a cura della redazione
Si ringraziano per l’autorizzazione alla pubblicazione l’arch. Giuseppe Nuccio Iacono e Stefano Vaccaro, autori della nota estesa per la Mostra “Ottocento anteprima – Moda: estetica, vanità e mutamento”
L’anteprima della Collezione di abiti d’epoca del Marchese Gabriele Arezzo di Trifiletti costituisce l’anticipazione di alcune sezioni legate alla storia della Moda che costituiranno future sezioni museali della Galleria del Costume che sarà allestita nei locali del Castello di Donnafugata.
Il sub titolo ‘Moda: estetica, vanità e mutamento’ è una delle chiavi per la comprensione della Mostra, scelto per collegare i vari elementi che coinvolgono il percorso del visitatore, l’oggetto, Moda, il luogo, il Castello, il personaggio, il Barone di Donnafugata.
Estetica, vanità e mutamento rappresentano l’essenza della moda intesa come energia creativa e mutevole di un canone di bellezza che vive nell’immagine reale e mentale del presente.
Un trittico di parole che ritroviamo nella definizione di moda dell’antropologo Paolo Mantegazza, “la moda è una vera insalata psicologica, perché per farla, invece del sale, dell’olio e dell’aceto, occorre estetica, vanità e mutamento”, parole che non dovevano risultare estranee nell’ambiente del Castello di Donnafugata, anche per l’amicizia e la frequentazione con il Mantegazza del XII Barone di Donnafufata, Gaetano Combes de Lestrade, erudito sociologo e attento esteta.
Potrà essere di ausilio al visitatore, ma anche al semplice lettore, la nota integrale sulla storia della Moda nel XIX secolo, che esporremo in cinque parti, contemporaneamente consultabili sulle pagine del nostro giornale alla rubrica ‘Arte e cultura’, propedeutiche ad una rassegna degli abiti esposti.
La “moda” è un fenomeno sociale caratterizzato dal mutamento ciclico di gusto, stili e abitudini, convalidati in un determinato momento storico e riflesse la nota nel “costume” come consuetudine costante di un comportamento assunto. Essa, seguendo la falsariga delle vicende storiche, si rivela essere il teatro dei cambiamenti sociali che, attraversando tutto il secolo XIX, contribuì a creare l’identità di correnti culturali e indirizzi di pensiero che in questo periodo ebbero una vivace fioritura.
La moda abbraccia non solo l’abbigliamento, ma tutto lo stile di vita, dal modo di comportarsi in società agli oggetti di uso più comune, il “vestito” assurge quindi a simbolo del rapporto che intercorre tra l’individuo e la società, ma non solo, anche del legame che si instaura tra l’individuo e il corpo stesso che riconosce nell’abito un compendio di significati politici, religiosi, estetici ed artistici.
“(…) la funzione degli abiti, (…) non è solo quella di tenerci caldo. Cambiano la nostra visione del mondo, e la visione che il mondo ha di noi. (…) Appare molto fondata la tesi che sono gli abiti a portare noi, e non noi a portare gli abiti; possiamo far sì che modellino bene un braccio, o il seno, ma essi ci modellano a piacer loro il cuore, il cervello, la lingua”, così scriveva la saggista inglese Virginia Woolf (1882-1941), una tra le più note penne della letteratura mondiale tra Otto e Novecento; e non è un caso che sia proprio una donna a fotografare in maniera così nitida l’importanza che per tutto il secolo acquisirà l’abito, periodo in cui una maggiore consapevolezza delle implicazioni culturali della moda saranno ben teorizzate dal filosofo tedesco Georg Simmel (1858-1918) nel trattato “La moda” del 1895.
Per Mallarmè “la moda è la dea delle apparenze”. Di fatto, la moda è la sacralizzazione del nuovo, la deificazione del presente. In altre parole, è l’apoteosi del rinnovamento ludico e la santificazione del piacere di cambiare. È emancipazione dal passato e dal futuro, infatti per l’uomo alla moda, come scrive Tarde, “solo il presente pare degno di rispetto”.
La moda è dunque culto del presente, ma anche pathos per la modernità e legittimazione dei cambiamenti rapidi, anzi febbrili. Il vero fascino, stimolante e piccante, della moda sta nel contrasto tra la sua diffusione ampia e onnicomprensiva e la sua “rapida, fondamentale caducità, nel diritto all’infedeltà nei suoi confronti”, come suggerisce lo stesso Simmel. La moda è il veicolo diretto per esprimere il ruolo che si ricopre nella società, il proprio orientamento politico così come anche il ceto d’appartenenza.
Un sistema, a tratti complesso, quello dell’evoluzione dell’abbigliamento, fatto di segni e simboli che ci restituiscono un caleidoscopio di stili e fogge che contribuiranno a creare nell’immaginario collettivo del XX secolo il “mito del 1800”.
La moda da corpo alle masse sociali che, lungi dall’essere soggetti a lenti cambiamenti, creano ex novo un insieme di significanti e significati, talora della durata di una sola stagione, che caratterizzano un’epoca fatta di forme, sostanze e colori, ritualizzati in un continuo gioco di indumenti che sottendono simbologie funzionali e significative.
A riportare in auge il simbolismo di derivazione classica nell’età contemporanea fu Napoleone Bonaparte (1769-1821) che, nominatosi erede dei fasti dei Cesari romani, impose alla corte di Francia una rigida etichetta e un linguaggio stilistico (neo)classico che toccherà anche la moda.
Napoleone, in maniera del tutto differente da Luigi XVIII, considerò la sua dignità imperiale una “dignità di potere”, conquistata in maniera autonoma, antitetica “alla dignità di re” acquisita invece per diritto divino. In questa ottica, non avendo nessun “antenato” da nobilitare o ricordare, Napoleone sancì come suoi modelli di riferimento gli uomini che avevano contribuito a creare la civiltà occidentale, rivedendo nel mondo greco-romano un modello da seguire. L’egemonia napoleonica non durò che un quindicennio e alla dissoluzione dell’impero, la Restaurazione portò le teste coronate d’Europa a riappropriarsi delle proprie prerogative dinastiche, ciò coincise nell’evoluzione della moda con un periodo transitorio, collocato tra l’eredità lasciata dal neoclassicismo e le novità della metà del secolo che da lì in poi si sarebbero diffuse.
Dagli anni ’40 del secolo, la moda si fa espressione del ceto borghese che, avendo necessità di trovare spazi d’espressione fino ad allora preclusi, inventerà la propria moda, facendola corrispondere a modelli ideali, etici e di vita. L’abito fu orientato a comunicare valori astratti come la buona formazione e la lungimiranza negli affari ma anche il concreto benessere economico e la ricchezza acquisita.
Così scriveva Théophile Gautier nel 1858, schierandosi contro quegli artisti che sostenevano che l’austerità dell’abbigliamento potesse inibire la vena creativa: “Il nostro abito è davvero così brutto come dicono? (…) Con il suo taglio semplice e il colore neutro, valorizza molto la testa, sede dell’intelligenza, e le mani, strumenti del pensiero o segno della categoria”.
La moda borghese di metà ‘800 ebbe una dicotomia di fondo per cui la moda femminile subì vistose evoluzioni mentre l’abbigliamento maschile andò istituzionalizzandosi rimanendo pressoché invariato.
Con una maggiore accessibilità ai beni primari da parte dei proletari e ancora di più da parte del ceto borghese, sorsero i grandi magazzini: luoghi di commercio ove era possibile acquistare anche per le classi meno abbienti vestiti ed oggetti personali che non si sottraevano ai dettami della moda.
I primi a nascere in Italia furono i grandi magazzini “Alle città d’Italia” dei fratelli Bocconi seguiti dai “Grandi Magazzini Italiani” dei fratelli Mele di Napoli.
Esaminare il XIX secolo seguendo l’evoluzione della moda ci restituisce un Ottocento inedito che tende ad andare oltre una ricostruzione storiografica evenemenziale per incentivare una ricerca che, partendo dal particolare, possa aggiungere un ulteriore tassello alla storia universale.
Lungo questa direzione dunque l’abito e gli oggetti con i quali ci si ricopre, diventano le forme attraverso cui i corpi entrano in relazione con il mondo esterno e tra di loro, si fanno “figura” ed emblema di un periodo identitario inequivocabile che rendono l’epoca della loro realizzazione e del loro uso unico e irripetibile.
nella foto di apertura, da sx: Stefano Vaccaro, Giuseppe Cosentini, Giuseppe Nuccio Iacono, Antonio Sortino Trono, Simona Occhipinti, Giancarlo Tribuni Silvestri
nella foto dell’articolo: Antonio Sortino Trono, Giuseppe Nuccio Iacono, Giuseppe Cosentini, Gabriele Arezzo di Trifiletti, Simona Occhipinti, Stefano Vaccaro
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