La montagna ha partorito il topolino

di Cesare Pluchino
La tanto celebrata collezione di abiti d’epoca e il Museo del Costume si risolvono in una semplice mostra tematica con solo 24 abiti esposti. Per tutto il resto notizie vaghe e contrastanti

Per ora, la mostra di abiti d’epoca acquisita al patrimonio comunale, si risole in un evento estemporaneo, inserito nel programma delle manifestazioni per il Natale 2015, che si prolungherà fino al maggio del 2016.
La data di fine mostra, ancorché voglia comprendere i tradizionali ‘ponti’ del mese di aprile, la dice lunga sui tempi occorrenti per il famoso Museo del Costume, da allestire nei bassi del Castello di Donnafugata.
Tutto facile era, a suo tempo, per i soloni che sostenevano la necessità dell’acquisto della preziosa collezione, il Castello sarebbe stato il luogo ideale per accogliere gli abiti della collezione Arezzo che, si diceva, dovevano tornare ai luoghi di origine, anche se, strada facendo, si scopre che gli abiti appartenuti alla famiglia Arezzo di Ragusa, che aveva legami con il Castello, sono solo una parte della collezione.
Questi e tanti altri particolari sono emersi nella conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa, tenutasi nella mattinata di mercoledì 16 dicembre a Palazzo dell’Aquila, in Sala Giunta.
Presenti il Sindaco Federico Piccitto con la sua collaboratrice per le manifestazioni culturali a forte valenza turistica, dott.sa Ornella Tuzzzolino, il dirigente del settore cultura, dr. Santi Distefano, il funzionario dott.ssa Elide Ingallina e la responsabile del servizio, sig.ra Daniela Sgarioto, e il curatore della mostra, l’arch. Nuccio Iacono.
Un motivo dominante dell’incontro è stata la colpevole dimenticanza, da parte di tutti, di ricordare il grande lavoro dell’ex assessore Stefania Campo che tanto tempo aveva dedicato a questo importante appuntamento, fondamentale per la valorizzazione dell’acquisita collezione.
Abbiamo voluto menzionare il particolare perché abbiamo avuto la netta sensazione che diventi ineludibile e improcrastinabile la decisione del Sindaco per l’assegnazione dell’assessorato alla Cultura: siamo fra quelli che, insieme ai consiglieri comunali, vedrebbero naturale un ritorno di Stefania Campo, anche alla luce degli esiti della Commissione Trasparenza, ma, in ogni caso non si può aspettare altro tempo.
Evidente, in conferenza stampa, la distanza, proprio a livello mentale, del primo cittadino da questioni attinenti l’orario della mostra e della inaugurazione. In aggiunta, non si comprende perché mai la dott.sa Tuzzolino non è stata delegata a illustrare i dettagli operativi della iniziativa, considerato il suo ruolo di capace organizzatrice e coordinatrice di importanti manifestazioni, per le quali, peraltro, è stata scelta per l’incarico di collaborazione.
Nulla da eccepire sul qualificato apporto del curatore della mostra, il cui dire competente ha affascinato nel corso della conferenza stampa ma si sa che gli studiosi hanno tempi e modalità organizzative che mal si adattano a quelli vorticosi di una macchina comunale che deve sbrigarsela con problemi di carattere economico, prima di tutto, logistici, di personale, di autorizzazioni e di allestimento dell’evento, ma, soprattutto, con una opinione pubblica e con una stampa che, da oltre sei mesi, aspetta di vedere cosa c’era nel pacco acquistato dall’Arezzo di Trifiletti.
La mostra, ‘Anteprima Ottocento – Moda: estetica, vanità e mutamento’, sarà inaugurata alle ore 11 di sabato 19 dicembre. Subito dopo la visita delle autorità, le stanze del piano nobile del Castello saranno aperte al pubblico, gratuitamente anche per la giornata successiva di domenica.
L’esposizione vuole anticipare alcune sezioni legate alla storia della Moda, le due allestite faranno parte, successivamente, della Galleria del Costume, che sarà allocata nei bassi del Castello.
Riuniti e uniti pezzi significativi, selezionati dopo lunga ricerca e attenta analisi.
A conferma di quanto abbiamo prima detto, il curatore, in una nota scritta, parla della Galleria del Costume come ancora in fase di ideazione, palesando tempi lunghi del tutto insostenibili.
Il sub titolo “Moda: estetica, vanità e mutamento” nasce dalla concezione della moda, intesa come “energia creativa e mutevole di un canone di bellezza che vive nell’immagine reale e mentale del presente”.
Trittico di parole ripreso dalla definizione di moda che fece l’antropologo Paolo Mantegazza – “la moda è una vera insalata psicologica, perché per farla, invece del sale, dell’olio e dell’aceto, occorre estetica, vanità e mutamento”, parole estrapolate in nome dell’amicizia e frequentazione fra il Mantegazza e il Visconte Gaetano Combés de Lestrade, XII Barone di Donnafugata maritali nomine.
La visita alla mostra si sviluppa, al Piano nobile del Castello, attraverso un percorso incentrato su due sezioni parallele: una prima che riguarda la storia della moda e ne mette in luce l’evoluzione stilistico sartoriale, nella seconda si mette in evidenza un focus sulla moda riferita agli anni che vanno dalla seconda metà dell’’800 alla fine del secolo.
Nella prima alcuni abiti di eccellenza, l’abito di Vincenzo Bellini, quello del Barone di Donnafugata, Corrado Arezzo de Spuches, quello di Michele Amari, conte di Sant’Adriano, il vestito della Contessa Conception Miramon e un abito che ispirò quello di Angelica nel film ‘Il Gattopardo’.
L’abito di Bellini è collocato nella Sala della Musica, anticipato dalle note della ‘Norma, mentre l’abito del ‘Gattopardo’, posto nella sala degli specchi, è anticipato dal valzer brillante di Verdi.
Nella seconda sezione il continuum della Belle Epoque che a Donnafugata trova il suo fulgore in diversi vestimenti e accessori, primo fra tutti l’imponente abito di Franca Florio.
La collezione, come riportato nelle note del curatore, si compone di 2.782 reperti. Da indiscrezioni non confermate, gli abiti non dovrebbero essere più di un migliaio. Citate solo le appartenenze sopra descritte, non si hanno altri particolari sui restanti abiti, né sulla copiosa collezione di accessori, né tantomeno sullo stato di conservazione di tutti i reperti, molti dei quali hanno dovuto essere sottoposti a trattamenti di ripristino e pulizia. Parimenti non sono state specificate le modalità e le strutture di conservazione della collezione.
A specifica domanda di un giornalista, il curatore ha dichiarato di affidarsi per la certificazione dell’appartenenza di alcuni abiti, ove specificato, ai dati forniti dalla Soprintendenza, dal collezionista che li venduti e dal Ministero, dati che sarebbe opportuno rendere pubblici al fine di dimostrare le certificazioni in oggetto, da rendere, possibilmente, accessibili ai visitatori, alla luce delle ultime considerazioni del curatore che vede “nell’importanza della Collezione e della sua completezza un patrimonio. di proprietà pubblica, che auspica possa diventare preziosa fonte di informazione per tutti gli addetti e studiosi del settore oltre che assurgere a nuovo polo di attrazione turistica per la sua eccezionale valenza socio-culturale.”

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