Una fase due ritenuta inesistente provoca dissensi e smarrimento

Il nuovo DPCM, che doveva introdurre la fase due dell’emergenza coronavirus, non solo non ha apportato sostanziali modifiche alle misure restrittive che si attendevano allentate ma ha provocato un malcontento generalizzato, accresciuto da un diluvio di critiche che, di fatto, non adeguatamente controbilanciate da elementi chiari a difesa, delegittimano chi decide e alimenta la voglia di regire.
La confusione è tanta, a cominciare dalle voci, sempre più insistenti, di anticostituzionalità delle misure adottate che, però, rimangono tali.
Occorre dire che, in tutta Italia, una percentuale altissima di cittadini ha osservato le regole, ma questa volta non occorreva la conferenza stampa per annunciare le poche novità.
Possibilità di raggiungere i congiunti, possibilità di spostarsi sul territorio regionale, anche se sempre per motivi di lavoro, di necessità o di salute, ammissione di 15 persone alle esequie, apertura di parchi e giardini ma con la facoltà, concessa ai sindaci, di chiusura ove si verificassero fenomeni di assembramento, possibilità di allenarsi per discipline singole e di svolgere attività fisica, sempre mantenendo la distanza da altre persone, anche lontano da casa
La concessione più importante quella del diritto di rientrare alla propria residenza.
Per il resto, anomalie comunicative che si vanno chiarendo di ora in ora, accrescendo confusione, ironie e dissensi: chi sono i congiunti, se vado a casa dei nonni posso restare a pranzo o a cena, chi controlla quante persone ci sono in una casa e se mantengono le distanze di sicurezza, se voglio andare in libreria, posso uscire liberamente?
Per il resto niente funzioni religiose e divieto di andare in chiesa, prime aperture dei negozi per il 18 maggio, rinviata al 1° giugno l’apertura di bar, ristoranti (che potranno comunque lavorare per l’asporto), centri estetici e parrucchieri.
Queste ultime scelte hanno provocato i maggiori dissensi perché, pochi minuti dopo la conferenza stampa del premier, la CEI, la Conferenza dei Vescovi italiani, ha emesso un duro documento di critica per le scelte di vietare ancora le funzioni religiose, intesa come grave compromissione della libertà di culto.
Subito, la Presidenza del Consiglio ha precisato di voler studiare un protocollo per permettere l’ingresso dei fedeli nelle chiese, per pregare e per assistere alle funzioni religiose, ma resta, comunque, la forte opposizione del Comitato tecnico scientifico, che riteniamo giustificatissima dal momento che l’età media dei fedeli è abbastanza elevata e il rischio di diffusione del virus è altissimo e dai risvolti pericolosi.
Anche per esercizi pubblici e parrucchieri e centri estetici, si cerca di ridurre i rischi, evidenti, inevitabili, di una seconda ondata di contagi che obbligherebbero ad un ritorno dell’isolamento rigido.
In effetti, nessuno ha il coraggio di ammettere il rischio ma le pressioni per i risvolti economici e sociali della prolungata chiusura, in molti casi irrimediabili senza adeguati sostegni a fondo perduto, in mancanza di adeguate misure economiche, sono notevolissime e, soprattutto spingono per aperture differenziate nelle varie regioni.
Anche questo è un aspetto che fa discutere, l’80% dell’emergenza vera è al nord, dalla Toscana in giù le condizioni sono del tutto diverse, non pensiamo proprio che, a parti invertite, il Nord avrebbe aspettato il sud.
Resta, però, il rischio di un rimbalzo dei contagi che provocherebbe inevitabili misure di contenimento, anche più aspre, con una esplosione definitiva dell’emergenza economico sociale con rivolti inimmaginabili, senza adeguate misure di sostegno del governo centrale.
Le reazioni, in Sicilia, propendono tutte per nuove e diverse misure adeguate all’attuale favorevole quadro epidemiologico della Sicilia.
Da Forza Italia richieste, a Musumeci, per l’apertura delle arre cimiteriali per favorire anche il commercio dei fiori, per l’apertura di bar, ristoranti, attività commerciali, piccole imprese e dei centri di servizi alla persona – parrucchieri, estetisti e simili – e agli animali di affezione, con le adeguate misure per il rispetto delle norme di contenimento sociale.
Sollecitata, altresì, la riapertura dei centri di riabilitazione dei bambini, specie per gli affetti da autismo con terapie in corso.
Di certo, con tutto lo spirito di solidarietà che ci ha contraddistinto nella prima fase epidemica, non possiamo attendere per ripartire che il favorevole tasso epidemiologico – già pari a zero per alcune provincie della nostra Isola – venga raggiunto dalle altre regioni”.
Per molti, ancora una volta la Sicilia esce penalizzata dalle decisioni del Governo nazionale, con il rischio fallimento di intere categorie artigianali e produttive che potrebbero riprendere le attività con l’adozione di rigidi sistemi di prevenzione sanitaria.

Da Confcommercio le critiche più aspre per il perdurare di u a situazione insostenibile che viene, ora prolungata al 1° giugno.
Per Gianluca Manenti, presidente provinciale Confcommercio Ragusa, si stanno condannando centinaia di imprese del settore della ristorazione e dell’intrattenimento della provincia di Ragusa alla definitiva chiusura.
Le decine di dipendenti dei pubblici esercizi stanno ancora aspettando la cassa integrazione, il decreto liquidità stenta a decollare e in più si apprende che si potrebbe riaprire dal primo di giugno. Significano altri milioni di danni che portano le perdite stimate a 10-11 milioni di euro in totale dall’inizio della crisi”.
“Bar, ristoranti, pizzerie, catering, intrattenimento, per il quale non esiste neanche una data ipotizzata, stabilimenti balneari sono allo stremo e non saranno in grado di non lavorare ancora per un mese. Servono risorse e servono subito a fondo perduto, senza ulteriori lungaggini o tentennamenti”

Anche per il settore moda e abbigliamento, Federmoda e Confcommercio provinciale Ragusa ritengono inaccettabili le condizioni che perdurano e stanno provocando danni incalcolabili anche per i livelli occupazionali. A rischio imprese e lavoro
Il presidente di Federmoda Italia Ragusa, Daniele Russino, dichiara: “Sembra la cronaca di una morte annunciata. Abbiamo bisogno di ripartire il prima possibile per far fronte alle necessità di cassa di un settore che vive sulla stagionalità. Questo ulteriore slittamento creerà un danno irreparabile”.
“Le aziende del settore, non lo dimentichiamo – prosegue Russino – hanno effettuato gli acquisti dei prodotti della stagione in corso circa 8 mesi fa e avrebbero dovuto essere messi in vendita a partire dal mese di marzo; ad oggi tutta la merce è ancora imballata in magazzino ed è destinata a rimanere in gran parte invenduta con il prolungamento dell’obbligo di chiusura. Nel frattempo, i proprietari immobiliari e i fornitori esigeranno da parte nostra il rispetto delle obbligazioni assunte che non saremo, a causa della mancanza di liquidità, in condizione di onorare come in tempo di normalità.
Non si comprende questa inaspettata e inspiegabile decisione di rinviare ulteriormente l’apertura dei negozi di altre tre settimane, visto che l’Inail ha classificato il nostro settore a basso rischio e che è già operativo il protocollo del 24 aprile per la riapertura in sicurezza. E neppure comprendiamo perché sia prevista una data uguale per tutte le regioni quando invece sono molto diversi i dati epidemiologici di diffusione.
Ora urgono liquidità vera attraverso contributi a fondo perduto, zero burocrazia e una moratoria fiscale e contributiva al 30 settembre”.

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