Riconsegnati agli affetti familiari

Era la frase che ricorreva spesso nell’aula del Consiglio Comunale, tirata fuori, una volta, dal consigliere Maurizio Tumino, per significare la necessità e la opportunità che gli esponenti del Movimento 5 Stelle, segnatamente il Sindaco e gli assessori, si fossero dimessi, per liberare la città da governanti incapaci, inadeguati, impreparati per amministrare la cosa pubblica, riconsegnandosi, così, agli affetti familiari.
Un modo elegante per dire che era meglio che fossero andati a casa, che avessero presentato le dimissioni, una espressione che, nell’oratoria di Tumino, sempre a cavallo fra il serio e il faceto, faceva sorridere dopo il primo, inevitabile, momento di imbarazzo.
Le critiche, i rilievi, erano come acqua sul vetro per i pentastellati che, sul momento, spesso, sorridevano alle interpretazioni di colui che, per alcuni, era un alleato occulto, ma non tanto, della perduta maggioranza 5 Stelle.
Nell’ultima parte della consiliatura si era capito che si sarebbe arrivati normalmente alla fine del mandato, non c’erano le condizioni per una prova di forza delle opposizioni, ma non c’era nemmeno l’intenzione di andare a casa.
Si aspettava la scadenza naturale dei cinque anni, le opposizioni erano sicure che gli elettori avrebbero riconsegnato i 5 Stelle agli affetti familiari, si dicevano certe che l’opinione pubblica si era pentita di aver portato un cinque stelle alla carica di sindaco.
I consiglieri di opposizione replicavano alle osservazioni di chi faceva notare un sentire comune a favore dei grillini esprimendo un malcelato senso di scarsa considerazione verso chi capiva così poco di politica.
Nemmeno gli ultimi risultati elettorali, in città e nel paese, che marcavano una netta tendenza a favore dei 5 Stelle, impressionavano più di tanto gli esponenti delle opposizioni, fermamente convinti che le amministrative erano ben altra cosa, tanto che, tutti, indistintamente, si sono tuffati nell’agone politico delle comunali senza risparmio di forze, fisiche ed economiche.
Su sedici consiglieri delle opposizioni consiliari, quattro si sono candidati a sindaco, dieci si sono ricandidati come consiglieri comunali, non sappiamo se Gianna Sigona ha rinunciato o non ha trovato una lista di suo gradimento, Giovanni Iacono, già Presidente del Consiglio comunale, forte della sua lucida esperienza, ha pensato bene, nonostante qualche indecisione, di rinunciare alla candidatura a sindaco, che aveva pure valutato, come pure a quella di consigliere comunale.
L’esito è stato fatale quasi per tutti, con la sola esclusione di Giorgio Mirabella, Mario Chiavola e Mario D’Asta che sono stati rieletti.
Dei quattro candidati sindaco, tutti regolarmente trombati, solo Ialacqua era anche candidato come consigliere, ma la sua lista non ha passato la soglia di sbarramento, quindi tutti a casa, senza appello.
Sette candidati consiglieri non saranno più all’interno dell’aula consiliare per rappresentare i propri elettori, anche quelli come Peppe Lo Destro o Angelo La Porta che hanno fatto il pieno di consensi, con numeri ragguardevoli rispetto alla media generale.
L’ironia della sorte ha voluto che i 5 Stelle, come Movimento, saranno comunque presenti in consiglio comunale, potrebbero avere anche sindaco e maggioranza.
Tutti quelli che, come auspicio e come augurio, si aspettavano di mandare a casa i 5 Stelle, sono stati, invece, brutalmente riconsegnati agli affetti familiari, esclusi del tutto dalla vita politico-amministrativa del Comune.
Molti di loro, ne siamo sicuri, continueranno a fare politica, possibilmente qualcuno ritenterà fra cinque anni, ma la botta è stata comunque forte, appesantita dal fatto che nessuno si è salvato, o quasi.
Non è stata la sconfitta di qualcuno in particolare, dei quattro candidati, in ogni caso, uno solo avrebbe potuto spuntarla, ma il fatto che tutti gli esponenti delle opposizioni sono stati accompagnati alla porta, in gruppo, suscita delle riflessioni che rimandiamo a dopo l’esito del ballottaggio, unitamente alle trovate di qualcuno dei trombati che stavano per escogitare di tutto per trovare un modo, politicamente legittimo, per rientrare a palazzo, se non dalla porta o da una finestra, almeno da una presa d’aria.

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