Peggio del crollo di Wall Street nel ’29 o del ponte Morandi di Genova, e le soluzioni non sembrano quelle ideali

Il weekend nero per l’amministrazione Cassì quello appena passato, con le dimissioni dell’assessore D’Asta prima preannunciate nel pomeriggio di sabato e poi confermate nella domenica, anche alla maggioranza riunita in conclave per stabilire il da farsi, meglio sarebbe dire per ascoltare da Cassì cosa aveva deciso.
E le decisioni di Cassì non sembrano delle migliori: può apparire che si ricorra ai migliori ma c’è già chi ha visto, nelle indicazioni dei nuovi assessori, una subdola strategia per far fuori anche loro.
Pensare che da oggi, pur con tutte le loro doti Giuffrida e Iacono possano mettere ordine in un settore allo sbando è pura utopia, e ne parleremo in altra parte del giornale.
Piuttosto si potrebbe tentare di emarginare i due soggetti per il prossimo quinquennio, senza dubbio elementi di disturbo per certe lobby che, ormai, è fin troppo evidente, condizionano Cassì.
Un disegno perverso, quello di limitare eventuali ambizioni di Iacono e tagliare le ali del volo verso una candidatura a sindaco per Giuffrida, ma Ragusa è la provincia babba e i suoi destini, da tempo, si decidono altrove.
Le dimissioni di D’Asta costituiscono l’ultimo anello di una catena con cui Cassì ha voluto flagellarsi, come per le dimissioni di Massari non c’è stato nessun tentativo di rimandarle al mittente, anche questo segnale evidente che non è ormai Cassì che decide.
In fin dei conti, Massari e D’Asta erano le espressioni più limpide del progetto civico e Cassì se ne è liberato come se fossero stati al centro del ponte Morandi, pensando di poter accentrare sempre di più il potere.
La catena parte con l’intenzionale disconoscimento del consigliere Bennardo mentre si teneva in considerazione un manipolo di fedelissimi fuoriclasse del nulla assoluto. Uno schiaffo intenzionale al terzo degli eletti in Consiglio comunale.
A seguire l’atteggiamento ostile nei confronti della consigliera Caruso, pur eletta vicepresidente del Consiglio comunale, segnale evidente della poca padronanza della politica.
E quello che più impressiona è l’atteggiamento e la caratura dei più stretti consiglieri di Cassì che ci sono, all’interno e all’esterno del palazzo, che anche in questi casi hanno preferito mantenere ruoli da zerbino piuttosto che aprire gli occhi al leader.
Poi la vicenda che ha riguardato il consigliere Zagami, espressione di una componente politica con cui Cassì aveva pur sempre dialogato in campagna elettorale, che viene estromesso per i capricci di Ragusa Prossima, per la vicinanza alla DC di Totò Cuffaro, dopo che il consigliere di Ragusa Prossima aveva votato per eleggere l’altra espressione di Totò alla vicepresidenza del Consiglio, come se non fosse stata nota la sua appartenenza politica.
Cose che sembrano irreali anche a chi scrive.
Poi il caso Buscemi che gli sviluppi di queste ultime ore rendono paradossale e sintomo di una sindrome che ha colpito Cassì, di non ancora accertata gravità.
Buscemi rompe con quello che oggi, in maniera che è meglio non giudicare, si definisce il fuoriclasse della politica, Cassì lo emargina, non gli riconosce il ruolo di vera e onesta componente civica del suo progetto, al quale Buscemi aveva aderito più per propria convinzione che per scelte del partito – De Luca dialogava con il leader del centro sinistra fino a poche ore prima dell’adesione al progetto di Cassì, come sta dialogando in queste ore.
Non solo, preferisce mantenere in giunta l’assessore sfiduciato dal consigliere, vantando accordi con Sud chiama Nord.
Oggi Cassì, uomo di Forza Italia e segnatamente di Renato Schifani, si ritrova con il suo amico De Luca che sta lavorando ad una coalizione di centro sinistra che vuole capeggiare per dare l’assalto alla Presidenza della Regione, per scalzare Schifani e tutto il centro destra.
E, forse, ma non può essere ipotizzabile, Cassì non si è reso conto di avere in giunta l’assessore di De Luca, di avere in casa il nemico, come non se ne è resa conto la maggioranza che tiene fuori dalle sue riunioni elementi che, nel DNA, hanno la storia di Forza Italia, mentre banchetta con chi lavora contro la loro coalizione.
Ma questo è comprensibile perché in maggioranza è acclarato che ci sono elementi con QI al di sotto della media, di certo per quanto riguarda, almeno, la politica.
Ora la ciliegina sulla torta, la mina vagante di Mario D’Asta che non è come qualche stolto della comitiva di Palazzo dell’aquila che va intrattenendo rapporti con gli avversari per cercare di mantenere improbabili future collocazioni politiche.
D’Asta non cerca, è semplicemente cercato e già il suo telefono ha rischiato, nella sola giornata di ieri, di bruciare le batterie.
Una maggioranza ridotta all’osso, che tiene per la scandalosa presenza di un fedelissimo di un leader di Fratelli d’Italia a sostegno di Cassì, un progetto comunque crollato e con un nuovo progetto che stenta a decollare, con giocatori che hanno indossato il corredo, pantaloncini, maglietta, calzettoni e scarpette ma, di fatto sono tenuti in panchina.
Come per tutte le ricostruzioni, ci vorranno tempi lunghi a meno di non fare come a Genova, togliendo di mezzo gli elementi tossici e fare tornare a splendere il sole.

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