La supercazzora prematurata

di Cesare Pluchino

Interrogato, il Conte Lello Mascetti, al secolo Ugo Tognazzi, avrebbe risposto: ‘’E’ una supercazzora prematurata con scappellamento a destra, come fosse Antani’’

Sono passati 39 anni dall’esordio nelle sale cinematografiche del capolavoro di Monicelli, magistralmente interpretato, fra gli altri, da Ugo Tognazzi, Philip Noiret e Adolfo Celi.

Il nonsense, che il film rese famoso, conserva ancora oggi la sua eccellenza, a distanza di anni, ma i nonsense di oggi non sono meno accattivanti.

Per esempio, tutta la vicenda che coinvolge il Partito Democratico provinciale lascia inebetiti anche gli elettori dello stesso partito, figuriamoci gli altri.

Una comicità di provincia che lascia interdetti per le sue assurdità e le sue banalità, una fiera del comunicato e dei post sui social network che non accenna a finire, con i vertici del partito e la deputazione, che sarebbero i soli titolati a parlare, che si astengono dall’intervenire, anche solo per porre fine a questo stato ridicolo di cose, segno che manca, intanto, l’autorevolezza, indispensabile in un partito, per mettere a tacere le polemiche e risolvere, una volta per tutte le rivalità e i contrasti che, da anni, hanno portato il partito in uno stato comatoso.

Come di consueto non è assolutamente nostra intenzione sentenziare a favore dell’una o dell’altra fazione, avremmo solo la curiosità di sapere se questo teatrino durerà ancora a lungo oppure, nel partito, a livello regionale, o più in alto, ci possano essere dirigenti capaci di dipanare la matassa.

Superando ogni forma di politichese, tutto ruota attornio alla figura di Peppe Calabrese, terrore di tutto il partito con le sue tessere che tutti aborriscono come se fossero fuori legge nel partito.

Il problema è che il sistema è da tutti accettato, ma per giocarci, perché quando le tessere diventano molte e sono sbattute sul tavolo, allora le regole vanno cambiate. C’è stato un veto assoluto, di una certa parte del partito, a concedere all’esponente ragusano anche solo la Presidenza dell’Assemblea provinciale, tanto che, con la velocità della luce, con un sistema di convocazioni non del tutto limpido, si è provveduto ad assegnare le cariche per lasciare fuori il Calabrese. Se tutto è in regola e tutto è acclarato dai vertici superiori, allora si abbia il coraggio di buttare fuori quelli che alimentano la macchina del fango.

Il problema è che Calabrese ha il suo esercito, ma non è di quelli di una volta, abituati a stare in trincea: questi hanno il vizio del lavoro, dell’aperitivo, della palestra e di quant’altro caratterizza la vita quotidiana di oggigiorno. Non li puoi mettere dentro un pulmino e portarli dove un segretario convoca una improvvisa assemblea. In questo Calabrese ha sbagliato: quando si è in guerra l’esercito deve essere pronto, le armi cariche e gli aerei con i motori accesi. Né si può recriminare più di tanto per le convocazioni che non sarebbero arrivate, dal momento che il sistema è stato sempre affidato a mezzi di fortuna, tipo fosse il Club di Topolino. Nessuno ha mai eccepito l’irregolarità di convocazioni tramite sms o mail dall’incerto percorso, nessuno ha preteso mai un registro di tutte le convocazioni. Ora che il giocattolo si è rotto, forse definitivamente, tutti si appellano alla regolarità delle convocazioni.

Un po’ come dire, siamo sotto i bombardamenti ma non mi è arrivato l’ordine di andare al fronte.

C’è anche da dire che, se ci sono i numeri, da una parte o dall’altra, potrebbe essere opportuno contattare i vertici regionali e pretendere chiarezza assoluta, in mancanza della quale si potrebbe scegliere di abbandonare il partito, senza dubbio mossa che sarebbe una vitamina per la credibilità e l’affidabilità di tutti i soggetti interessati. Oppure, con la forza dei numeri si ricorra alla paventata mozione di sfiducia, se prevista dai farraginosi e contorti regolamenti del Partito che, come si è visto in altre occasioni e in altra sede, sono fatti così perché in fondo si vogliono mantenere come un nonsense che serve, più che ad affermare il potere, a poterlo gestire.

Ma questi sono pensieri e mosse per politici di altri tempi e di altre democrazie, quelle vere, non quelle scritte solo nel nome.

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