È inevitabile che, vivendo negli iblei, penso che tutti consideriamo i carrubi, le nostre grandi madri…
Michele Digrandi
“Campagna iblea”
Olio su compensato cm 50,1×35 – 2016.
e
“Campagna iblea”
Olio su multistrato cm 60,1×37,6 – 2016
Il sole splende alto, oltre l’impalpabile velo del cielo, quando due grandiosi carrubi ne abbracciano i raggi infuocati, rigettando la loro ombra nella dorata alcova.
Ondeggiano alla carezza del vento le spighe mature, facendo capolino dal muro di pietra calcarea che delimita e protegge la proprietà del campo.
Risuonano i canti degli uccellini e il frinire delle cicale fino all’orecchio del fruitore, che si sente quasi catapultato in uno scorcio della campagna locale, tra i suoi odori, le sue voci e quella luce così intensa da creare vibrazioni e riflessi cromatici in un’atmosfera magica, ariosa e dolcemente beata.
Giovanna Cappuzzello
“Solitario silenzio” – Acrilico su tala cm 70×50 – 1997.
Collezione privata.
Dinanzi a “Solitario silenzio”, opera solo in apparenza statica, l’osservatore intraprende un percorso interiore, privo di rumore e ricco di pensiero.
Egli “si perde” in un campo di grano maturo, così denso di luce e di sfumature di giallo da oscurare il muretto sottostante e da far risaltare un solitario carrubo, ricresciuto dal suo stesso tronco dopo essere stato atterrato da una passata bufera.
La sua centralità tematica, incoronata da un candido nastro di nube che si avviluppa in senso orizzontale e parallelamente alle sottostanti cromie rafforza l’interpretazione del dipinto, in chiave autobiografica-simbolico-cristiana in esso si riconosce artista credente e il fruitore stesso nel momento di rinascita da uno status di buio (muro) e di solitudine spirituale.
La metafora si configura come un invito alle speranze e alla riflessione sul mistero e sul valore della “Croce” che, solo quando viene accettata, dona pace al cuore e salvezza all’anima.
Giovanna Cappuzzello
Un acuto struggimento di cuore nel vedere quella “verde macchia tra loro e l’azzurro”.
Maestoso carrubo.
Maestoso carrubo, no albero ma casa.
Casa, verde macchia tra l’oro e l’azzurro, con braccia distese su ombroso riflesso.
Casa accomodata sopra un muro a secco, per il contadino e il mite asinello.
Casa ai viandanti nei lunghi cammini.
Casa per le greggi dello zufolante giovane pastore nei dì di calura.
Casa, ora dispensa di frutti carnosi.
Casa, dolce amica delle api operose, e sicuro riparo per nidi di gazze.
Casa, gran custode di segreti amori.
A me pare casa nei pressi di un pozzo, con tante altalene chiassose e pendenti dai rami nodosi.
E dopo castello, difeso con forza dai fieri nemici, poi ospiti graditi nel mio ampio salone.
Ora queste case, queste nostre case, così rare e sparse qua e là come stele, ricordo del tempo,
di certo scomparso, ma vivo, ostinato nel nostro rimpianto.
Salvatore Belluardo
