PSPP sul Castello di Donnafugata, una sorta di memoria difensiva della proponente

Trattandosi di cose dove c’è di mezzo la politica, difficilmente la verità verrà fuori, dopo le polemiche dei giorni scorsi per il ‘naufragio’ dell’operazione “Donnafugata” per l’amministrazione Cassì, ci perviene una nota stampa della proponente che risulta una sorta di memoria difensiva contro le giustificazioni addotte dall’amministrazione.
Estremamente lacunose e, in certi aspetti contraddittorie, le tesi avanzate, nessuno si illude che, soprattutto questa amministrazione, metta da parte ogni minimo particolare per rendere assolutamente trasparente l’accaduto, come non pensiamo che la difensiva della proponente possa essere immune da particolari sottaciuti, tant’è che ci riserviamo anche, in seguito, di ascoltare un parere legale sulla stessa.

Una prima analisi della nota della proponente ci conferma l’intenzione della stessa “di contribuire alla valorizzazione di un bene estremamente importante nel panorama culturale siciliano, al fine di superare le evidenti criticità che il Comune di Ragusa mostrava e mostra nell’attuare una gestione moderna ed efficiente di tale bene.”
Ineccepibile per quanto riguarda le capacità dell’ente di gestire il bene.

Assolutamente sacrosanto quanto eccepito a proposito della gestione e apertura al pubblico affidate a due o tre dipendenti comunali e a pochissimi volontari, delle difficoltà a garantire anche le manutenzioni ordinarie, le procedure di gestione dei flussi e conseguentemente la tutela del bene, dell’assenza di servizi organizzati per la fruizione del pubblico e di visite guidate e laboratori di didattica; il tutto con una comunicazione al pubblico non adeguata, con l’esclusione dell’accessibilità, senza abbattere le barriere sensoriali e cognitive; senza nessuna, dicasi nessuna, attività di promozione su base regionale e nazionale.

Prima di un passaggio sommario sui dati che ci fornisce la proponente, ci permettiamo sollevare due interrogativi.
Come mai la proponente non ha prodotto idonea documentazione per informare l’opinione pubblica sulla proposta di partenariato e come mai, alla luce della cattiva gestione del cespite pubblico, sono state coinvolte nel progetto le stesse persone che, incaricate a vario titolo dal Comune, da anni gestiscono il Castello e il Museo, se non a livello di personale e di manutenzioni, di certo per tutto quello che riguarda la gestione dei flussi, la tutela del bene, i servizi organizzati per la fruizione del pubblico e per visite guidate e laboratori di didattica, la comunicazione e la promozione su base regionale e nazionale.
Personaggi che, ancorché dotati di competenze ritenute adeguate, hanno dimostrato ampiamente, negli anni, per quanto stesso rilevato dalla proponente, assoluta inadeguatezza ai ruoli.

La proponente ci dice che era prevista l’assunzione stabile di almeno 24 unità con regolare CCNL e l’impegno di 5 professionisti senior per un costo iniziale di oltre 700 mila euro per anno.
Era previsto l’investimento di oltre 220 mila euro in allestimenti e migliorie.
Era garantito il pagamento di utenze e servizi di pulizia e decoro per una previsione di 1.400.000 euro, ben più dei costi sostenuti dal Comune secondo i dati che ci sono stati forniti dagli uffici.
Erano garantiti costi di manutenzione ordinaria del Complesso per una previsione di 1.100.000 euro, ben più dei costi sostenuti dal Comune secondo i dati che ci sono stati forniti dagli uffici.
Era previsto un investimento in comunicazione e promozione per un totale di 950.000 euro.

Di questo e di altro compreso nella proposta nulla da eccepire se non che il tutto dovrebbe necessariamente essere garantito da adeguate garanzie fideiussorie bancarie, al netto di una pubblica conoscenza preventiva, trattandosi di un bene pubblico, degli accordi stipulati fra le parti.

Da profani, pensiamo sia legittimo considerare enormi gli investimenti per un bene che, al momento, incassa circa 600.000 euro l’anno che se vanno in spese di gestione e di manutenzioni, ordinarie e straordinarie, considerato anche che il bene, sotto l’aspetto architettonico monumentale e artistico, non presenta nulla di rilevante né di valore, né nella struttura né all’interno per i contenuti.

Il punto della difensiva della proponente che lascia, addirittura, interdetti, è quello del canone che, dai 30.000 euro previsti viene incrementato dell’81 % con possibilità di essere ulteriormente definito.
Di tutta evidenza la caratura in termini di affidabilità della proposta iniziale che legittima a dubitare della serietà dei proponenti.

Quanto alla trasparenza sugli atti amministrativi e sui tempi degli stessi, nulla ci sconvolge conoscendo il Comune di Ragusa ma, in ogni caso, non siamo disponibili ad accogliere tesi di parte senza adeguata documentazione a disposizione, meglio sarebbe se con un contradditorio fra le parti in sede di Consiglio comunale aperto.

La proponente si dichiara disponibile a ritrarre l’offerta avanzata, la cui procedura, del resto, è stata interrotta per determina dirigenziale, precisando che resteranno fermi non meglio specificati diritti acquisiti.
C’è un particolare finale, che ci sarà una attenzione particolare su chi, eventualmente, assumerà la gestione e dovrà, secondo la proponente, garantire i numeri proposti, segnale evidente che viene confermata l’illazione, proveniente proprio fa fonti vicine alla proponente, di una possibile interruzione della trattativa dovuta alla presenza di altri aspiranti alla gestione del bene.

Ma sembra del tutto legittimo che, al netto di diritti eventualmente acquisiti dalla proponente, il proprietario del bene potrà disporne certo senza il controllo della proponente che, solo per aver fatto la corte non può pretendere lo jus prime noctis.

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