a cura della redazione
Si ringraziano per l’autorizzazione alla pubblicazione l’arch. Giuseppe Nuccio Iacono e Stefano Vaccaro, autori della nota estesa per la Mostra “Ottocento anteprima – Moda: estetica, vanità e mutamento”
A partire dagli anni ’30 dell’Ottocento gli europei ebbero l’impressione di essere giunti ad un punto di svolta nella loro storia suggerito dal fatto che l’evoluzione nel campo del sapere, così come dello sviluppo tecnologico, preconizzò la grande rivoluzione industriale che da lì nel giro di qualche decennio avrebbe cambiato completamente volto all’antico continente.
Al mutare dell’assetto della società, delle città e delle stesse abitazioni borghesi, corrispose un’evoluzione nel modo di fare “moda” che investì innanzitutto gli attrezzi utilizzati per lavorare stoffe, tessuti e materie prime. L’industria tessile, già toccata dall’ammodernamento operato dalla prima rivoluzione industriale negli anni centrali del secolo XVIII, ebbe maggiore sviluppo e trovò nell’invenzione della prima macchina da cucire (1830), ad opera di Barthélemy Thimonnier e nella diffusione del telaio Jacquard (inventato nei primi anni dell’Ottocento), l’emblema del raggiungimento della serialità produttiva manifatturiera.
Negli anni ’40 del secolo le tuniche femminili cedettero il posto alla rotondità di ampie e imponenti gonne a cupola, che per mantenere tale volume necessitarono di crinoline, ovvero sottogonne rigide in crine intessuto con fili di lana o seta, diffusesi in tutta Europa grazie alla moda dettata dal più influente stilista dell’epoca Charles Frederik Worth (1825-1895). La gonna, che da qui in poi toccherà di nuovo terra, nascose quasi del tutto calze e scarpe che in questo periodo assunsero un ruolo secondario, mentre guanti (o mezzi guanti) furono indossati in quasi tutte le occasioni, anche in casa. Nel decennio che va dal 1856 al 1866 le gonne raggiunsero ampiezze così ragguardevoli da sfiorare in taluni casi i 7 metri di circonferenza.
Per poter sostenere, più o meno agevolmente, simili proporzioni le crinoline degli anni ’40 furono sostituite da gabbie (cage crinoline), inventate intorno al 1855 da Madame Millet, fatte di cerchi e fili metallici, leggeri e resistenti, ricoperte non di rado da più sottogonne per rendere più voluminose e sinuose le forme. Il corpetto aderentissimo sulla vita (vitino di vespa), spostata leggermente in alto, ebbe la funzione di esaltare maggiormente il volume della gonna. Passate di moda le maniche strette sulle braccia e lunghe fino ai polsi, sviluppatisi a partire dal 1815, in questo periodo si diffusero quelle a pagoda, ampie dal gomito in giù, arricchite da merletti e ricami. Negli anni ’60 il volume della gonna subì un’ulteriore variazione, non fu più perfettamente circolare a causa dello strascico che costrinse la veste all’indietro alzando leggermente la parte frontale e mostrando le scarpe. La fine degli anni ’60 corrispose ad una diminuzione dell’estensioni delle gonne, che non superarono di fatto i 4-5 metri di ampiezza, e dall’introduzione della demi-crinolina, una crinolina asimmetrica che si presentava piatta nella parte anteriore e gonfia in quella posteriore, mantenuta rigida da una mezza gabbia balenata. Negli anni ’70 i volumi degli abiti si concentrarono sul retro che fu arricchito da drappeggi, arricciature e brevi strascichi. In questi anni lo sfarzo e l’eleganza delle vesti fu ottenuto adagiando sulla gonna un tablier (dal francese, grembiule) riccamente ornato da nappe, nastrini, frange, bottoni e passamanerie. Con l’aprirsi degli anni ’80 gli abiti divennero il segno distintivo dell’affermazione sociale della classe borghese, il vestito, assurto a simbolo di un nuovo stile di vita, divenne una diramazione dell’ideologia capitalista tardo ottocentesca che portò ad una specificità di ruoli e a una suddivisione di sfere della vita quotidiana che si sintetizzò nell’utilizzo di un abbigliamento esclusivo per ogni occasione (abito da mattina, da passeggio, da viaggio, da ballo).
In questa ottica, per una donna, l’abito da cena era diverso da un abito da ballo, e una toilette per una prima all’Opéra si differenziava da quella indossata per le rappresentazioni teatrali del tardo pomeriggio, alle quali si assisteva vestite con un completo da città e con un cappello. Per i balli e le serate mondane, gli abiti si arricchirono di ampie scollature che lasciarono le spalle nude. Le acconciature, complesse, furono ornate di gioielli o fiori. Nel tardo Ottocento l’abito femminile perse ulteriore volume e le gonne scivolarono aderenti sul busto, impreziosite solo da fiocchi e orpelli nella parte inferiore della gonna. Se la moda per le donne di metà Ottocento seguì evoluzioni complesse e vistosi cambiamenti di forma, meno articolato appare lo sviluppo dell’abbigliamento maschile. Erede dell’austerità della Rivoluzione francese, la moda per l’uomo si basò su un’assoluta semplificazione di tagli e tessuti, che si fece portavoce di una classe sociale borghese dedita al lavoro e al risparmio, anche se non mancarono esempi di ostentata eleganza incarnata dai dandy che a partire dagli anni ’30 dell’Ottocento si imposero sullo scenario culturale europeo grazie a figure come Beau Brummell (1778-1840) e poi Charles Baudelaire (1821-1867) ed Oscar Wilde (1854-1900)
L’edonismo di questi letterati gentiluomini portò e codificare l’uso di quelli che divennero gli accessori preferiti della moda maschile del tempo come ad esempio la cravatta che doveva essere inamidata e legata con un fiocco differente per ogni occasione, il bastone da passeggio, i guanti e il cilindro, inventato all’inizio del secolo dal cappellaio inglese Harrington . La patria della nuova moda fu l’Inghilterra dove si diffuse l’utilizzo di due capi d’abbigliamento confinati prima di allora ad occasioni sportive o di diporto (equitazione e caccia), ovvero il frac, giacca molto aderente in vita, con il petto convesso, falde corte e il colletto alto, e il redingote lunga giubba a due falde aperta sul retro, chiamato sul finire del secolo con il nome di finanziera.
I pantaloni, che fecero la loro prima comparsa durante il periodo della Reggenza (1811-1820), furono molto aderenti per tutta la prima metà del secolo ma subirono una tendenza inversa, divenendo più sciolti e morbidi, a partire dalla metà dell’Ottocento.
Furono caratterizzati da una vita alta fino all’ombelico, una doppia abbottonatura sul davanti e la presenza di bretelle per un maggior sostegno; vennero realizzati con tinte coordinate alle giacche, utilizzando colori come il verde inglese, il grigio, il bronzo e il nero (per la sera).
A partire dagli anni ’50 comparvero anche pantaloni con fantasie rigate e quadrettate. I tessuti utilizzati furono la lana, il lino e il cotone. Un ruolo fondamentale fu ricoperto anche dai gilets, unici capi nei quali erano ammessi colori e fantasie, e dai soprabiti come ad esempio il paletot, cappotto elegante.
Propri dell’Ottocento risultano essere i revival storici che oltre ad interessare la letteratura e l’architettura, si tradurranno nell’abbigliamento con l’utilizzo di tagli e stili attinti soprattutto dal mondo medievale. A consegnare ai posteri, per mezzo delle arti figurative, la visione e l’immaginario di un secolo giunto quasi alla sua fine, accorreranno i maestri dell’impressionismo francese quali Manet, Renoir e Degas che con colori puri e brillanti imprimeranno sulla tela spazi urbani e scene di vita borghese.
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