L’ecatombe del primo turno delle comunali ha provocato un’eclisse

Si sapeva che, alla fine, di sette candidati, solo due l’avrebbero spuntata, era inevitabile che qualcuno sarebbe tornato a casa con le ossa rotte, ma si viveva sulla comune previsione che, in definitiva, tutti sarebbero rimasti nel cosiddetto ‘fazzoletto’ di voti, un annullamento delle distanze che avrebbe reso più dolce la sconfitta, ancorché pesante.
L’esito del primo turno delle elezioni comunali di Ragusa, del 10 giugno scorso, ci ha consegnato un risultato con numerose sorprese.
Mentre scriviamo siamo in attesa del risultato del ballottaggio, nel quale si contendono la poltrona di sindaco Antonio Tringali del Movimento 5 Stelle e Peppe Cassì, espressione di alcune forze civiche che hanno avuto il sostegno, palese, di Fratelli d’Italia e, occulto, forse, di una parte di Forza Italia che ha come riferimento l’on.le Orazio Ragusa.
Non sono state queste le sorprese, perché era naturale la riproposizione dei 5 Stelle, dopo la sindacatura Piccitto, al netto delle divisioni interne che, almeno al primo turno, non hanno prodotto effetti negativi, il forte calo dei consensi, per il Movimento, in termini percentuali, rispetto alle regionali e alle nazionali, è comune alla battuta di arresto registrata, anche in altri territori, dai 5 Stelle.
Per come si è svolta la campagna elettorale, non è stata una sorpresa nemmeno l’affermazione netta di Peppe Cassì, che ha registrato consensi notevolissimi, che hanno sopperito anche al contributo limitato di tre delle quattro liste che lo hanno sostenuto.
Liste che non hanno superato la soglia di sbarramento, ma che hanno contribuito, comunque, con 2.800 voti, al raggiungimento del ballottaggio.
Quella del ballottaggio appena concluso è una sfida del tutto nuova, che ci consegnerà un vincitore con il 60% di consiglieri per la maggioranza nell’assemblea cittadina e una sparuta presenza dello sconfitto che, lui pure, dovrebbe nel civico consesso.
Dell’esito del ballottaggio parleremo tra poche ore, della composizione del civico consesso abbiamo illustrato le due ipotesi di composizione, a seconda del vincitore, il dato rilevante, di rado verificatosi, è la scomparsa, dalla scena politica a Palazzo dell’Aquila, di tutti gli altri candidati e di quasi tutte le forze politiche che si contendevano l’elezione.
Un’ecatombe di nomi e di formazioni che merita una attenta analisi e che fa intravedere cause comuni nella disfatta, prima fra tutte una comunicazione e campagne elettorali del tutto atipiche e fin troppo omologate sulla stessa linea, elemento questo che, secondo noi, è stato determinante nella sconfitta.
L’esiguità del consenso raccolto dal candidato Ialacqua rende difficile una valutazione dell’esito della sua campagna elettorale.
Grazie alla presenza di Ialacqua, evita l’ultimo posto Sonia Migliore, l’unica dei contendenti che, comunque, non ottiene il 5% per nessuna delle sue liste.
Un bottino di voti esiguo, anche per il laboratorio politico capofila della coalizione, che non rende merito al lavoro e all’impegno comunque profuso, da anni, da Sonia Migliore, ma che conferma il fallimento di una linea politica e di strategie che, proprio nelle ultime settimane di campagna elettorale, hanno mostrato limiti evidenti.
Il costante attacco all’amministrazione pentastellata non ha ottenuto effetti, forse è stato anche controproducente per l’opinione pubblica che non ha potuto apprezzare risultati di una opposizione palesemente strumentale e per nulla propositiva.
In quinta posizione il segretario politico del Partito Democratico, Peppe Calabrese, altro accumulatore di liste a sostegno che ha visto, come unico risultato positivo, per il partito, la conquista di due seggi che vanno a Mario Chiavola e a Mario D’Asta.
Anche in questo caso inutile la pletora di liste, solo quella del PD è riuscita a stare a galla, fallimentare, anche in questo caso, la strategia di una campagna elettorale tutta basata sull’attacco ai 5 Stelle che non ha prodotto gli effetti sperati, complice anche il collocamento al ribasso, del partito, sullo scenario regionale e nazionale.
Altro grande tonfo quello di Maurizio Tumino che reggeva anche il vessillo di rappresentante della coalizione di centro destra, conquistato e ottenuto dopo una strenua battaglia.
Per un risicatissimo 0,6% una lista civica riesce a superare lo sbarramento e Giorgio Mirabella, consigliere uscente, è l’unico della squadra di Tumino che si assicura un posto a Palazzo dell’Aquila.
Lo stesso Tumino, animatore del gruppo e leader del quintetto protagonista della passata consiliatura, scompare, per il momento, dallo scenario politico di Palazzo dell’Aquila, assieme ai sodali Lo Destro e La Porta, i più votati in assoluto della competizione elettorale, e alla Marino.
A Tumino è mancato il consenso diffuso di cui si vantava, è mancato il sostegno delle sue liste civiche, ha subito il determinate flop di Forza Italia, ha constatato l’inconsistenza locale della componente leghista e di tutti i simboli che ornavano il suo materiale elettorale, tutti fattori che hanno prevalso su ogni altra ulteriore possibile causa della debacle che ridimensiona e consegna, per ora, agli affetti familiari, alcuni degli esponenti politici locali che hanno peccato di eccesso di protagonismo lungo tutto il corso dei cinque anni appena passati.
Sul podio, assieme ai due contendenti al ballottaggio, sale, presenza del tutto inattesa al vertice della contesa, Giorgio Massari, che raccoglie un notevole consenso personale e riesce a portare un suo rappresentante a Palazzo dell’Aquila, due nel caso di vittoria del grillino Tringali.
Al netto di un possibile aiuto proveniente da ben identificati ambienti del PD, quella di Massari è una affermazione esaltante per il personaggio politico, ancorché senza effetti concreti, se non per l’autorevole presenza sulla scena politica locale che, comunque, ci sarebbe stata anche senza questa performance di tutto rispetto.
Quella di Massari è la sintesi della nostra valutazione comune sulle campagne elettorali dei soggetti presi in esame, tutte basate su strategie discutibili e improntate ad una comunicazione sempre stentata, complicata, con un uso dei mezzi tradizionali assai limitato e un ricorso a quelli moderni, e più evoluti, che ha sofferto della scarsa professionalità degli operatori chiamati a tradurre nel moderno linguaggio dei social e dei giornali on line il messaggio elettorale.
Non a caso l’affermazione è stata riservata ai 5 Stelle, esperti in una comunicazione diretta, sintetica e fortemente efficace, e al candidato Cassì che ha goduto di un processo comunicazionale ben articolato, moderno, graficamente elegante e, al tempo stesso, incisivo e penetrante, dai contenuti innovativi nella forma e nella presentazione che hanno definito benissimo la cifra politica del candidato, dei suoi alleati e delle linee programmatiche che sono risultate positivamente chiare e intellegibili.
Non a caso, Tringali e Cassì ci saranno comunque, per tutti gli altri l’eclisse che non si sa quanto potrà durare.

Ultimi Articoli