Importanti restauri al Castello di Donnafugata: un piede rifatto, un ‘obtorto collo’ rimesso a posto, una spalliera ridipinta e un mutilato resuscitato

Un dato certo e incontrovertibile è la competenza e la preparazione dell’assessore Arezzo, che garantiscono la massima attenzione su tutto quello che riguarda i beni culturali della città.
Preparazione e passione che non si possono mettere in discussione, ci vuole competenza soprattutto sui particolari e sui dettagli, è come per una vettura d’epoca, dove conta massimamente l’originalità anche di una semplice vite o quella della fodera che ricopre la ruota di scorta.
Ma farne oggetto di comunicazione istituzionale, tramite ufficio stampa, ci sembra esagerato, così dichiara l’assessore Clorinda Arezzo:” Sappiamo tutti come un arto mancante da una statua o una lacuna di intonaco possono indurre un senso di incuria. La valorizzazione del nostro Castello e del Parco non può quindi prescindere da attente azioni di restauro, che contribuiscono a preservare l’atmosfera unica di Donnafugata. Azioni necessarie non solo a restituire integrità e decoro, ma anche a riportare alla luce ciò che era nascosto e a ridare senso filologico ai decori.”
Sena dubbio encomiabile e appassionato il lavoro, ma occorrerebbe tenere presente, comunque, che a Donnafugata non esistono opere d’arte, solo manufatti che hanno valore esclusivamente per la loro vetustà, ma non hanno nulla di artistico o di pregio.
A parte qualche mobile e qualche pianoforte antico, nulla può essere assimilato a veri e propri beni culturali, mai ad opere d’arte.
Vale solo l’impegno per restituire decoro alla vista dei visitatori, ci sembra non sia il caso di scomodare la filologia, per esempio, per l’intervento eseguito sulla piccola Venere Italica, alloggiata nella nicchia della Sala del Lucernario, che lo stesso assessore definisce una copia in gesso, violentata da un precedente intervento di manutenzione straordinaria che ne aveva ruotato la testa.
Ottimo il lavoro che ha voluto riproporre la rotazione originaria della testa, restituendo alla Venere la femminilità e grazia che aveva immeritatamente perduto. Ma non era, in ogni caso una tragedia.
Stesso obiettivo per la restituzione di un piede di una delle danzatrici del Canova, copia che arricchisce la scalinata monumentale del Castello di Donnafugata.
Nel caso delle spalliere dipinte a muro, nel corridoio che dal cortile centrale immette al parco, l’opera d’arte non è la semplice manutenzione operata ma la relazione che ne fa l’assessore: “Gli schienali dei due sedili in pietra pece, collocati nel passaggio che immette al parco, erano dipinti sulle pareti con smalti che riproducevano un motivo a losanghe, imitando la pietra pece. La leggibilità di questo gioco illusionistico era seriamente compromessa da grandi aree lacunose. Si è proceduto a stuccare e integrare le parti mancanti, restituendo ai sedili un piacevole impatto visivo.” Alta scuola.
Ci delizia ancora l’assessore Arezzo: “Ben più complesso è risultato il salvataggio del Guardiano del labirinto, ora di nuovo posto a destra dell’ingresso. Sepolto tra stucchi e frammenti fittili, il soldatino realizzato in calcare locale giaceva dimenticato in un magazzino.
Da un’indagine generale che andrà approfondita, si può identificare come un soldato di fanteria del Real Esercito o Esercito delle Due Sicilie, vestito dell’ultima uniforme adottata nel 1859 sotto Francesco II.
Si tratta infatti di un soldato con cappotto a sei bottoni cinto in vita, lavorato anche nella parte posteriore e lungo fino alle ginocchia. Ha risvolti alle maniche e una medaglia sul lato sinistro del petto.
Al di sotto della cintura, delle pieghe sul lato destro evidenziano il suo movimento incedente. Il volto è caratterizzato da grandi baffi e da un cappello completo di sottogola, che per la tipologia e per i colori ancora visibili può ricondursi al “kepì”.
Al di sopra della visiera è posta una stella a cinque punte all’interno del quale si legge il numero “1”, probabilmente riferibile al numero di unità di appartenenza.
La mano sinistra, posta lungo il fianco, tiene un pugnale mentre il lato destro è armato da un fucile, stavolta in legno, e rinvenuto separatamente poiché il braccio destro è assente.
Durante le operazioni di restauro sono emersi tutti gli interventi che nel corso degli anni la statua aveva subito. Sulle superfici dell’opera sono venute alla luce notevoli tracce di colore, principalmente nel capo che era stato ricoperto di stucco bianco.
Tra rimozione di perni in ferro, malta cementizia e reintegrazioni si è arrivati alla ricollocazione nella sua postazione originaria.
Gli arti inferiori sono stati simulati nel supporto che lo sostiene, riproducendo l’altezza originaria, dedotta grazie ad alcune fotografie storiche, in cui il “soldatino” si presentava nella sua interezza.
I lavori sono stati eseguiti dalla ditta Methodos che si ringrazia per la professionalità e disponibilità dimostrata”.
In pratica il difficoltoso recupero di una statua di pietra, non pregevole, di autore anonimo a cui manca il braccio destro e le gambe. Ci vuole veramente passione a trattare di queste cose.

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