Ci sembra assai qualificante riportare il punto di vista del Prof. Filippo Spadola sulla questione degli abbattimenti selettivi dei daini, autorizzati dall’Assessorato regionale all’Agricoltura nell’ambito del Piano straordinario regionale per la gestione e il contenimento della fauna selvatica 2025-2029
Mi occupo di fauna selvatica dagli anni Novanta e non sarei voluto intervenire in questa polemica, ma le castronerie che in questi giorni ho sentito e letto mi hanno costretto a farlo.
Il 16 agosto 2026 il Ragusano è diventato la prima provincia siciliana in cui hanno preso avvio gli abbattimenti selettivi dei daini (Dama dama), autorizzati dall’Assessorato regionale all’Agricoltura nell’ambito del Piano straordinario regionale per la gestione e il contenimento della fauna selvatica 2025-2029, approvato dalla Giunta regionale nel febbraio 2025.
Nel giro di poche ore la misura ha acceso una polemica che riproduce uno schema noto da decenni in Sicilia come nel resto d’Italia.
Una nota associazione animalista, alcuni partiti e movimenti di sinistra hanno parlato di «politica miope e priva di visione sostenibile» e di «una scorciatoia cruenta, anacronistica e priva di scientificità», chiedendo l’immediata sospensione delle operazioni.
Vale la pena partire da un dato che raramente viene messo a fuoco nel dibattito pubblico.
Da almeno cinquant’anni le decisioni più delicate in materia di fauna selvatica in Italia, Sicilia compresa, hanno risposto più alla contingenza politica che a una reale competenza tecnico-scientifica: calendari venatori, piani di contenimento e criteri di reintroduzione hanno spesso risentito di logiche politiche più che di censimenti solidi e di una regia scientifica continuativa.
È un problema che accomuna chi rivendica un diritto di prelievo senza discutere i numeri e chi si oppone a ogni controllo invocando “metodi ecologici ed etici” senza indicarne la reale efficacia su popolazioni libere ed estese.
Il caso ragusano, con la sua girandola di comunicati e mozioni nel giro di quarantott’ore, è un esempio paradigmatico di come il confronto tecnico venga sostituito da un confronto di posizione.
Il Piano straordinario 2025-2029, elaborato dal Dipartimento regionale per lo Sviluppo Rurale e Territoriale e validato dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale a inizio 2025, riguarda non solo il daino ma anche il cinghiale e altri animali.
È significativo che lo stesso documento regionale definisca daino, muflone, cervo e nutria come specie introdotte in maniera illecita sul territorio siciliano: un dettaglio che smentisce la rappresentazione di questi animali come componente “naturale” e intoccabile del paesaggio.
Il daino, oggi ampiamente diffuso anche nelle Madonie, nei Nebrodi e nei Peloritani, non è mai stato parte della fauna storica dell’isola nella forma e nella densità in cui lo troviamo oggi: la sua presenza deriva da immissioni “recenti”, spesso incontrollate, analoghe a quelle che hanno riportato in Sicilia il cinghiale.
Sul piano scientifico, la cattura e il trasferimento degli animali, l’alternativa più evocata dalle associazioni animaliste, non gode del sostegno unanime che le viene spesso attribuito nel dibattito pubblico.
La letteratura internazionale sulle traslocazioni di fauna selvatica documenta da tempo un tasso di insuccesso elevato e persistente, legato in primo luogo allo stress cronico indotto dalla cattura, dal contenimento fisico e dal trasporto (Dickens, Delehanty e Romero, 2010; Teixeira, de Azevedo, Mendl, Cipreste e Young, 2007). Una revisione condotta su oltre milleduecento difficoltà segnalate da chi gestisce programmi di traslocazione conferma che gli insuccessi restano frequenti indipendentemente dalle risorse investite (Berger-Tal et al., 2020).
La cosiddetta miopatia da cattura, sindrome muscolare acuta spesso letale, resta una delle cause di morte meglio documentate negli ungulati sottoposti a cattura e trasporto (Breed, Meyer, Steyl, Goddard, Burroughs e Kohn, 2019).
Le tecniche di cattura, fatta salva la teleanestesia eseguita da personale veterinario specializzato, comportano fasi di inseguimento e contenimento individuate dalla letteratura come le principali determinanti dello stress cronico.
La traslocazione, lungi dall’essere una soluzione a impatto zero, è dunque essa stessa gravata da un costo biologico rilevante e da un tasso di fallimento tutt’altro che trascurabile. Ma poi trasportati dove? Liberati altrove? In recinti? Animali selvatici in recinti? Assolutamente fuori da ogni principio naturalistico.
Va detto, per onestà intellettuale, che la comunità scientifica europea non è compattamente schierata a favore dell’abbattimento come unica opzione: esiste un filone di ricerca, in crescita, sul controllo della fertilità come alternativa non cruenta alla gestione delle popolazioni sovrabbondanti.
Tuttavia, la stessa letteratura riconosce che questi strumenti restano efficaci soprattutto in popolazioni piccole e chiuse, dove è possibile trattare un’alta percentuale di femmine, mentre risultano logisticamente ed economicamente proibitivi e di efficacia limitata su popolazioni libere ed estese come quella dei daini iblei e, più in generale, siciliani.
In assenza di predatori naturali e in presenza di densità che lo stesso Piano regionale considera da contenere, il prelievo selettivo, cioè un abbattimento pianificato su base censuaria per classi di sesso e di età, resta lo strumento più praticabile su scala regionale: è quello su cui si fonda, in Italia, la disciplina della caccia di selezione prevista dall’art. 19 della legge 157/92 e dalle linee guida ISPRA.
Il punto, tuttavia, non riguarda solo l’efficacia comparata degli strumenti di gestione, ma anche il costo ecologico dell’inazione.
La letteratura sul cinghiale, specie ormai ampiamente presente anche nel territorio siciliano, documenta un impatto predatorio diretto sulla fauna che nidifica o depone al suolo. Uno studio condotto con nidi artificiali in Italia centrale ha rilevato che il cinghiale è il predatore più frequente dei nidi a terra, responsabile del 36% delle predazioni osservate (Mori et al., 2021). Una revisione più ampia della dieta della specie conferma la predazione su uova e nidiacei di uccelli nidificanti al suolo, su anfibi e, occasionalmente, su rettili e piccoli mammiferi (Ballari e Barrios-García, 2013).
Dove le densità di ungulati, cinghiale in testa, non vengono contenute, l’impatto negativo su rettili (testuggini comprese), anfibi e avifauna nidificante al suolo è documentato: proprio la dinamica che, negli ambienti iblei, ricchi di endemismi erpetologici, dovrebbe destare la maggiore preoccupazione conservazionistica, più della semplice presenza dei daini.
C’è infine una dimensione storica ed evolutiva che il dibattito attuale tende a ignorare.
Il record fossile pleistocenico siciliano documenta la presenza di una fauna complessa, elefanti nani, ippopotami, cervidi e grandi predatori, tra cui il lupo, che occupava un ruolo chiave negli equilibri ecologici dell’isola.
Il lupo siciliano, riconosciuto nel 2018 come sottospecie distinta con il nome di Canis lupus cristaldii sulla base di analisi morfologiche e genetiche (Angelici, Rossi et al.), si è estinto nei primi decenni del Novecento, con l’ultimo esemplare documentato abbattuto a Bellolampo, Palermo, nel 1924, sebbene segnalazioni sporadiche siano proseguite fino agli anni Trenta-Sessanta.
La scomparsa del predatore apicale ha prodotto quella che diversi autori descrivono come una cascata trofica, uno squilibrio della catena alimentare aggravato da reintroduzioni di suidi e ungulati, un tempo prede naturali del lupo, oggi liberi di moltiplicarsi indisturbati.
In questo quadro, un’ipotesi di reintroduzione del lupo, subordinata a studi di fattibilità rigorosi e a una gestione numerica programmata fin dall’inizio, meriterebbe di essere discussa con serietà scientifica come componente di una strategia di lungo periodo, non liquidata come panacea o come minaccia a seconda della convenienza retorica del momento.
Il caso dei daini, del resto, non è isolato. La fauna siciliana ospita oggi diverse specie alloctone naturalizzate con successo: dal parrocchetto dal collare (Psittacula krameri), in competizione per i siti di nidificazione con le specie autoctone, al parrocchetto monaco (Myiopsitta monachus), tra le poche specie esotiche stabilmente nidificanti in Italia, fino alla tortora dal collare orientale (Streptopelia decaocto), giunta in Sicilia sul finire degli anni Ottanta e oggi ampiamente diffusa, anche negli Iblei, e in forte espansione demografica.
Lo stesso Piano regionale, del resto, elenca accanto al daino altre specie da contenere in quanto non native o fuori equilibrio.
Considerare il daino un caso a sé, isolandolo dal più ampio fenomeno delle specie alloctone e sovrannumerarie che interessa oggi la fauna siciliana, rischia di trasformare una questione tecnica di gestione faunistica in una battaglia simbolica scollegata dal contesto ecologico reale.
In conclusione, urge per la Sicilia un censimento sistematico e aggiornato degli ungulati; un’eradicazione completa del daino, al netto della terminologia scelta dal Piano regionale, appare un obiettivo poco realistico su scala regionale.
Più realistico, e più utile, sarebbe un contenimento numerico strutturato e verificabile nel tempo, condotto da cacciatori selezionati e formati, inserito in un monitoraggio scientifico continuativo e, nel medio/lungo periodo, affiancato da una seria valutazione sulla reintroduzione del lupo.
Sono, del resto, pratiche già consolidate in numerose regioni italiane, dove la presenza degli ungulati supera di gran lunga quella iblea, e in molti paesi europei dove la caccia di selezione è riconosciuta e funzionante da decenni.
Filippo Spadola
