Riceviamo e pubblichiamo una nota del Presidente dell’associazione ANTEAS di Ragusa:
L’ageismo e la discriminazione indotta nei confronti degli anziani, le valutazioni di ANTEAS RAGUSA su quanto è accaduto nel periodo più critico della pandemia
“Sui media, e – tanto per cambiare – sui social network, sono stati frequenti i commenti, soprattutto durante il periodo più drammatico della pandemia che ancora stiamo vivendo anche se per fortuna in maniera più attenuata, dai quali sembrava trasparire una sorta di (magra) consolazione perché la maggior parte dei decessi registrati hanno riguardato persone anziane.
È scattato, di fatto, un meccanismo di rassicurazione collettiva secondo cui il terribile virus sarebbe risultato fatale, nella maggior parte dei casi, solo per i nostri vecchi, senza colpire, sostanzialmente, la parte sana della società, quella in salute e produttiva. Un sospiro di sollievo per molti, una pesante discriminazione per chi si trova in là negli anni, la più ampia minoranza del Paese”.
E’ questa la riflessione che arriva da Anteas Ragusa dopo che, concluso il periodo del lockdown e passata, forse, la parte più pericolosa legata all’emergenza contagi, si sta cercando di analizzare, adesso, quanto è accaduto nei mesi scorsi.
Anteas Ragusa, che rivolge la propria attenzione ad associati avanti negli anni, ha voluto sviluppare una riflessione complessiva che ha coinvolto alcuni degli iscritti, riflessione da cui ha tratto spunti per formulare un ragionamento generale che si spera possa fornire un contributo per lo sviluppo di politiche di sostegno a favore dei diversamente giovani da parte delle amministrazioni e istituzioni locali.
“Siamo partiti da un dato – sottolinea il presidente di Anteas Ragusa, Rocco Schininà – e cioè che, secondo le ultime cifre fornite dall’Istat, siamo di fronte ad uno storico aumento della popolazione anziana, cresciuta di oltre mezzo milione dal 2015 a oggi: l’Italia, uno dei Paesi più anziani al mondo, conta quasi 14 milioni di persone ultra sessantacinquenni e si prevede che nel 2050 le persone anziane, che raggiungeranno i due miliardi, saranno l’assoluta maggioranza degli abitanti dei Paesi sviluppati.
Aldilà di tutte le evidenti problematiche in termini di impatti sanitari e di welfare, che rendono palese come la questione dell’invecchiamento della popolazione rappresenti uno dei dossier epocali per il pianeta, è lecito affermare che ci si trovi davanti ad un classico caso, come lo chiama Alfredo Ferrante, studioso di questi fenomeni, di ageismo, cioè una valutazione generica secondo cui l’età assume carattere di stereotipo e la discriminazione si realizza nei confronti di individui o gruppi in base alla loro età avanzata.
Al pari del razzismo o del sessismo, che prendono di mira determinate categorie di individui per il colore della pelle o il genere, l’ageismo si manifesta attraverso atteggiamenti pregiudizievoli, politiche o pratiche discriminatorie che creano o perpetuano credenze stereotipate avverso le persone anziane.
È un termine ancora poco diffuso nella lingua italiana, che la Treccani definisce come “forma di pregiudizio e svalorizzazione ai danni di un individuo, in ragione della sua età, in particolare verso le persone anziane”. Eppure, è un atteggiamento assai comune nelle nostre società, profondamente cambiate dalla metà del secolo scorso e ormai di fatto ritagliate su misura per individui in età produttiva, consumatori attivi, scattanti e in salute”.
“La diffusione del virus – dice ancora Schininà – non ha fatto altro che rendere manifesto il radicato retropensiero di taluni, per il quale la morte di un anziano è un prezzo tutto sommato accettabile, in quanto le potenziali vittime sono individui il cui valore specifico è inferiore a quello dei veri protagonisti della società contemporanea.
E ce ne siamo accorti anche a Ragusa. Sentimento inconscio o meno, è emerso con chiarezza un carico pregiudizievole contro chi, nell’immaginario collettivo, è privo di ogni prospettiva nel futuro, è restio al cambiamento, rappresenta un peso da mantenere e assistere e un danno per il lavoro dei giovani e degli adulti.
Una categoria, magari, da privare del diritto del voto, essendo ormai attestata, secondo qualcuno, sulla conservazione che danneggia e frena lo sviluppo della comunità cui appartengono. Un vero e proprio paradosso, alla luce del fatto che le persone anziane assolvono esigenze economiche significative attraverso forme di lavoro non retribuito (ad esempio grazie ad attività di volontariato o all’assistenza gratuita per i nipoti) e in quanto attori economici, consumatori sempre più longevi.
Come Anteas Ragusa, riteniamo che la spersonalizzazione degli individui anziani, tra i gruppi sociali che più facilmente rischiano di essere lasciati indietro, rappresenta una discriminazione latente, spesso accettata con rassegnazione dalle stesse persone anziane, che vivono con passiva rassegnazione la loro condizione indotta di minorità. Gli impatti che l’epidemia di coronavirus ha causato sono e saranno diversi e con conseguenze ancora da valutare: evitiamo, almeno, di cadere preda di discriminazione odiose.
Gli anziani, dopotutto, saremo noi. E cerchiamo, soprattutto, di adottare le opportune contromisure. Che ci aiutino a gestire nella maniera migliore questo fenomeno”.
