Qualcuno mente sullo smaltimento dei rifiuti

Un articolo del settembre scorso su youmanist.it,

https://youmanist.it/categories/ambiente/svezia-riciclo-spazzatura?fbclid=IwAR1g1MkZEtr1f61aZZgfDwtTgfF11Gty8uCYpWCZWOnpgWtJR_OPLqODoB8

a firma di Flaminio Spinetti parla del rivoluzionario sistema svedese per smaltire la spazzatura.

“Da diverso tempo, infatti, la Svezia importa dall’estero la spazzatura per mantenere in attività i suoi 34 termovalorizzatori e produrre energia elettrica e la maggior parte del riscaldamento per le abitazioni.
Con le moderne tecnologie, quattro tonnellate di spazzatura sono in grado di sprigionare l’energia di una tonnellata di petrolio, 1,5 tonnellate di carbone o cinque di legno.
Gli inceneritori di seconda generazione, anche noti come termovalorizzatori, oltre a bruciare i rifiuti recuperano il calore sviluppato durante la combustione e lo utilizzano per produrre vapore.
Una volta convogliato, il vapore viene sfruttato per produrre energia elettrica o calore tramite il teleriscaldamento.
I 34 impianti di cui si è dotata la Svezia sono in grado di fornire elettricità a 680mila abitazioni e di riscaldarne 1,3 milioni durante l’inverno.
Il Paese copre l’83% del suo fabbisogno energetico con il nucleare e l’idroelettrico e un altro 7% con l’eolico, facendo dei termovalorizzatori una voce marginale.
Sono invece fondamentali per il riscaldamento: a partire dagli anni Cinquanta, il governo di Stoccolma ha investito nella costruzione di una rete che convogliasse l’acqua calda prodotta con lo smaltimento dei rifiuti direttamente nelle abitazioni e nelle industrie.
Questa ricchezza di alternative ha permesso alla Svezia di essere una delle prime nazione al mondo a introdurre nel 1991 una tassa sul carbone per disincentivarne l’utilizzo da parte delle imprese.
Il governo svedese ha speso anni e risorse anche per sensibilizzare i suoi cittadini alla raccolta dei rifiuti.
Se nel 1975 gli svedesi riciclavano in media 18 chili di rifiuti all’anno e ne mandavano in discarica quasi 200, nel 2016 il rapporto si è ribaltato con 161 chili riciclati e appena 3 chili non riutilizzati.
Oggi in Svezia solo l’1% della spazzatura prende ancora la via della discarica (era il 22% nel 2001), mentre il 93% del vetro, il 47% della plastica e l’82% della carta vengono lavorati per essere di nuovo utilizzati.
Queste percentuali hanno già superato gli obiettivi del governo per il 2020, fissati rispettivamente a 70%, 30% e 65%. In totale viene recuperato il 47% dei rifiuti prodotti in un anno dal Paese, compresi metallo, giornali, batterie e rifiuti elettronici, mentre un altro 52% (tra cui rottami metallici, circuiti, e rifiuti agricoli) viene utilizzato nel programma Waste to energy (Wte).
Questo risultato è stato reso possibile anche grazie alla decisione nei primi anni Duemila di vietare lo stoccaggio nelle discariche dei rifiuti organici e combustibili, per favorirne la raccolta.

Oggi la Svezia non ha solo risolto il problema della gestione dei rifiuti interni, ma può permettersi di importarli dall’estero: nel solo 2016 ne ha smaltiti quasi 2,3 milioni di tonnellate, in particolare di Gran Bretagna, Irlanda e Norvegia. Anche se la Danimarca offre lo stesso servizio, Stoccolma è riuscita a imporsi per il suo prezzo competitivo di 40 euro a tonnellata, molto meno salato delle cifre previste dalla tassa sulle discariche imposta agli Stati membri dall’Unione europea.
La Svezia stima di guadagnare 100 milioni di euro solo nel 2020, oltre a evitare l’emissione di quasi 476mila tonnellate di diossido di carbonio: “Bruciando una tonnellata di rifiuti italiani in Svezia, si evita l’emissione di 500 chili di Co2 che avrebbe rilasciato se stoccata in una discarica in Italia”, sostiene Johan Sundberg, consulente in energia e gestione dei rifiuti dell’organizzazione Profu.

Questa sfida è vista con ottimismo dalle istituzioni svedesi, dato che i cittadini hanno sempre risposto positivamente alle tematiche ambientali: ad esempio, ogni anno raccolgono quasi due miliardi di bottiglie di plastica e lattine in alluminio, anche grazie all’incentivo in denaro previsto rispettivamente dal 1994 e dal 1984. Consegnare questo tipo di rifiuti a uno dei punti del sistema di raccolta pant è un’abitudine tanto diffusa tra gli svedesi da aver fatto coniare il verbo panta. Oggi Germania, Danimarca e Norvegia hanno previsto soluzioni simili, imitate a metà luglio anche dalla città di Roma, dove sarà possibile pagare il biglietto della metropolitana riciclando bottiglie di plastica in apposite macchinette delle stazioni.

Il nuovo corso stabilito dalla Svezia, e ribadito anche dalle Nazioni Unite con l’Agenda 2030, mette l’Italia in una situazione di vantaggio rispetto al resto dell’Europa. La nostra classe politica è ancora contrapposta sui fronti favorevoli o contrari alla costruzione di nuovi inceneritori e soprattutto termovalorizzatori: al momento in Italia sono in funzione 41 impianti, contro i 49 del 2012, concentrati per il 63% al Nord.
Secondo il rapporto Ispra 2017 questi sono in grado di smaltire 5,4 milioni di tonnellate di rifiuti l’anno, divisi tra le 28 strutture che producono solo energia elettrica (2,9 milioni di megawatt l’anno) e le 13 di nuova generazione (1,7 milioni di megawatt di elettricità e 2,2 milioni di energia termica). Anche se “il recupero dell’energia elettrica nel periodo 2006-2016, è passato da quasi 2,9 milioni di Mwh, prodotta nel 2006, a oltre 4,5 milioni di Mwh nel 2016”, il nostro sistema non basta per gestire i rifiuti prodotti da un numero di abitanti quasi sei volte superiore rispetto alla Svezia.

La carenza strutturale italiana è senza dubbio un problema nel breve periodo, ma non in un’ottica di sviluppo dell’economia circolare. Il nostro Paese riesce a riciclare il 79% del totale dei suoi rifiuti domestici e industriali (56,4 milioni di tonnellate l’anno), primato che in Europa viene eguagliato solo dalla Germania (72,4). Oltre a riutilizzare il 67% della raccolta differenziata delle abitazioni, l’Italia ha creato filiere all’avanguardia nella rigenerazione dei lubrificanti usati, dove il 99% diventa la base per nuovi oli, nella gestione degli scarti dell’industria tessile e dei rottami in ferro riutilizzati nelle acciaierie o nell’utilizzo dei fanghi degli impianti di depurazione come fertilizzante agricolo. In totale l’economia circolare coinvolge già 10mila aziende in tutto il Paese, per un giro di affari stimato di 23 miliardi di euro.

Mentre per anni l’Italia ha guardato alla Svezia come al modello ideale di gestione dei rifiuti, il Paese scandinavo ha capito le potenzialità di quello italiano. Per il suo ennesimo salto verso il futuro dei rifiuti, la Svezia ha deciso di puntare tutto sul paradigma ricicla di più e brucia (molto) di meno, ma soprattutto sul potenziale dell’economia circolare”.
Articolo di Flaminio Spinetti

Verrebbe da dire, perché non si lavora in funzione del modello svedese?

La risposta arriva dalle dichiarazioni del Ministro dell’Ambiente italiano, il 5 Stelle Costa, che ha dichiarato quanto segue alla stampa italiana:
https://palermo.repubblica.it/politica/2019/10/17/news/il_ministro_boccia_i_termovalorizzatori_in_sicilia_puntate_sulla_differenziata_-238836404/?fbclid=IwAR3SDjOK7x84uuVQBONbvfQ35KkYH2mWK3Fuz-xgFzq3nb0sYh4UWMwU_dw&refresh_ce

“Si inasprisce lo scontro sui termovalorizzatori, con il ministro dell’Ambiente Sergio Costa che ribadisce il suo no: “Non è questa la soluzione per la Sicilia”, dice dopo che Repubblica oggi ha raccontato come la Regione, per rispondere ai rilievi del ministero, abbia previsto questi impianti nel suo piano rifiuti.
Per accelerare l’iter di approvazione del piano, nel rispondere nei giorni scorsi ai rilievi del ministero, il governo Musumeci ha presentato una sorta di aggiunta al piano nel quale fa riferimento al recepimento dello Sblocca Italia: il decreto-legge del governo Renzi, mai modificato, che impone almeno due impianti nell’Isola. L’addendum della Regione al piano apre a questi impianti (con ogni probabilità uno a Palermo e uno a Catania), anche se rinvia tutto a un “nuovo calcolo del fabbisogni” di conferimento rifiuti, considerando l’incremento della differenziata.
Il ministro invece è netto: “Servono impianti alla Regione, ma quelli — dice — che aiutano a differenziare e a riciclare. Servono impianti per l’organico, che costituisce la frazione più importante dei rifiuti prodotti. Servono impianti per sostenere la differenziata e avviare al riciclo. È ora che la Sicilia volti pagina e guardi al futuro colmando finalmente gli anni di ritardo. La strada dei termovalorizzatori è sbagliata”.

Dello stesso avviso Legambiente: “Siamo alle comiche — dice Gianfranco Zanna — verrebbe da ridere ma, purtroppo, c’è solo da piangere per questo balletto. La Sicilia, lo ribadiamo per l’ennesima volta, non ha bisogno di bruciare i rifiuti se tutti i Comuni fanno la raccolta differenziata.
Gli inceneritori sono costosi, inutili e ci vorrebbero dieci anni per averli in funzione.
Tra molto meno tempo, due o tre anni, la raccolta differenziata nell’Isola potrebbe, anzi dovrebbe, avere una percentuale così alta da renderli inutili”.

Confindustria invece spinge per questi impianti: “Gli inceneritori in Sicilia sono imprescindibili, non si può pretendere di risolvere il tema ambiente-energia-rifiuti senza affrontare la madre di tutte le questioni: quella dei termovalorizzatori”, dice il vicario di Sicindustria, Alessandro Albanese.

Chi ha ragione? e chi cerca di mistificare ?

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