di Paolo Oddo
Semplici note ad uso degli addetti stampa e dei comunicatori in generale
Uno degli obblighi di un direttore responsabile di giornale, sia esso online che in forma classica, è quello di dover leggere tutto ciò che verrà pubblicato. E quando si dice “tutto” s’intende comprendere anche la pubblicità e gli annunci mortuari e correggere, ove necessario, gli immancabili errori di battuta, i refusi da distrazione, gli strafalcioni sintattici e quelli che attengono alla semplice forma del testo.
Nel fare per anni questo lavoro e correggendo un mare di comunicati stampa al giorno (molti dei quali scritti da comunicatori improvvisati), mi sono accorto che ci sono errori che si ripetono perché dovuti non tanto alla distrazione, ma all’intima convinzione dello scrivente di essere nel giusto. Per carità, nulla di imperdonabile, ma redigere un comunicato costellato di errori è come asfaltare una strada lasciando una buca ogni due metri.
Tra l’altro, si consideri che non tutte le testate giornalistiche hanno la pazienza di correggere gli errori, come facciamo noi e come avrete sicuramente notato, tant’è che molte si limitano al copia/incolla di tutto ciò che trovano scritto, a volte senza nemmeno leggerlo.
Altro problema riguarda le dichiarazioni tra virgolette: queste non dovrebbero essere mai corrette, visto che devono riportare fedelmente il pensiero del personaggio dichiarante, anche se la tentazione di farlo è forte. Ponete doppia attenzione, dunque, a quello che scrivete tra virgolette perché nemmeno noi, che pure abbiamo tanta cura, toccheremo una virgola.
Quindi, se avete comprensione per questo povero direttore, sono certo che ne allevierete il lavoro adottando alcune semplici regole:
1- quando si indica un luogo con il nome, è corretto metterne in maiuscolo la specifica: Via, Piazza, Corso, Viale (Viale Mazzini; in fondo al viale). Lo stesso vale per i palazzi (Palazzo San Domenico, Palazzo Grimaldi); Ponte Irminio; Ospedale “Maggiore” (meglio se tra virgolette). Non scrivete mai Ospedale “R. Guzzardi”, mettete il nome per esteso (Riccardo Guzzardi), oppure, se volete proprio risparmiare, va bene anche solo “Guzzardi”.
2- I titoli, a cui teniamo particolarmente perché eredi di quel barocco spagnoleggiante che dava qualifiche ampollose anche ai cani, vanno TUTTI messi in minuscolo. Non importa chi sia il grande uomo che lo porta, perché quand’anche fosse il presidente della Corte Costituzionale, si dovrà accontentare del minuscolo. Quindi evitate di essere lecchini e non scrivete mai Sindaco, Assessore, Presidente, Segretario Generale, Professore, Avvocato, Dottore, Ministro. Unica eccezione, ma questa è facile da ricordare perché riguarda pochi soggetti, sono i capi di Stato. Comprendeteli: hanno fatto così tanto per diventare Presidente della Repubblica che il maiuscolo gli tocca. Anche i re (Re Juan Carlos, la Regina Elisabetta II, l’Imperatore del Giappone Akihito, lo Zar Nicola, il Kaiser Guglielmo); i papi (Papa Giovanni Paolo II, Papa Benedetto XVI). Fine delle eccezioni. Già la seconda carica dello Stato, il presidente del Senato, sta bene scritto così come lo leggete ora.
3- Nelle dinastie si usa indicare i successori con un numero romano: questi non va mai indicato con il cerchietto (°) perché è un errore. Mai, quindi, scrivere Umberto II°, ma II. E ciò vale solo dai secondi in poi, visto che scrivere Umberto I è una boiata (lo so, succede anche in un’arteria centrale di Modica, “Città d’Arte” e patria di un Premio Nobèl per la Letteratura). Il primo papa a chiamarsi Francesco sarà, dunque, Papa Francesco e non Papa Francesco I, com’è capitato di sentire. La regola che precede non vale per i numeri arabi, quindi il trentesimo Festival di Sanremo potrà essere indicato con 30° o XXX, se vi piace la forma classica.
4- Le istituzioni vanno, invece, scritte sempre in maiuscolo: il Comune di Ragusa, l’assessore alla Viabilità, l’assessore provinciale al Turismo e Spettacolo, l’Assessorato alla Pubblica Istruzione, eccetera.
5- I titoli al femminile vanno bene solo per professoressa e dottoressa, ormai patrimonio dell’Umanità, ma vanno male in tutti gli altri casi. Il termine avvocata è stato reso celebre dalla Santa Chiesa nella preghiera “Salve Regina”, quindi usatelo solo per pregare: non è scorretto, ma desueto; lieve condanna e senza possibilità di appello per avvocatessa. Non è ammesso nemmeno il cambio di articolo (La presidente della Camera). Ciò è dovuto al fatto che tutti i titoli, in origine, erano di genere maschile oppure neutro; quest’ultimo genere, ahimé, non è stato ereditato dall’italiano bensì assimilato al maschile. Quindi non si arrabbierà la signora ambasciatore se non la chiameremo ambasciatrice (che, peraltro, vuol significare moglie dell’ambasciatore) né il prefetto donna con il termine che nemmeno cito perché mi si rizzano i capelli. Del resto, quando esistevano le Guardie di Pubblica Sicurezza (tutti uomini, spesso pure baffuti), ci si rivolgeva loro chiamandole “signora guardia”, senza provocare conflitti di genere, né crisi d’identità.
6- Le abbreviazioni. Dottore e dottoressa si abbreviano, rispettivamente, in dott. e dott.sa. Vanno bene anche i termini dr. e dr.ssa, derivati dall’inglese.
Fino a qualche anno fa era in uso l’abitudine di dare il titolo abbreviato di dott. e di dott.sa solo ai laureati in Medicina, mentre a tutte le altre lauree si riservava l’abbreviazione di dr. e dr.ssa. L’Accademia della Crusca ha abolito le differenze decidendo che vanno bene tutte e due le forme; comunque sia, visto che possono essere usate indifferentemente, ma visto ancora che resistono molti medici che tengono a questa abbreviazione particolare, non credo che rappresenti per voi un grosso sacrificio indicarli con dott., se uomo, e dott.sa, se donna.
7- “Società per Azioni” può essere abbreviata in S.p.A., oppure con Spa; O.N.U. oppure Onu; P.D.S. oppure Pds, eccetera. “An” stava per “Alleanza Nazionale”, prima e “Ancora tu?”, dopo i primi, patetici tentativi di Fini di rientrare in politica (ma questa è un’altra storia). Onorevole sta bene in on. (se in galera, off), e non on.le.
8- Quando si citano gli ospiti di un convegno, o chi interverrà, è scorretto nei confronti del lettore indicarli con P. Oddo, baronessa M. P. Arezzo o, come mi è capitato di recente, Istituto “P. Grimaldi”, che non sai se si tratti di Pietro, Paolo, Publio o Pinocchio Grimaldi, mentre è chiaro per il redattore del testo (ma non per tutti) trattarsi di “Principi Grimaldi”. E’ meglio, dunque, scrivere il nome che precede il cognome per esteso (il cognome che precede il nome lasciatelo ai mattinali di polizia).
9- Punteggiatura. I punti esclamativi pongono l’accento, danno enfasi alla frase appena scritta; metterne più di uno è come piantare tre chiodi sempre nello stesso punto ed io, con un pizzico di cattiveria, mi auguro sempre che chi compie un tale delitto si dia alla fine una martellata sulle falangi. Il punto interrogativo deriva dal latino quaeritur (ci si chiede) che era posto alla fine della frase e venne per molto tempo abbreviato in “q.”. In seguito, diciamo dopo molti decenni, la “q”, per brevità e fretta, divenne aperta e il punto che era di fianco finì in basso: era nata la “q” modificata, ossia il “?”. Mettere, quindi, più punti interrogativi è come dire: ci si chiede, ci si chiede, ci si chiede. Ed uno, alla fine, si chiede: “Sei diventato scemo o stai imitando un disco rotto?”. Per i punti di sospensione vanno invece bene in numero massimo di tre (…); se si supera il limite, il lettore si addormenta, oppure sospetta, se miracolosamente resta sveglio, che sia lo “scrittore” ad essersi assopito con il dito lasciato sul tasto.
10- Ogni comunicato stampa deve contenere, nelle prime due righe, tutto. Per tutto s’intende l’applicazione della vecchia regola di indicare il chi (o che cosa), il come, il dove, il quando e il perché. Questi cinque pilastri possono essere collocati nell’ordine che si preferisce, ma devono essere tutti presenti nel primo paragrafo. Solo nel secondo si potrà parlare degli ospiti, dei loro interventi e delle materie trattate. In quelli successivi potrete spingervi fino a citare l’organizzatore del convegno o il principale ospite e una loro breve dichiarazione. Non cadete nella trappola di fare da pavimento della passerella e, soprattutto in caso di comunicazione istituzionale, evitate come la peste gli aggettivi (“nella suggestiva cornice del” è un classico da manuale).
Bene, chiudiamo qui questa breve, limitata parentesi e spero di farmi perdonare. Non ho voluto citare regole di grammatica o, mai sia!, regole di sintassi o di consecutio temporum perché sono certo che ogni comunicatore le conosca a menadito. Le regole sono solo formali e per alcuni, affezionati all’abitudine, saranno pure discutibili; prendetele per quelle che sono: i consigli di un fratello maggiore, che correggerà ancora per un po’ i vostri elaborati dopodiché, democraticamente, lascerà i pochi testardi a nuotare nella loro – pubblica – ignoranza.
