di redazione
15 stanze, 8 vetrine, 24 abiti d’epoca fatti rivivere assieme al Castello
Nella elegante scenografia della Sala degli Specchi, anticipato dal sottofondo musicale che ripropone il valzer brillante di Giuseppe Verdi, il pezzo forte della collezione, l’abito che ispirò il Gattopardo di Visconti.
“Donnafugata era vicina ormai con il suo palazzo, con le sue acque zampillanti, con i ricordi dei suoi antenati santi, con l’impressione che essa dava di perennità dell’infanzia. (…) meta di cocchi scarlatti, di cocchi verdini, di cocchi dorati, carichi a quanto sembrava di femmine, di bottiglie e di violini. (…) Anche la gente là era simpatica; devota e semplice”.
Così descriveva la residenza di campagna del principe di Salina, Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel suo capolavoro letterario “Il Gattopardo” del 1958.
Contrariamente a quanto si pensa, più che alla Donnafugata ragusana, sfarzosi saloni e antichi manieri furono ispirati allo scrittore dai luoghi ove egli trascorse l’infanzia: Palermo, Palma di Montechiaro e soprattutto il palazzo materno di Santa Margherita di Belice.
Nonostante le discrepanze di luoghi e ambientazioni, non dovette comunque sfuggire al Tomasi, uomo coltissimo, la progenie della sua nobile famiglia che vedeva in Ragusa il luogo di dimora dei suoi antenati, poi spostatisi, nel XVII secolo, nella parte occidentale dell’isola dove, seguiti dall’astronomo ragusano Giovan Batista Hodierna (maestro di Vincenzo Arezzo di Donnafugata), fondarono la città di Palma di Montechiaro (1637).
E proprio a Ragusa esisteva un feudo col nome Donnafugata, del tutto simile all’omonimo letterario, che non fu per l’appunto estraneo alla conoscenza dello scrittore.
Il castello, con la sua aurea misteriosa e leggendaria, seppe affascinare artisti e letterati che rivedevano in esso l’ambiente “decadente” di una nobiltà tardo-ottocentesca ormai sbiadita, incapace di adattarsi al corso della storia che in tempi rapidi mutava costumi e stili di vita.
Goffredo Lombardo, patron della Titanus, acquistò i diritti del romanzo del Tomasi nel novembre 1958, quando “Il Gattopardo” stava riscuotendo un grande successo editoriale.
Alla fine del 1960, fu proposto al regista Luchino Visconti l’adattamento di una pellicola dell’ormai noto romanzo, questi accettò entusiasta.
Nell’autunno del 1961, il regista effettuò numerosi sopralluoghi in Sicilia, e presso famiglie di nobili palermitani, con lo scopo di setacciare cassetti e album fotografici alla ricerca di immagini sulla realtà della vita siciliana degli anni compresi tra il 1860 e il 1862.
Per calarsi interamente nelle atmosfere aristocratiche ed inquiete di una Sicilia scossa dai moti risorgimentali, il regista andò più volte in incognito a visitare il castello dei baroni Arezzo di Donnafugata, allora in decadimento.
Qui Visconti meditò affinché da quel luogo prendessero corpo i personaggi del suo film-documento, studiando ed analizzando meticolosamente quel piccolo universo, unico erede di un mondo perduto fatto di immagini, profumi, oggetti e segreti. Le riprese cominciarono lunedì 14 maggio 1962.
La scena del ballo, girato a Palazzo Gangi di Palermo, segna l’apoteosi per il puntiglioso lavoro del costumista Piero Tosi.
Il momento mitico della scena si concentrò nell’abito indossato da Angelica, la protagonista del film, interpretata dall’attrice Claudia Cardinale.
Fu durante i vari sopralluoghi palermitani, alla ricerca di abiti originali che potessero ispirare i costumisti, che Visconti (memore della sua visita al castello di Donnafugata) andò in Casa Arezzo di Trifiletti con i suoi collaboratori. Qui ebbe modo di ammirare l’abito che avrebbe poi ispirato quello di Angelica (disegnato da Piero Tosi).
La scelta del vestito, in organza color bianco differente da quello rosa indossato da Angelica nel romanzo, derivò dalla volontà degli autori di evitare una visione eccessivamente hollywoodiana.
L’abito che ispirò quello del Gattopardo cinematografico è un abito da passeggio, del periodo 1855, di manifattura siciliana, in organdis di seta.
Abito primaverile da passeggio. Il corpetto, in organza plissettata, ha un ampio scollo arricchito in tutte le sue parti da pizzo di Valenciennes arricciato. Un fichu di organza si appoggia sulla scollatura scendendo sul davanti fino alla vita a coprire la chiusura, nella parte posteriore è fermato nella scollatura da un fiocco di seta rosa.
Il punto vita è arricchito sui fianchi e al centro da fiocchi rosa mentre sul retro ne è presente uno verde.
La gonna è formata da grandi volant a balze plissettate e orlate di pizzo blonde che sul retro formano un ampio strascico. Sulla gonna poggia un tablier in tre pezzi in organdis, orlato di pizzo blonde guarnito da due fiocchi verdi. La circonferenza totale della gonna raggiunge i 4,38 metri.
L’abito è corredato dal suo sottogonna in organza. Provenienza dalla Casa Arezzo di Trifiletti.
Nella Sala esposto anche un abito femminile da passeggio, scelto per il manifesto della Mostra, periodo 1860, di manifattura siciliana, in taffetas di seta, con etichetta: Carmela Verga Confections Palermo, realizzato per la Baronessa Anna Giovanna Polara Salonia.
Elegante abito da passeggio in taffetas di seta color albicocca. Il corpetto con scollatura a “V” frontale è bordato da pizzo blonde, la chiusura anteriore da bottoncini rivestiti, sul dorso è presente un grande fiocco che ricade sulla coda fermato da bottoncini anch’essi rivestiti.
Le maniche en sabot sono guarnite da larghi volants di pizzo blonde. La gonna a cupola è arricchita sulla parte frontale da frange con orli ed ha una circonferenza totale di 4,12 metri.
Singolare è, su tutto l’abito, l’applicazione di una passamaneria a piccole spighette ricamate a mano. L’abito è corredato di scarpe dello stesso tessuto e di cappellino.
Nella sala anche una livrea da cameriere, in panno, di manifattura siciliana, periodo 1880, proveniente da Casa Arezzo di Trifiletti.
Si ringraziano l’arch. Giuseppe Nuccio Iacono e Stefano Vaccaro per l’autorizzazione all’utilizzo e alla pubblicazione dei testi del catalogo ufficiale della Mostra “Ottocento anteprima – Moda: estetica, vanità e mutamento”.
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