmaginabili contenitori di tanti preziosi reperti, per far vedere, intanto, cosa abbiamo acquistato, o meglio, cosa ci hanno fatto acquistare i consiglieri comunali che pontificavano contro l’insensibilità culturale di Piccitto e della sua Giunta che ritardavano ad acquistare cotanto patrimonio?
C’era una certezza, che ad occuparsi di una questione dalle evidenti difficoltà era l’assessore Stefania Campo, alla quale venivano riconosciute, per quanto fatto vedere in 28 mesi di amministrazione, indubbie doti organizzative e di programmazione che avrebbero avuto la meglio sulle criticità della collezione e della Mostra da allestire. Almeno, se fossero rigettate le dimissioni, potremmo conservare l’unica certezza nel mare di confusione e di disorganizzazione che circonda il Castello e la Mostra.
Le criticità funzionali dei locali del Castello dove dovrebbe essere allestito il sito museale si aggiungono all’allarme lanciato, nelle scorse settimane, sullo stato di alcune stanze, dove dovrebbe aver luogo l’anteprima della Mostra che, per ora, viene solo annunciata, inspiegabilmente, su pagine facebook private, per il prossimo 19 dicembre e semplicemente inserita nel programma delle manifestazioni natalizie.
Non si hanno notizie sui lavori di musealizzazione del Parco del Castello di Donnafugata, all’interno del quale l’Assessorato alla Cultura, in collaborazione con l’ufficio del verde pubblico, aveva deciso di attivare il ripristino delle essenze originali volute dal barone Corrado Arezzo, che fu anche un esperto botanico, iniziativa che era stata comunicata, a maggio, con una nota dell’Ufficio Stampa del Comune.
Lavoro, anche questo, preceduto dalla ricerca storiche dell’esperto, che aveva visto l’inizio delle opere per riconfigurare le aiuole attorno alla fontana della rotonda, nella zona del parco definita giardino alla francese, delimitandole con la siepe originale, il buxus sempervirens, e ripristinando le aree fiorite che il barone a suo tempo aveva individuato. I lavori già eseguiti hanno riguardato il rifacimento dell’agrumeto situato nella zona sud-ovest del parco, vicino all’area dell’apicoltura e delle erbe aromatiche, ripiantando varie specie particolari di agrumi come la “mano di Buddha”, il limone rosso, il limone pane e tanti altri tipi di aranci e mandarini.
Nulla si sa nulla di tutto questo, come pure di un’altra questione diventata di forte attualità in occasione del caso Campo: pare, da indiscrezioni, che siano in avanzata fase di definizione le procedure per affidare a privati la gestione del Castello, secondo un progetto vecchio, già annunciato dall’assessore Stefano Martorana, a suo tempo, in conferenza stampa.
Inspiegabili i silenzi su una questione tanto importante, silenzi che sollevano anche altri interrogativi sulle diversità di vedute che, pare, contrapponevano la Campo ad altri colleghi di giunta, sulle modalità di istruzione della manifestazione di interesse o del bando di gara per la gestione in argomento, e che potrebbe essere alla base, secondo alcuni, di una macchinazione ordita ai danni della responsabile della cultura.
La mancanza di notizie al riguardo, nonostante il puntuale lavoro di informazione dell’amministrazione su ogni minimo passo del Sindaco e degli assessori, ci fa pensare che qualcosa si sia inceppato, per il Castello, per il suo parco, per la mostra, per l’affidamento ai privati, in un crogiuolo di responsabilità diverse che sarebbe opportuno identificare per restituire ordine ad un comparto dell’amministrazione che attiene alla cultura e al turismo, quest’ultimo vittima di evidenti criticità non giustificabili di fronte alle potenzialità del territorio.

Ultimi Articoli