di Cesare Pluchino
Consueta seduta ispettiva del Consiglio comunale, caratterizzata da molti scranni vacanti e da pochi spunti degni di rilievo. Toni dimessi, discussioni da bar, come se la realtà oltre i Monti Iblei non ci riguardasse
Mirabile quella pagina di un quotidiano locale, di alcuni decenni fa, a firma di Giuseppe Fava che descriveva come un mondo a parte Ibla, con la sua aristocrazia seduta davanti al Circolo di Conversazione e con il popolo davanti ai bar e alle porte di casa, quasi incuranti di quanto accadeva oltre i Monti Iblei che separavano questo territorio dal resto dell’isola e del mondo.
E osservando una seduta ispettiva del Consiglio Comunale di Ragusa, popolata dai pochi amministratori e dai pochissimi consiglieri che si degnano di onorare il civico consesso con la propria presenza, non si ha un’immagine molto dissimile.
La Sicilia, l’Italia, l’Europa, il Mediterraneo, altri continenti, sono un vulcano in fermento, ma nella barocca Ragusa si discute dell’orario di apertura del Castello di Donnafugata, sul livello di igiene dei bagni pubblici delle frazioni, della scerbatura delle strade interpoderali, degli incroci pericolosi.
Una opposizione senza partiti o riferimenti politici, fatta solo di leader autoreferenziali, fatti in casa come una torta, disquisisce sui problemi di una città e trova nell’amministrazione del momento non solo il bersaglio delle critiche utili per attirare visibilità politica, ma anche il capro espiatorio di tutti i mali che affliggono la collettività. Mai, però, un sussulto concreto, documentato, spedito al destinatario, per i veri mandanti dello sfascio imperante, per chi fa i tagli, per chi non decide sui rifiuti, sulle province, sul turismo, sull’assistenza sociale, sulla formazione, sulla sicurezza nelle scuole, sulle infrastrutture e i trasporti.
Da segnare, allora, se un consigliere di opposizione, che appoggiò, in prima battuta, l’amministrazione a cinque stelle, dissociandosi in seguito, salvo condividere alcuni passaggi della vita consiliare, chiede, platealmente. “A che ora passa la rivoluzione in questa città ?”.
Chi scrive pensa come i giapponesi che esonerano i professori dall’inchino all’Imperatore, per il loro ruolo di educatori, oltre ad essere figlio di docente: non solo mi è difficile criticare l’atteggiamento del prof. Ialacqua, consigliere comunale del Movimento Città, ma solo per il ruolo professionale, non certo per quello politico, ne comprendo il tipo di disposizione verso problematiche importanti, che è, poi, quello, tradizionale, dei professori italiani, bravi a protestare, ma poco incisivi nella protesta, meno che mai per una eventuale rivoluzione che limita anche le possibili espressioni di dissenso come ostruzionismo e sciopero bianco.
Caro prof. Ialacqua, ma se siamo in una città nella quale non viene nemmeno rispettato l’orario di chiusura di un Museo o del Castello di Donnafugata, o quello di apertura dei bagni pubblici, come può pretendere di sapere a che ora passa la rivoluzione, quella stessa di cui Lei, amici di Movimento e vicini di ideologia, potevate essere autisti, sia pure in turno con altri conducenti ?
Rivoluzione avevamo visto nell’ottobre del 2013, quando Lei innalzò, davanti alle telecamere dell’aula consiliare la cambiale, gigantesca per grandezza e per debito, del territorio, nei confronti dell’Università di Catania, purtroppo, da allora, nulla più, niente gigantografie o lenzuoli appesi al tetto di palazzo dell’Aquila.
Anche in Lei, come in altri, era riposta la speranza per la rivoluzione che ora aspetta e di cui chiede il passaggio, ma la rivoluzione non si aspetta, troppo comodo, appunto da professore, occorre scendere in piazza, gridare, essere quantomeno irriverenti con il potere e sbeffeggiare quanti recitano la parte del politico.
Cominciamo a fare la guerra contro qualche esponente dell’amministrazione, passiamo poi all’aula consiliare e di là al territorio, ai suoi pseudo esponenti politici, poi a Palermo.
Come fanno altri, di questi tempi, occorre cercare adepti, radunarli, erudirli, armarli del verbo giusto e confacente, farli un esame alla fine e mandarli alla contestazione: ma prima devono sapere cosa debbono contestare.
I leader, così, non saranno fatti in casa, si formeranno sul campo e la loro autorevolezza dipenderà solo da competenza e nemici abbattuti politicamente.
