di Cesare Pluchino
Enormi responsabilità, a tutti i livelli, ma non c’è il necessario coinvolgimento, basta rilevare come gravi discrasie non hanno sollecitato proteste né da parte della maggioranza né dalle opposizioni, come solitamente avviene per problematiche assai meno delicate e complesse
La condizione della donna, sottoposta a violenze di tipo fisico e psicologico non è mai tutelata adeguatamente.
Prova ne sono i tanti casi di vera e propria persecuzione, da parte di mariti, compagni e fidanzati, spesso con esiti tragici, dominati da leggi che non permettono adeguata prevenzione.
Un aiuto concreto è dato, spesso, dai Centri Antiviolenza, ma non sono strutture adeguatamente sostenute dalle istituzioni.
A Ragusa, il Centro Antiviolenza è aperto dal 2014, grazie ad una convenzione fra l’amministrazione e l’Associazione ‘Nuova Vita’.
Già nello scorso mese di febbraio, la consigliera Manuela Nicita aveva rivolto un duro atto di accusa contro l’amministrazione comunale, responsabile, a suo dire, di scarsa attenzione per le politiche a tutela della donna.
In un comunicato aveva stigmatizzato l’indifferenza del sindaco e dell’assessore ai servizi sociali, aveva lamentato l’esiguità dei fondi messi a disposizione del centro, aveva sollecitato un approfondimento sulle linee guida ministeriali che parlano di collaborazione tra centri anti violenza e servizi sociali per migliorare la conoscenza degli aspetti culturali e sociali legati al fenomeno della violenza maschili contro le donne.
La Nicita ricordava anche che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito la violenza di genere come un problema di salute pubblica che incide gravemente sul benessere fisico e psicologico delle donne e di tutti coloro che ne sono coinvolti.
Si tratta di un fenomeno trasversale che interessa ogni strato sociale, economico e culturale senza differenza di età, religione e razza.
L’appello della Nicita, rivolto anche al Presidente della Commissione Affari Sociali, è rimasto inascoltato, forse anche perché inglobato nella confusione della polemica di opposizione, all’interno della quale si intravede spesso strumentalizzazione e sterile contrasto politico.
Di certo, ci sono enormi responsabilità, a partire dall’assessore al ramo del tempo, responsabilità che arrivano all’attuale gestione dell’assessorato, passando dai dirigenti, dai funzionari e dagli stessi responsabili dell’associazione che non hanno saputo o voluto evidenziare le criticità in maniera adeguata.
Siano convinti che anche questa volta si cercherà di ammantare il tutto con una coltre di complice silenzio, adducendo anche motivi di riservatezza per la materia delicata.
C’è di buono che della cosa, sia pure con una buona dose di ritardo, anche colpevole, si deve interessare, ora, l’assessore Leggio che, da persona seria qual è, non potrà non considerare le inevitabili misure da adottare.
Poi si dirà che, come per i bagni pubblici o per gli uffici turistici non ci sono fondi disponibili, ma, in questo caso, si dovrà avvertire l’utenza potenziale che il Centro è chiuso, non risponde, che non ci può essere assistenza.
La rappresentante dell’Associazione, intervenuta in Commissione, la dott.sa Marzia Tavolilla, ha messo in evidenza la principale criticità del Centro: avvalendosi di personale volontario (in questo caso il termine sembrerebbe appropriato perché non trattasi dei soliti volontari che a furia di rimborsi hanno quasi lo stipendio fisso), le unità a disposizione per mantenere in esercizio il centro si sono ridotte, perché qualcuno ha trovato lavoro o perché, come nella stagione estiva, il trasferimento nelle residenze di villeggiatura ha reso difficile la copertura dei turni, senza adeguati e necessari rimborsi, almeno per le trasferte.
La dott.sa Tavolilla ha rimarcato l’impegno spesso profuso, evidenziando la necessità di una revisione della convenzione che va a scadere perché occorre rivedere e riformulare, prima di tutto, gli orari per un adeguato servizio.
Ma occorrerà che si pensi anche ai difficili momenti delle donne, dopo la denuncia: spesso non hanno dove andare, non hanno un soldo in tasca, non sanno dove passare la notte, non hanno risorse per ricominciare.
Non ci sono strutture protette, si dà un primo aiuto psicologico, ma non ci sono le condizioni per dare vero aiuto.
Il dirigente dei servizi sociali e la dott.sa Carfì, funzionaria dell’assessorato dedicata al Centro, hanno mostrato la disponibilità nei confronti di situazioni sempre delicate e complesse, ma ci si chiede perché si deve arrivare alla denuncia e al pubblico confronto prima di rendersi conto che qualcosa non funziona.
Addirittura è venuto fuori che, sul sito istituzionale del Comune, è riportato un indirizzo errato o lo è stato in passato, non c’è numero di telefono, non è evidenziato il numero gratuito istituto dal ministero.
Come abbiamo sottolineato prima, responsabilità di tutti per la mancata denuncia di una condizione del centro non adeguata alla delicatezza di determinate situazioni.
Responsabilità che non sono solo degli amministratori ma di tutte le forze politiche e, segnatamente, delle rappresentanti di genere, spesso più indaffarate in problematiche più futili e leggere, quando, addirittura non esistenti.
