Da dove viene il Volontariato

di Gianna Miceli Battaglia

In amicizia come in amore, i due, fianco a fianco, sollevano le mani, insieme, per trovare ciò che né l’uno né l’altro può raggiungere da solo.

 

( KAHLIL GIBRAM. LE PAROLE DELL’AMICIZIA).

 

 Gli stili di vita così frenetici della società contemporanea, hanno portato, anche nel volontariato, a cambiamenti significativi. 

 

E’ opportuna una riflessione sul significato   del volontariato per chi lo esercita e come esso abbia effetti su chi lo riceve.

Fare volontariato ci aiuta a scoprire gli intimi percorsi dell’animo umano, le emozioni e i sentimenti personali che uniscono tutti, perché radicati nell’universalità della necessità di amare, essere amati e riconosciuti. 

Il volontariato può essere considerato come una riserva ricca di risorse fruibili dalle singole persone, dalle comunità piccole e grandi, per arrivare a tutta l’umanità.

Sin dal secolo scorso, in Italia, erano sparse sul territorio numerose società filantropiche, espressioni di Ordini religiosi o volute da personalità illustri. L’attività di queste organizzazioni era prevalentemente assistenzialista, con forme di beneficenza e interventi rivolti alla crescita morale dei volontari.

A partire dalla seconda metà dell’800, e precisamente, con legge del 1890, furono trasformate in IPAB (Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficienza) alcune organizzazione private già operanti nella società italiana.

Ma fu con la crisi del 1929 e la seconda guerra mondiale che nacque   lo Stato Sociale che sanciva il principio dell’universalità delle prestazioni e l’erogazione di servizi a tutti i cittadini

Da questo periodo in poi il clima culturale ha favorito la nascita di numerose organizzazione non governative (ONG), e la fioritura di numerosi movimenti di volontariato soprattutto di matrice cattolica.

Nel dibattito che è nato durante i vari convegni organizzati per creare occasioni di conoscenza tra i gruppi di volontariato che operavano in Italia, un elemento di novità ha caratterizzato gli interventi dei partecipanti, quello dell’ampliamento della categoria dei “bisognosi”; ai poveri si sono aggiunti gli emarginati.

Significando così che il volontariato doveva occuparsi anche delle persone che soffrivano per mancanza di salute, abbandono affettivo, handicap fisici e mentali.

Negli anni settanta e precisamente il 23 aprile 1978 a Roma nacque il MoVi (Movimento di volontariato italiano), un movimento democratico, aconfessionale, autonomo dalla Chiesa, ma legato ai valori cristiani. Tra le sue peculiarità ritroviamo la solidarietà e la necessità di superare l’isolamento e la frammentarietà.

A partire dalla seconda metà degli settanta il volontariato italiano ha visto una forte crescita, in coincidenza con la crisi del Welfare State e con l’affermarsi di una nuova coscienza civile.

A Padova si costituì un’importante fondazione: la Fondazione Zancan, che oltre a condurre studi e ricerche, ha avuto, ed ha tutt’ora, il merito di elaborare metodologie e sperimentazioni nel campo dei servizi sociali.

Esiste un importante documento La Carta di Malosco che contiene, al suo interno, le linee fondamentali etico-politiche riguardanti i servizi sociali. Grazie a questo documento i ricercatori hanno suddiviso le associazioni censite in tre gruppi:

•             gruppi locali che erano associati a organizzazioni consolidate e molto diffuse in tutto il territorio nazionale (CARITAS, SAN VINCENZO DE’ PAOLI, LE MISERICORDIE, L’AVIS E LA CROCE ROSSA);

•             gruppi coordinati senza una forte istituzionalità (L’AZIONE CATTOLICA, LA FUCI, GRUPPI DI FAMIGLIA, COMUNITA’ E CENTRI DI ACCOGLIENZA)

•             gruppi locali autonomi che operavano in un ambito territoriale piuttosto limitato, nei quartieri.

Negli anni tra il 1981 e il 1989 molte regioni, grazie all’autonomia normativa e in mancanza di un indirizzo del parlamento, emanarono leggi regionali sul volontariato, ma bisogna aspettare l’11 agosto 1991 per l’approvazione della legge-quadro, la n. 266 perché il volontariato diventasse, nel nostro paese, da semplice fatto metagiuridico a vero e proprio soggetto giuridico, capace di realizzare il principio pluralistico previsto dalla Costituzione e a rendere operativo lo Stato Sociale.

La Legge 266/91 ha definito in modo preciso l’attività di volontariato, che è considerata tale quando viene “prestata in modo personale, spontaneo e gratuito per fini di solidarietà negli ambiti sociale, sanitario, culturale, ambientale e della protezione civile”.

In base all’art. 3, nell’atto costitutivo o nello statuto delle associazioni di volontariato è necessario esplicitare l’assenza di fini di lucro, che presenta due aspetti: il pareggio del bilancio e il divieto di distribuire gli utili. All’art. 8 sono previste, però, importanti agevolazioni per organizzazioni di volontariato. 

Altresì, molte altre leggi hanno contribuito allo sviluppo del volontariato, ricordiamo: la legge 381/1991 sulle cooperative sociali, le leggi 104/1992 e la 162/1998 che riguardano l’integrazione sociale delle persone diversamente abili, la legge 451/1997 sull’obiezione di coscienza. Ricordiamo, ancora, l’importanza del decreto legislativo 460/1997 che ha introdotto le organizzazioni non lucrative di utilità sociale (ONLUS) che, per questo usufruiscono di agevolazioni fiscali a fronte della loro funzione sociale.

Ed infine, in ordine di tempo, ma non di importanza,  la legge n. 328/2000 che ha incluso il terzo settore  tra i soggetti istituzionalmente corresponsabili della programmazione e della gestione dei servizi sociali, assistenziali   e socio-sanitari. Questa strutturazione dei servizi ha visto la  realizzazione di una rete dei servizi che si basa su programmi condivisi e, soprattutto, vedono la fattiva collaborazione tra le istituzioni  pubbliche e le organizzazione private per la erogazione dei servizi e delle prestazioni.

La Regione siciliana ha emanato una propria legge regionale la n. 22/1994.

Alcune considerazioni finali, il Volontariato, nella Carta dei valori del volontariato stilata dal mondo del volontariato italiano e presentata a Roma il 4 dicembre 2001 in occasione della conclusione dell’Anno internazionale del volontariato voluto dall’ONU, il volontariato è considerato “scuola di solidarietà, in quanto concorre alla formazione dell’uomo solidale e di cittadini responsabili [….]; esperienza di solidarietà  e pratica di sussidiarietà”.

Nell’esperienza che ho avuto in questi anni, da volontario dell’Aiad, mi sono arricchita di relazioni personali che  mi permesso di ampliare la rete di rapporti sociali, in termini quantitativi, ma anche qualitativi, aumentando, quindi,  la conoscenza con altre persone con le quali si sono stabiliti rapporti di conoscenza, collaborazione, condivisione, amicizia e, altresì, la capacità di sedimentare la stabilità, la positività e la profondità delle stesse relazioni.

Ho sviluppato, insieme agli altri, il senso di appartenenza al gruppo che mi ha permesso di accrescere la mia identità personale   e la fiducia sociale, soprattutto in questa società pervasa da instabilità, precarietà e mutamenti rapidissimi.    

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